Talibam! @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Ottobre/2012]

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L’imbarazzo di una scelta. Talibam! sempre e comunque. Multiformi ed enciclopedici. Avanguardisti della seconda e terza ora. Miscelatori di almeno quarant’anni di musica presente alle loro spalle. Improvvisazione mai machista ma soprattutto europeista. Matt Mottel e Kevin Shea sono gli squinternati dadaisti provocatori protagonisti di una bizzarra+frenetica avventura iniziata alla fine degli anni ’90 quando Matthew, cresciuto a Sonic Youth e noise-noise e Sonic Youth, sente parlare di questo giovane batteristafenomeno sulla zine Tuba Frenzy in un’intervista a Ian Williams degli Storm & 
Stress. Siamo a New York e mister Kevin Shea ha già collaborato con una crema dolcissima che parla di Michael Evans, Sean 
Meehan, Chris Corsano e Tim Barnes. Nel 2003 i Talibam! prendono vita, dapprima con il sassofonista Ras Moshe quindi con Ed Bear. Nel 2006 qualcuno scrive a proposito del trio: “Ornette Coleman playing on Soft Machine’s ‘Fourth in hell’.” E’ l’inizio della stima e del culto. Shea nel frattempo suona ovunque e con chiunque e ad oggi facciamo fatica a riassumere un frastagliamento discografico di così elevata mole (Mostly Other People Do The Killing, Rhys Chatham, Micah Gaugh, Mary Halvorson, Peter Evans, Sexy Thoughts, Coptic Light, Puttin’ On The Ritz…) e di cosà rara qualità.

Le luci della notte nella Manhattan del circuito jazz. Il Tonic come residenza quasi fissa. Artwork e pubblicazioni artistoidi e originali. La New York piccola piccola eppure viva e caleidoscopica dipinta dallo spray di una coppia di gonzi divertiti, di fuoriclasse. In questo contesto i Talibam! hanno creato un seguito, nutrito, appassionato, oggi pronti ad un nuovo test europeo dopo un assaggio da side-project bilaterale andato in scena nel capitolino Dal Verme (Sexy Thoughts + Platinum Vision = Shea + Motel). A supporto c’è un avant rock comedy rap album non a caso chiamato ‘Puff Up The Volume’. Un punto di vista ulteriore, allargato, parodiato, certamente riuscito. Quando il Circolo è ancora praticamente in stato desertico incontro Shea e Motel mentre approntano un piccolissimo corner (al buio) del loro materiale discografico. Per due settimane hanno ritwittato ogni mio post a loro dedicato, addirittura fino ad un’ora prima, così non mi sorprendo quando mi accolgono con grandi sorrisi e pacche sulle spalle. Matt sembra il fratello scapestrato di Badly Drawn Boy, Kevin un misto dandy tra un giovane Lou Reed e un giovane Jim Carrey. Parliamo della loro esibizione al Dal Verme (“good beers, good food…”), dei prossimi show, e Matt mi dice di come in Italia la loro musica sia analizzata, sia capita meglio rispetto alla stampa UK e USA cosparsa di torpore. Acquisto una chicca, LP ‘White Light/White Heat-Puttin On The Ritz’, i due assieme ad un manipolo di amici (BJ Rubin, Moppa Elliott, Nate Wooley…) rifanno il seminale lavoro dei VU a modo loro (grosso cazzo). Con questa scelta “vinco” un 7″, i due infatti mi omaggiano carinamente di ‘Cruisin The Cookie Isle’, gentilissimi. Intanto sul palco ci sono i Rainbow Island, creatura a 4? A 3? A 2? elementi di Marco Caizzi, davvero una bella scoperta la loro elettronica tra ascese reiterate, pizzico di Autechre e tribalismo di fondo, che pian piano ammantano l’aria e preparano il palco.

Nella successiva ora scarsa assisteremo alla rappresentazione totale di ‘Puff Up The Volume’. Genio e sregolatezza, improvvisazione e ginnastica aritmica, amplessi mimati, balli, perfino una cavallina, rap, old school, campionamenti, organetto turco, salto della corda, flessioni, sorrisi. Il tutto condito da pezzi parodia, da dissacrazione e divertimento, dalla musica. Uno spettacolo assoluto vedere Kevin Shea dilettarsi alla batteria. Un fenomeno, lo capirebbe anche un neonato, anche se suonasse marcette paesane, mostruoso in alcuni passaggi, tentacolare in altri, assolutamente imprendibile in altri ancora. I pezzi funzionano quasi tutti e pian piano la gente (complimenti ai convenuti) apprezza e muove mani e capoccioni. Il brano “bis” che poi non è un bis è una spaventosamente fuori di testa ‘Tweet’ (il titolo dovrebbe essere proprio questo), una sorta di impro-inno ossessivo, che per cinque minuti ci riporta i Talibam! “originali” fuori dai loro odierni alter ego MC Moaty Mogulz e MC K-Wizzle. Per tutto il tragitto che faccio per tornare a casa con il cavallo di San Francesco in testa ripeto una sola cosa: “tweet, tweeeet, tweeeeeet”. Lo twitto sul serio e dopo poco la notifica è scontata: “Matt Motel e Kevin Shea ti hanno ritwittato”. Rispetto cazzo. Rispetto.

Emanuele Tamagnini