Talk Talk, finalmente l’inchino.

1990

Nel 2012 celebravamo così. A trent’anni dalla formazione e a venti dall’ultimo seminale album. Impossibile per il cuore non rimembrare nostalgicamente Mark Hollis e la sua splendida avventura a nome Talk Talk. Per i meno avvezzi alla storia musicale sarà bene rinfrescare la memoria su quella che viene colpevolmente ricordata come la band di ‘Such A Shame’. Una delle storiche banalizzazioni di cui è frequente vittima un decennio altresì pioniere e fondamentale per la musica in senso generale. Una lenta quanto inaspettata evoluzione/trasformazione verso una fisionomia jazzy e minimalista farà dei Talk Talk pietra miliare dell’allora nascente coniatura del suono e del termine post-rock. Da Tottenham a Londra dopo aver lasciato gli studi all’Università del Sussex. Mark Hollis (classe 1955) a 22 anni segue il fratello Ed e il carrozzone degli Eddie and the Hot Rods di cui è manager e produttore. Per un periodo fa il roadie ma la smania compositiva lo porta a formare i The Reaction che nel 1978 debuttano per la Island con il singolo ‘I Can’t Resist’. Sciolta la band Hollis colpisce favorevolmente gli “uffici” della label che spingono e concludono per avere in casa il suo nuovo materiale. Nascono i Talk Talk curati da Keith Apsden che lascia proprio la Island per diventare il manager del gruppo inglese.

Il primo album ‘The Party’s Over’ viene prodotto da Colin Thurston ed ottiene non esaltanti risultati visto anche il frettoloso inserimento di Hollis e compagni nel calderone del New Romantic, soprattutto a causa del “doppio” nome e delle correlazioni di Thurston con Duran Duran et similaria. Passo dopo passo i Talk Talk acquisiscono maggior consapevolezza, l’arrivo di Tim Friese-Greene risulta determinante ed ‘It’s My Life’ è un clamoroso successo in mezza Europa. Il successivo ‘The Colour of Spring’ segna già il futuro ed è di fatto un album figlio della collaborazione tra Hollis e Greene che si ripeterà fruttuosamente anche più avanti. L’etica jazz pervade un disco che porta sulle spalle l’ombra di Ornette Coleman quanto quella dei Can e non è un caso che nel 1986 si esibiscono al Montreux Jazz Festival. Il 1988 è l’anno di ‘Spirit Of Eden’ che Alan McGee definisce: “Spirit of Eden has not dated; it’s remarkable how contemporary it sounds, anticipating post-rock, The Verve and Radiohead. It’s the sound of an artist being given the keys to the kingdom and returning with art”.

Siamo al punto di non ritorno. La premiata coppia Mark Hollis/Tim Friese-Greene realizza un meraviglioso capolavoro che si muove senza tempo tra elementi jazz, classici e ambient. La EMI lo “lascia” alla Parlophone e ‘Spirit Of Eden’ per molti addetti ai lavori è il prototipo del suono post-rock che di lì a breve i Bark Psychosis lanceranno su scala mondiale. L’epitaffio ‘Laughing Stock’ appare nel settembre del 1991 (via Verve) ed è una delle stelle più luminose di una decade che diventerà in brevissimo tempo frastagliata, ibridata, sporcata sonicamente in lungo e in largo. Molti critici notano una certa similitudine ed una referenza verso la religiosità contemplativa che pervade il Miles Davis di ‘In A Silent Way’, resta il fatto che ‘Laughing Stock’ è pura astrazione free-form di una bellezza senza pari.

Nel 1992 i Talk Talk non esistono più. Troppo incanto, troppa purezza per resistere al peso dei tempi crossoverizzati che stanno avanzando con passo spedito. Lasciando da parte le frammentazioni dei singoli elementi (Lee Harris e Paul Webb formeranno gli O. Rang, Webb diventerà poi Rustin Man per unirsi artisticamente a Beth Gibbons, Friese-Greene inciderà come Heligoland, mentre lo stesso Harris raggiungerà i Bark Psychosis) è importante invece sottolineare come Mark Hollis nel 1998 completerà il suo cammino artistico prima di ritirarsi definitivamente. L’album omonimo che viene pubblicato dalla Polydor non è solo un disco fatto uscire per adempiere al vecchio contratto che prevedeva due dischi (‘Laughing Stock’ è il primo di questi), ma rappresenta un ulteriore passo avanti verso l’isola minimalista varata da Hollis come un novello Morton Feldman. “Before you play two notes, learn how to play one note and don’t play one note unless you’ve got a reason to play it”. (Mark Hollis).

Per la gioia di grandi e piccini l’11 ottobre 2011 è arrivata l’attesissima ristampa in vinile del miliare ‘Laughing Stock’ (“The album’s experimental textures and eclectic live instrumentation made it a highly influential record in the world of post-rock and repeatedly has been seen as a major Radiohead influence over the years”). Poi finalmente l’annuncio del giusto-atteso omaggio. L’anno del 30ennale viene celebrato con un libro e un tributo. Il primo è opera di James Marsh che ha raccolto tutti gli artwork realizzati per la band in un prezioso volume in edizione limitata “Spirit Of Talk Talk” fuori nella primavera del 2013. All’interno i testi autografi del gruppo e circa 80 contributi di artisti dichuaratamente influenzati e/o amanti indefessi di questa splendida creatura, ecco allora tra i tanti Richard Wright (Pink Floyd), membri di Arcade Fire, Shearwater, Underworld, Orbital, Wild Beasts, Elbow, UNKLE, Weezer, Depeche Mode e Grandaddy.

La Fierce Panda ha quindi pubblicato il tributo dallo stesso titolo del libro che ha come protagonisti: “Arcade Fire’s Richard Reed Parry covering “I Believe in You”, Do Make Say Think with Broken Social Scene’s Kevin Drew and Weezer’s Patrick Wilson covering “New Grass”, Alan Wilder with My Brightest Diamond’s Shara Worden covering “Dum Dum Girl”, the Clientele covering “Have You Heard the News”, as well as covers by Jason Lytle, White Lies, Joan As Police Woman, S. Carey, Lia Ices…”. I ricavi delle vendita sono stati devoluti a BirdLife Entertainment. Ad inizio 2013 fuori anche ‘Natural Order 1982-1991’ una raccolta utile per i neo-adepti. Per non dimenticare.

Emanuele Tamagnini

4 COMMENTS

  1. i talk talk mi piacciono un casino, li stimo. chissà, forse me lo compro il vinile, ne vale davvero davvero la pena!

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