Sziget Festival @ Óbudai Island [Budapest, 12-13-14/Agosto/2007]

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L’aria che si respira è quello che rende indimenticabile questo festival. Non intendo l’olezzo di merda delle centinaia di bagni chimici sparsi su tutta la superficie dell’isola, neanche la puzza della zona ristoro con le sue decine di stand che vendono cibo di qualsiasi tipo e nazionalità. Intendo l’aria di consapevolezza che un posto come questo esiste solo per sette giorni l’anno su un’enorme isola nel Danubio. Finita quella settimana si torna alla vita reale. Tornare a lavoro, guadagnarsi la pagnotta col sudore della propria fronte. Lo stesso sudore che per quella settimana è sgorgato a litri ballando sotto il palco dei !!! o massacrandosi sotto quello dei Napalm Death. Mezzo milione di persone sulla stessa isola consapevoli che non durerà in eterno quindi, rimbocchiamoci le maniche e godiamoci ogni secondo di permanenza. Bisogna evitare di dormire o perlomeno cercare di farlo il meno possibile. Dopo quattro ore di cammino ancora si scoprono palchi o stand nuovi. Ogni occasione è buona per conoscere qualcuno. Il miglior incontro è stato il ragazzo “abbracci gratis”. Petto ignudo con la scritta “free hugs”, ti guarda a braccia aperte aspettando un segno di consenso e dopo averti abbracciato se ne va alla ricerca di qualcun altro da cingere. E’ facile intuire che la situazione fosse molto freakkettona. Le valchirie ungheresi non si formalizzano di fronte a nulla, nemmeno se devono andare in giro in costume camminando a piedi nudi per le strade infangate, alcuni maschi caucasici invece si dilettano a girare in tanga poco adatti a contenere sacche scrotali. Ogni giorno dalle parti dello stand di cultura africana c’è una processione diversa di una ventina di musicisti che suonano ritmi tribali con delle stupende ballerine che dimenano i loro perfetti deretani a velocità che si avvicinano ai bpm grind. Situazione campeggio completamente anarchica: chiunque abbia una tenda pianta i picchetti dove vuole, a due passi da un palco come accanto ai puzzolenti bagni chimici (so’ gusti). La popolazione è perlopiù formata da casaccius e freakkettoni con una discreta quantità di metallari punk e due skin (contati!). Non c’è nulla che possa far prendere male questa vacanza sull’isola che non c’è…

[Nerds Attack! Onnipresente] – 12 agosto
Non dormo ormai da 24 ore quando mi ritrovo verso le 12 davanti al tendone VIP a ritirare gli accrediti per Nerds Attack!. Supero a pieni voti la perquisa allo zaino e alla valigia, perchè io non ho un posto dove dormire, quindi la valigia tocca che me la porto appresso. Fortunatamente 500 metri avanti c’è un posto dove una biondina azzurro-occhiuta mi fa depositare il bagaglio (aggratise) con sommo gaudio del sottoscritto che già credeva di doversi trascinare il trolley per tutta l’isola. Il primo pensiero adesso è trovare un qualsiasi piano orizzontale sopra al quale potermi riposare per qualche ora. Cammino per quattro ore senza tornare mai allo stesso posto (l’isola che non c’è è ancora più grande di quanto potessi immaginare). Quattro ore di facce diverse di ogni nazionalità. Quattro ore senza aver trovato nulla che assomigliasse ad un giaciglio. Alla fine riesco a trovare una lastra di legno facente parte dell’impalcatura del Meduza (tendone di musica elettronica), i suoni di cassa fissa che ne fuoriescono fungono da ninna nanna e riesco a riposare un po’ nonostante la pioggerellina. Dopo un’oretta mi sveglio e la situazione è diventata il regno del fango. Sono quasi le 17 quindi sta per cominciare il primo gruppo sul Main Stage. Palco enorme, impianto luci esagerato, arena spropositata.

Babylon Circus, francesi. Un gruppo ska con poche influenze roots e molte hip-hop o balcaniche come stanno facendo in questo periodo Gogol Bordello o i gruppi ska jazz americani. La prima rivelazione del festival, mai sentiti prima ma divertentissimi, una sezione di fiati da fare invidia a qualsiasi ensemble del genere vi venga in mente. Per un’ora il pubblico impazzisce. I francesi ballano direttamente nel fango. Rimango a bocca aperta. Il motivo per cui questo gruppo è una vera cannonata è la loro attitudine bohemien. Mi spiego: i testi sono molto freakkettoni (“Dances Of Resistance”) ma la musica è varia e soprattutto non è mai schifosamente catchy (scusate il termine alla MTV) come riuscivano ad essere band schifosamente inutili come gli Ska-p (scioltisi qualche anno fa, deo gratias). Oltre all’alternarsi tra inglese e francese del cantante, le cose migliori che riescono a fare sono le canzoni con la sezione di fiati iperarrangiata dal sapore jazz anni ’30 che poi sfociano in melodie e ritmiche balcaniche suonate a metronomo sostenuto. Il risultato è un concerto nel quale CHIUNQUE è forzato suo malgrado a ballare o cantare. Potrei parlare di questo gruppo per ore ma lo spazio langue. Dopo il concerto giro un po’ a dare un occhiata a chi fa il bunjee jumping e a chi si diverte buttandosi nel fango (come Woodstock 1994 durante il concerto dei Green Day, bei tempi i primi anni ’90). Poi tocca ai Razorlight. Non ricordo assolutamente nulla del loro concerto. Però l’ho visto. Quindi è colpa della loro musica. Mi sa che dopo due canzoni sono andato a farmi un altro sonno. Come dicevo prima, allo Sziget bisogna utilizzare ogni minimo buco nel programma per racimolare energie. Al contrario, sono stato piacevolmente impressionato da Sinead O’connor. Non se ne sentiva parlare da tantissimo tempo. Ormai purtroppo l’aspetto della signorina irlandese è peggiorato. Non esagero se dico che sembra un pensionato. Panzetta e tettine calanti. Molto poco curata, ma ancora un grandissimo fascino quando canta ad occhi chiusi davanti al microfono le ballate della sua terra piene di passione. Bella. Lei. Nonostante tutto.

Col passare del tempo i topi cominciano ad uscire dalle fogne e la situazione da freakkettona si fa baracus, nel senso che il fango aumenta esponenzialmente insieme al numero dei bimbi dell’isola che non c’è. Alle 21:30, orario di inizio degli headliner Faithless, chiunque doveva arrivare sull’isola è arrivato. Davanti al Main Stage ci sono decine di migliaia di persone, è ormai impossibile stare a meno di 100 metri dal palco. Sono tutti per la band londinese di Maxi Jazz e Sister Bliss. Mai viste in vita mia tante persone ballare tutte nello stesso posto. Rimango poco per andare all’Exit Talentum stage dove suonano i romani Poppy’s Portrait (che ricordiamo essere nostri grandissimi amici, ndr). C’è più gente di quanto pensassi molti dei quali sono i succitati freakkettoni che ballano random. Senza dubbio i nostri sono stati il miglior gruppo su quel palco fino a quel momento. Come al solito hanno trasmesso una grandissima energia non solo per come sono riusciti a tenere il palco ma anche grazie alle canzoni e ai suoni caldissimi della loro strumentazione. In particolare quel basso Fender Mustang. Dio che bello! Non hanno ricevuto un ottimo trattamento dal fonico ma nonostante tutto la bellezza dei loro pezzi è arrivata alle orecchie di tutti. A fine concerto molti ungheresi si sono precipitati a comprare il loro promo a soli 500 fiorini (qualcosa come 2 €). Bravi e generosi. La mia giornata finisce qui. Sotto il palco dei Poppy’s incontro gli amici che dovranno ospitarmi per la notte, che lascio ai discotecari. Divertitevi!

[…che se almeno il Main Stage avesse un fonico che fa sentire il basso…] – 13 agosto
Già ieri me ne ero accorto durante i Babylon Circus, ma se non mi fai sentire bene il basso dei !!! mi fai incazzare. Già la loro esibizione non è stata delle migliori, poi ci mettiamo anche il fonico che non riesce a farmi sentire bene l’unica cosa che voglio sentire. Vabbè, comunque per quanto non fossero stati esattamente al massimo delle loro capacità è stato comunque un concerto memorabile. Nic Offer è il frontman del secolo. Neanche John Travolta ne “La Febbre Del Sabato Sera” balla come lui. Ogni tanto sul palco si presentava anche una Big Mama di colore ad aiutare a cantare Nic nelle parti più melodiche. Perchè Nic può essere il frontman del secolo, può avere una grinta da far invidia ad un cantante hardcore (non è un caso che molti dei !!! suonassero negli Yah Mos, vecchia HC band californiana), ma bisogna dirlo che non sa proprio cantare. A seguire c’è un gruppo ungherese: i Tankcsapda. Gruppo terrificante. Skippiamo. Dopo di loro tocca ad una band che ho sempre considerato musicalmente sovrastimata dalla collettività. I Tool. Loro sapevano bene che io non li apprezzavo. E per questo mi hanno voluto punire. Hanno voluto farmi malissimo nel mio orgoglio. Un concerto dei Tool è definitivamente la cosa più bella da vedere in una vita, in culo a Fellini, Jenna Jameson, o ai tramonti sul mare. Quattro teli, ognuno dietro le spalle dei quattro membri della band. Bassista e chitarrista davanti ai lati, batterista e cantante dietro al centro. Maynard Keenan sempre di profilo, si muove ondeggiando, sembra solo un’ombra sullo stage, una presenza inquietante come la loro musica. Intanto sui teli e sui maxischermi ai lati del palco le proiezioni dei loro video. Fortunatamente stavolta il basso si sente bene. Mai visto niente di più bello in vita mia. Sono costretto a ritirare tutto quello che ho sempre pensato dei Tool negli ultimi sei anni. E sono contento che mi abbiano costretto a farlo.

È la volta dell’altro gruppo romano. Pensavo che i Masoko (che ricordiamo essere, anche loro, nostri grandissimi amici, ndr) sarebbero partiti svantaggiati a causa del cantato in italiano, ma non avevo fatto i conti con la passione che hanno tantissime persone in giro per il mondo per la nostra lingua. La gente sotto il palco ha apprezzato molto. Ottima l’idea di suonare i pezzi ad una velocità maggiore per accentuare la ballabilità della scaletta. Invito alla danza raccolto da molti casaccius che passavano lì per caso. Fondamentalmente si respirava la stessa aria di entusiasmo che si respira solitamente ai loro concerti capitolini. La particolarità del loro sound sta nell’incredibile facilità con cui le parti melodiche riescono a fare presa negli ascoltatori che li sentono per la prima volta. Peccato che l’italico idioma non sia facilmente esportabile come quello d’inglaterra. La serata non è finita. La vera festa inizia adesso. I Napalm Death, caos non musica. Esattamente come a Roma non si è capita una sola nota. MAI! Un’ora di concerto senza neanche sapere se il batterista stesse suonando un blast beat o delle sestine. Eppure sotto il palco si è scatenata la guerra civile per 60 infiniti minuti. Un’intera ora di pugni, gomitate, calci senza nessun fine. Il vero spirito della danza. Delirio totale su “Nazi Punks Fuck Off” (cover dei Dead Kennedys) e sui pezzi del primo disco. Fino ad oggi il concerto più violento al quale abbia mai partecipato. Resoconto di fine show: occhiali e scarpe semidistrutti, maglietta e pantaloni completamente fradici di sudore, ma ho trovato una spilla dei Marduk per terra (fortunatissimo, eh?). Sul corpo sono pieno di lividi e graffi, ulteriore testimonianza di quanto sia stata cazzuta questa esibizione. Fondamentalmente la bellezza di un concerto di musica estrema è direttamente proporzionale alla violenza del pit. Violenza che nel grind è l’esatta trasposizione della passione di Sinead O’connor nella sua musica. Stanotte si dorme in albergo. Ho ancora litri di adrenalina in circolo nel corpo grazie ai quattro di Birmingham. Buona notte.

[Chris Cornell con la febbre… povera stella] – 14 agosto
Una delle cose che ha cambiato la mia vita fu il video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden. Un bambino di nove anni che nel 1994 vede un video come quello (oddio santo ma quanti anni hai? ndr) ci rimane secco. Per sei anni mi sono ricordato il ritornello di quella canzone senza sapere chi fosse il gruppo a suonarla. Poi lo scoprii e rimasi deluso dai loro dischi, ma non è un problema quello. Il problema è quando il cantante di quel gruppo che ha praticamente rovinato la tua fanciullezza non si presenta all’incontro pianificato dal destino dodici anni dopo il primo rendez-vous. Questa è stata la grande rosicata dello Sziget. Gli Eagles Of Death Metal non sono bastati a farmi passare l’incazzatura. Anche perchè non sono nient’altro che un gruppo southern rock’n’roll con la direzione artistica di Josh Homme (che sui dischi suona la batteria sotto pseudonimo, ndr). Divertenti i primi dieci minuti, ma il resto del concerto lo passo a guardare la gente che fa bunjee. Se non sono bastati gli EODM a farmi riprendere dalla perdita di Chris figuriamoci se una cagnetta come Juliette Lewis poteva riuscirci. Discreta grinta, ma troppo volgare e soprattutto troppo consapevole di essere solo un oggetto sessuale sul palco. Il chitarrista però mi ha fatto ridere in quello che sarebbe dovuto essere il suo momento di gloria. Quel cretino è riuscito a suonare malissimo un assolo ancora più cretino di lui… il pubblico però applaudiva qualsiasi cosa perchè in finale lo Sziget è come stare ad un capodanno lungo sette giorni, quindi famosela pijà bene e applaudiamo tutto. I Killers sono un gruppo con qualche idea molto carina ed un ottimo tecnico delle luci. Ad un concerto in notturna non bisogna mai sottovalutare l’importanza delle coreografie dell’illuminazione, perchè senza di esse il concerto dei suddetti americani sarebbe stato uno show di un gruppo pop rock ben prodotto ma mal arrangiato, nient’altro. L’innominato tecnico è riuscito a svolgere un lavoro sublime alternando colori ad esplosioni di luci bianche che andavano di pari passo con il ritmo della musica. Molto carino il cantante. Carino nel senso che è stato l’elemento di contrasto con l’atmosfera baracus/freakkettona. Un classico bravo ragazzo americano con la faccia pulita e la nomea di buon marito fedele. Anche il modo in cui teneva il palco era accordato al suo modo di essere nella vita: non grinta ma entusiasmo. La festa per me è finita. Per chi rimane continua fino a mattina inoltrata nei tanti afterhour. Parto lasciando un pezzo di cuore ma avendo guadagnato qualcos’altro. Non so cosa, però avete presente quando uno si sente più ricco dentro? Il prossimo anno me vado pure a ripijà er core…!

Andrea Di Fabio

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