Tame Impala @ Rock in Roma [Roma, 26/Agosto/2015]

1311

Ultimo evento di cartello nella non più deserta Roma d’agosto. Al momento dell’annuncio sembrava un azzardo organizzare un concerto in questo periodo, che storicamente nelle grandi città italiane è sempre stato tabù per gli organizzatori. 
Se poi pensi che a dover “infarcire” di pubblico l’ippodromo delle Capannelle dovrebbero essere i Tame Impala due domande te le fai. Non tanto per il valore della band, quanto per quello che calcolavo potesse essere il suo seguito. Il colpo d’occhio alla fine era accettabile, con un pubblico comodamente distribuito che arrivava fino al mixer fonia.
 Il seguito romano della band di Perth è più o meno variegato, non c’è la solita puzza di presenzialismo da evento chiacchierato, per quanto non sia difficile imbattersi in pseudo-hippie ed individui agghindati stile festa a tema Woodstock.
 Che questo potesse essere un appuntamento che avrebbe diviso nei pareri lo si sapeva già dall’avvento di ‘Currents’, l’ultima fatica della band, che ha segnato un netto cambio di rotta nelle influenze passando dagli sprazzi di psichedelia beatlesiana e quant’altro dei primordi ad una deriva disco-pop, dai ritmi più o meno blandi, condita da massicce dosi di synth proto 80s. 
’Currents’ è un album credibile nel complesso e non mi stupisco dei proseliti che sta facendo, specialmente tra i curiosi più recenti tramutatisi ben presto in fan dell’ultima ora, generando automaticamente anche la fascinazione da parte di produttori, promoter e cricche di addetti ai lavori vari ed eventuali. Paga dazio certamente dal fronte degli estimatori degli inizi, che comunque non hanno ancora tacciato la band di alto tradimento e sono ben felici di godersi la prima performance capitolina della loro carriera.


I Tame Impala da par loro presentano uno show cerchiobottista e… diciamo anche paraculo, come storicamente solo gli australiani sanno essere, psichedelico nell’outfit complessivo, a partire dai formidabili ed ipnotici visual alle loro spalle. Alternano le hit più recenti ad estratti provenienti soprattutto da ‘Lonerism’, in un assemblato sommariamente convincente, per quanto non sempre omogeneo, come ovvio che sia, vista la distanza tra i primi due dischi e l’ultimo lavoro. 
Lo show risulta godibile preso per quello che è, non mancano intriganti momenti di suggestione lisergica, fondati più sull’effettistica che sulle melodie o le strutture. L’andatura è pressoché costantemente sostenuta da ritmiche di basso, batteria e synth dal retrogusto “dance sotto mentite spoglie”, che si celano sotto riverberi acidi e delay estranianti, in maniera abbastanza infingarda da non far disperdere l’attenzione di un pubblico generalista. L’esegesi si manifesta spontaneamente in una sequenza di quattro brani nella parte centrale della scaletta: ‘The Moment’, ‘It Is Not Meant to Be’, ‘Elephant’ e ‘The Less I Know the Better’. Il secondo è una delle poche perle riproposte dal disco di esordio, l’onirico ‘Innerspeaker’ datato 2010 – l’altra è stata ‘Why Won’t You Make Up Your Mind?’. La terza invece è ‘Elephant’, impreziosita da pregevoli intermezzi strumentali inediti, tratta da ‘Lonerism’ (2012), esempio lampante (ed efficacissimo) di come si possano inserire parvenze di psichedelia all’interno di un brano fondamentalmente fatto per far saltare le folle, non molto distante infatti da ‘Shoot The Runner’ dei Kasabian (2006). ‘Elephant’ è probabilmente quello che idealmente poteva essere, ma non è stato, il limite oltre il quale non spingersi per rimanere minimamente fedeli ai proclami da portabandiera della psichedelia moderna, pur facendo l’occhiolino al grande pubblico. 
Il primo e l’ultimo della sequenza citata fanno invece parte di ‘Currents’ ed è qui che risalta una differenza evidente e difficilmente difendibile dal punto di stilistico. La  presenza scenica da parte della band è sostanzialmente impalpabile, eccezion fatta per quei momenti in cui Kevin Parker decide di spingersi fino all’estremità del palco ed alzare la chitarra verso il cielo assumendo suggestive pose da icona d’annata (le phisique du rol del resto ce l’ha); oppure quando interagisce simpaticamente con il pubblico scherzando sui preservativi volanti gonfiati come palloncini e facendosi lanciare uno dei dozzinali cappelli rossi distribuiti prima del live da uno degli sponsor della venue.
 Perché fondamentalmente il mood è positivo, o per dirla in altri termini “c’è un bel flow”, con un’atmosfera più inquadrabile in un contesto dream-pop mascherato da figlio dei fiori che altro, ma la psichedelia, permettetemelo, è un’altra cosa. Definirlo surrogato a buon mercato forse è troppo severo, più comprensibilmente per un ascoltatore più attento non può essere nulla più che una versione all’acqua di rose confezionata per il pubblico mainstream, anche piacevole, ma che difficilmente rappresenterà mai una pietra miliare di questo genere, come mediaticamente si vuol far credere.

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

Foto Karen Ortega