Tarwater @ La Palma [Roma, 27/Ottobre/2002]

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Plastica. L’effetto scenico del volgere pur sempre verso lidi noti e già battuti ha l’odore della plastica. Questa sera il nome di questo materiale è Norma, ovvero il primo gruppo in scaletta chiamato a dover coinvolgere i pochi astanti in un vortice perso tra post grunge (o retro-american pop?) e post rock (o indie commerciale della nuova decade?). Purtroppo il combo fallisce l’approccio alle prospettive citate languendo in una melassa stantia a metà tra i Pearl Jam più appagati e introspettivi di ‘Vitalogy’ e qualche citazione stevealbiniana e confusa qui e lì. Il risultato è un vigoroso quanto scialbo terzetto senza “grip” sull’ascoltatore nonostante la volontà di ricercare delle armonie complesse e ragionate sia viva e presente. Del tutto fuori luogo poi la rielaborazione (?) di un brano come ‘Pure Morning’ dei Placebo che vanta come ospite una simpatica e trascurabile (e trascurata dal pubblico) ragazza amica della band. Aspettiamo il gruppo dell’ex batterista dei seminali Atom Pig Neon ad un’altra prova sperando in una maturazione per la quale saranno più pronti ad “aprire” serate come quella di stasera. Auguri.

Ferro. Non trovo altro materiale che possa esprimere in due sillabe l’approccio stilistico/musicale dei 2 (+1) Tarwater. La band prosegue per la strada intrapresa con l’ottimo ‘Animals Suns & Atoms’ verso una dicotomia perenne e quasi del tutto teutonica “uomo-macchina” lasciando che la dialettica si intersechi in anelli temporali concentrici (si parte e si torna ai Kraftwerk) senza apparentemente discostarsi troppo dagli americani Trans Am e dalle sonorità prettamente europee di Kreidler e, in parte, Kruder & Dorfmeister. Lo show ha il suo degno prologo nello svanire delle luci per lasciare il posto alla proiezione di spezzoni di film vagamente riconducibili al cinema tedesco d’inizio secolo scorso. Il tutto ad opera di un membro aggiunto al duo, il quale coadiuva le scelte soniche di Ronald Lippok e Bernd Jestram mentre il pubblico si appropria di provvidenziali sedie e le prime note si diffondono nella sala ormai pronta all’approccio con la macchina umana dei Tarwater. Si inizia con l’osannato ultimo lavoro ‘Dwellers On The Threshold’ e non si poteva partire in modo più appropriato dal momento che, a parere di chi scrive, è il momento più esemplificativo dell’offerta musicale dei nostri. Ci si può perdere tra le tracce in scaletta e i ripescaggi da lavori del recente passato come ‘Silur’ e l’esordio ’11/6 12/10′, dove si torna indietro fino al 1996; ma la matrice resta sempre ed indiscutibilmente la stessa. L’attitudine vocale di Lippok e un po’ anche la sua presenza scenica tradiscono la provenienza delle loro influenze e la storia reale di un background biografico che parte dall’ex Germania Est per giungere ai giorni nostri quasi ripulito dall’antica ossessione industriale tedesca, filtrata stavolta da una melodia figlia di ascolti neanche troppo recenti di bands della scena inglese come The Cure, The Smiths e parecchio Depeche Mode. Il risultato è un mix a volte non troppo coinvolgente ma convincente che sembra quasi non volersi mai allontanare troppo dalle piste rassicuranti di un certo tipo di sound e dalle sue radici. Intendiamoci, il progressivo dipanarsi del concerto fa sì che si vada da sonorità più cupe a scelte melodiche “in maggiore” e maggiormente mid-tempo, ma la staticità è forse l’emblema e la condanna di un genere che, c’è da riconoscerlo, sa convogliare ad arte le ossessioni e le lacerazioni della società occidentale.

I Tarwater ascoltati stasera non si discostano troppo dal manifesto sonico che sono qui a rappresentare e credo non ne abbiano la minima volontà. I loop creano e distruggono musica lasciando scorrere il concerto senza sussulti e nevrosi sperimentali ma con la consapevolezza del fatto che si è solo all’inizio del processo dialettico uomo-macchina di cui il duo si fa portavoce. C’è freddezza persino nel rapporto non-rapporto col pubblico che sembrano ignorare se non per dei timidi ringraziamenti quasi alla fine di ogni track facendo capolino da dietro la strumentazione e riemergendo quasi solo per prendere aria. In poche parole potrei dire che la prova merita un giudizio globale assolutamente positivo. Il problema è quella sensazione che si ha di fronte a tali manifestazioni musicali nel momento in cui ci si chiede se si è nel posto più adatto e ci si trova ad immaginare che cosa sarebbe stato se ci si fosse trovati in un ambiente soggettivamente più consono e ideale come un minuscolo club o un rave galattico. Fortunatamente a ciò ovviano, come stasera, musicisti come i Tarwater; la cui musica permette voli quasi gratuiti e senza tagliando di ritorno.

Alex Franquelli

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