Sziget Festival @ Óbudai [Budapest, 10-11-12-13/Agosto/2011]

871

DAY 1 – I comunicati stampa parlano entusiasticamente del giorno zero, in cui Prince, con pretese di biglietto salatissimo, ha intrattenuto 35.000 persone. Soprattutto incensano il lato tecnico audio-video dell’evento mai visto prima a questi livelli in Ungheria. Con queste premesse ci presentiamo al giorno 1, su quest’isola alberatissima, intorno alle 17.30 il clima è freddo e ventoso tanto che il merchandising termina le felpe dell’evento già alle 19.00, segno che in tanti come noi hanno sbagliato la tattica d’armadio. Quando effettuata la registrazione alla tenda stampa ci affacciamo al main stage stanno iniziando i Rise Against, (ci siamo persi Maccabees e Flogging Molly, entrambi già visti in Italia recentemente). La prima impressione è subito un bel muro di suono sprigionato dal mega impianto, anche se il punk/hardcore made in Chicago qui sembra non fare molti proseliti. Decidiamo così di effettuare la prima ricognizione del resto dei palchi anche per capire bene come muoverci nella maniera più intelligente quando nei prossimi giorni ci aspetteranno movimenti serrati da uno stage all’altro. Quindi verso la parte nord dell’isola ci affacciamo nelle aree destinate alla nottata: la Party Arena dove alle 19.30 gli australiani Empire of the Sun illumineranno con i loro suoni e i loro trucchi superfluorescenti i tanti fan dell’elettronica (ad ampio raggio) che da questi parti è genere molto seguito. Ancora più su verso il reggae stage, poi camminando per viale John Lennon ci accorgiamo che ogni pub, attrazione sportiva o grossa bancarella ha il suo impiantino audio con il suo dj che più tardi darà fuoco alle polveri. Nella ricognizione ci spingiamo nella parte più a sud passando nel Blues Pub dove un chitarrista solista dalla Romania, tale Vali “Sir Blues” Racila, sta trasformando il Danubio nel Mississippi, quindi nell’Europa Stage dove un gruppo folk rock polacco: Mitch & Mitch fa agitare un centinaio di persone. Alle 19.30 terminiamo questo primo giro arrivando al Metal Stage dove gli olandesi Within Temptation hanno fatto il pienone di gente, che aspettando i Motorhead si gode la presenza scenica della sorridente Sharon den Adel; a noi italiani viene facile il paragone con Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, e dopo mezz’ora di concerto propendiamo per l’olandese che ha una voce davvero convincente. Anche il resto del gruppo ci regala buone sensazioni soprattutto nella chitarra di Robert Westerholt (la mente dei W.T.) e la scenografia è molto epica, con il batterista e il tastierista alloggiati ai lati di un lungo rialzo alto quattro metri sul quale un megaschermo proietta panorami nordici, uccelli che sputano fuoco e altre cose che restituiscono un atmosfera epic-metal altrimenti lontana da quest’isola tutta fratellanza e natura.

Le otto della sera e la prima corsa da un palco all’altro ci porta al Main Stage dove troviamo gli Interpol che tra la folla riscuotono un buon successo, specie fra gli inglesi. Eleganti, come sempre, partono lanciatissimi e scuotono il pubblico dopo pochi minuti con una brillante ‘Say Hello to the Angels’. Il repertorio è vario e la band è ispirata: oltre a grandi hit come ‘Evil’ e soprattutto ‘Slow Hands’, loro ineguagliato successo dell’autunno 2004, urlata a squarciagola dagli astanti, da segnalare anche ‘Narc’ e una bellissima versione di ‘Not Even Jail’ per non parlare della chiusura affidata a una versione di ‘Obstacle 1’ che fa venire voglia di ricominciare ad assistere al concerto da capo. I newyorkesi salutano con un calore e un coinvolgimento mai visto in precedenza, specie da parte del cantante Paul Banks. Speriamo in un nuovo album degno di nota perché dal vivo restano una band davvero intensa. Rapido cambio di location, di nuovo al palco metal, per ritrovare i Motorhead di Lemmy, che all’alba dei suoi 66 anni, resta una garanzia nel panorama e riesce ancora a trascinare agli show migliaia di persone. Il batterista Mikkey Dee è alloggiato su una pedana alta tre metri sulla cui base campeggia uno striscione con scritto “The world is yours” col celebre carattere motorheadico. Li sentiamo per una mezz’ora e ci accorgiamo che restano ancora gli inimitabili Motorhead che ti aspetti, con le canzoni che si riconoscono anche a un chilometro di distanza.

Ore 21.30 siamo di nuovo al Main Stage per l’evento della giornata: l’attesissima reunion dei Pulp, che tornano allo Sziget dopo nove anni. La line-up è quella del fortunato ‘Different Class’. A nasconderli al pubblico un telo nero trasparente dietro al quale dei caratteri al neon annunciano l’arrivo sul palco della band. Appena il telo viene giù c’è l’istantaneo innamoramento per Jarvis Cocker, il suo look e le sue movenze catalizzano tutti gli sguardi fin dalle prime note di ‘Do you remember the first time?’ brano che apre l’ora e mezza di concerto. E’ senz’altro invecchiato, ma non ha perso una sola goccia del suo very british style, con lo sguardo nascosto dai soliti occhialoni neri (molto nerd), i tacchi e tutto il resto; assoluto mattatore della serata, il resto della band sembra essere imbalsamata, ma l’impatto sonoro è indiscutibile. Seguono ‘Pink glove’, ‘Mis-shapes’, ‘Bad cover version’ e un’annunciata ‘Something changed’ in merito alla quale il cantante ricordando il periodo di assenza dallo Sziget e dalle scene si lascia scappare che molte cose sono cambiate da quel 2002, anno che ha visto la band sciogliersi. Non c’è tempo per la malinconia, come lo stesso Jarvis dice “It’s time to dance” e dopo essersi liberato goffamente di giacca e cravatta ecco partire le prime note di ‘Disco 2000’, il pubblico è ormai estasiato e da qui il resto del concerto scivolerà via troppo rapidamente, sia nelle parti più lente con la chitarra acustica che nelle hit. A salutare il pubblico un’attesissima ‘Common people’ il brano più celebre e fortunato della band a detta dello stesso frontman. Una certezza alla fine di questa prima giornata sta nel fatto che allo Sziget non c’è spazio per i bis, perché finito uno spettacolo ne è già iniziato un altro e perché tutto diventa musica. Da ballare, come il clacson di un auto che tenta di uscire dal festival, ma si ritrova accerchiata da ragazzi che danzano al tempo della strombazzata; o da suonare, come un gruppo di improvvisati “stompers” di un cassonetto metallico dei rifiuti.

DAY 2 – Giornata particolare quella di oggi, basti pensare che nell’arco di 5 ore andremo a toccare generi musicali estremi e agli antipodi. Ma andiamo con ordine, l’arrivo all’isola di Obuda ci catapulta nuovamente in quell’atmosfera di festa alla “volemosebene” che ci eravamo tristemente lasciati alle spalle ieri sera nel viaggio di ritorno all’albergo. Tristemente perché in un’organizzazione eccelsa, di quelle che in Italia nemmeno te le sogni (oggi abbiamo scoperto all’interno dell’area dedicata al festival anche una zona di ascolto gratuita di psicologi, una banca del sangue, una farmacia e tutto ciò che mai vi verrebbe in mente) il problema vero è come abbandonare l’isola. Vari i mezzi a disposizione, ma tra file chilometriche e temperature paragonabili alle nostre in autunno inoltrato, si torna in albergo distrutti e congelati (oggi la temperature fortunatamente è salita).

Dicevamo della festa che è lo Sziget. Il programma odierno è ghiotto e costringe a delle dolorosissime scelte. Si parte alle 17 sul palco dell’A38-Wan2 con gli Xiu Xiu, in formazione ridotta composta dal cantante e chitarrista Jamie Stewart & Angela Seo, la donna dagli occhi a mandorla che sta dietro alle drum machine, ma che ha uno sguardo cattivo che non sfigurerebbe tra gli 88 folli di Tarantino. Il set è oscuro e godibile, difficile immaginarlo a quest’ora del pomeriggio, ma tra i meriti dell’organizzazione c’è anche l’aver messo in spazi al chiuso band che in orari più “mainstream” difficilmente avrebbero trovato posto fra i mille palchi a disposizione. Menzioneremo solo per dovere di cronaca i Good Charlotte: vestiti da skaters, tatuatissimi, ma con un impatto al di sotto delle aspettative, ai quali abbiamo quindi preferito del sano shopping fra gli stands. Alle 19.00 in punto al palco metal per gli Helloween. Le aquile di Amburgo sono da 25 anni su pista e ormai rappresentano un punto di riferimento importante nel panorama power metal, nonostante i molti cambi di formazione attualmente vantano una line-up di primo ordine soprattutto per il drumming alieno di Daniel Loeble (nella band dal 2005), la spaventosa batteria di oggi ha 4 grancasse ed è lecito chiedersi di quanti piedi sia provvisto il batterista tedesco, comunque l’assolo di ben 12 minuti che si spara subito dopo l’epica ‘Eagle fly free’ ha dell’incredibile per velocità, potenza e precisione. Al rientro degli altri 4 è il cantante Andi Deris a dover spiegare che il risultato del sondaggio che avevano fatto sul loro sito, chiedendo quale canzone avrebbero dovuto suonare allo Sziget, aveva dato come primi risultato tre brani che insieme duravano 45 minuti, quindi vista l’impossibilità temporale di onorare verdetto popolare, il gruppo ha pensato bene di riarrangiare un medley con ‘Helloween’, ‘Keeper of the seven keys’ e ‘The king for a 1000 years’, con risultato simile a quanto si può ascoltare (con l’orchestra filarmonica di Praga) sul loro greatest hits dei 25 anni di carriera nel medley intitolato ‘The keepers trilogy’. La platea metal di oggi dà un grande spettacolo di un pubblico appassionato che va dai 7 ai 50 anni di età. Torniamo al main stage dove stanno per esibirsi i Kasabian quartetto inglese che dalla metà dello scorso decennio finisce regolarmente nelle colonne sonore dei videogames di calcio. Abbiamo il tempo di apprezzare ‘LSF’ con Tom Meighan che chiama il claphand prima di rituffarci al metal stage dove suonano i Judas Priest, delle macchine da guerra con l’antiruggine che sconfigge le loro ultrasessantenni carte d’identità considerati, subito dopo i Black Sabbath, tra gli anticipatori e gli inventori dell’heavy metal. Sono anche inventori di un certo abbigliamento fatto di borchie  e pelle che è stato poi unito indissolubilmente al genere e che oggi sul palco è ostenatato alla massima potenza, con tanto di numerosi cambi d’abito, dal geniale cantante Rob Halford che, sebbene calmato della vecchiaia, possiede ancora uno degli acuti più sconvolgenti che si possano sentire su un palcoscenico. Alcuni minuti di ritardo sull’inizio della performance ci costringono a lasciare i Priest prima dei loro pezzi più celebri, per tornare ancora al Main Stage, dove sta per iniziare la lunga serata danzante animata dai Chemical Brothers.

Consolle bene in vista sopra la quale si erge una struttura cilindrica ornata di centinaia di lampadine, schermi laterali spenti e atmosfera di attesa palpitante. I fratelli chimici salgono sul palco col fare tipico dei dj che vogliono sentire l’arena scatenarsi e propongono un frenetico set di un’ora e mezzo, mixando fra loro i vari brani e mandando in delirio l’oceanica folla. Uno spettacolo ben congeniato, specie nell’ipnotica intesa fra musica, luci e immagini, la cui unica pecca è quella di concedere spazi brevi ai brani più celebri (‘Hey boy,hey girl’ durerà appena due minuti) pur di fare entrare il maggior numero di pezzi all’interno del set. Abbandoniamo sul finire il concerto per correre verso il palco Pesti Est World Music Stage appena in tempo per assistere alla chiusura dei Gotan Project affidata ai brani ‘Queremos Paz’ e ‘Santa Maria (del Buen Ayre)’ dal meraviglioso album d’esordio ‘La revancha del Tango’. I presenti si improvvisano tangueri e rimangono incantati dalla musica e dal carisma della magnifica Claudia Pannone, la cui voce effettata avvolge la platea. Scende da uno dei palchi rialzati su cui si trovava con le sue tastiere il fondatore Philippe Cohen Solal che rivolgendosi al pubblico chiede se sia il caso o meno di fare un ultimo pezzo, domanda dalla risposta ovvia, il set si conclude, quindi, con l’annunciata ‘Emigrante’. Nell’incredibile offerta musicale elettronica della giornata c’è ancora tempo per ballare un paio di brani presso la Burn Party Arena. La giornata è stata piena e la stanchezza prende il sopravvento, tempo di rientrare, ma stavolta la fila scivola veloce, si è optato per un comodo taxi.

DAY 3 – Si discute dello schieramento da tenere in questa giornata da molti giorni prima della partenza. Chiameremo questa giornata “dilemma”. Peter Bjorn & John o Deftones? Verdena o Trentemoller? Probabilmente leggendo queste righe riuscireste comodamente ad effettuare una scelta, ma per noi che siamo qui si sta facendo dura. Un po’ perché i nostri gusti musicali sono affini, ma non identici, un po’ perché in questo Sziget finora non ci ha deluso nessuno degli artisti per i quali avevamo deciso di partire. Raccontare di questa terza giornata allo Sziget equivale a dire essere sopravvissuti. Questa, da programma, era senz’altro la giornata più impegnativa per numero di concerti imperdibili. Superati i soliti problemi con i trasporti per l’isola di Obuda ci presentiamo al festival alle 17 inoltrate, giusto in tempo per mangiare un fastastico làngos, una frittella del diametro di un 45 giri con sopra ogni ben di Dio, e trovare spazio sotto al palco del Pop Rock Main Stage per l’inizio del concerto degli Skunk Anansie. Per un momento sembra di trovarsi a casa, incredibile il numero di italiani presenti; a conferma del fatto che la band riscuota maggior successo proprio nel nostro paese dove difficilmente ad un festival avrebbe suonato alle 18. Ad arrivare sul palco per primo è il batterista dalla cresta bionda Mark Richardson, che apre le porte al resto della band che attacca ‘Yes it’s fucking political‘, brano che apriva il glorioso ‘Stoosh’, album ormai quindicenne. A voler fare ulteriormente due conti c’è da chiedersi se la signora Deborah Anne Dyer, per il mondo Skin, non abbia fatto un patto col diavolo, perché a vederla da un paio di metri di distanza non diresti mai sia una classe ’67. Si presenta al pubblico avvolta in una tutina di paillettes nera con un immenso collo di piume e tacchi alti. Come da accordi i fotografi possono ritrarre la band dalla zona a loro riservata solo per le prime tre canzoni e la cantante si diverte ad ammiccare, sorridere, fare facce strane anche per il secondo brano ‘Charlie Big Potato’, la voce di certo non manca e il pubblico è già conquistato. Mollata l’impalcatura di piume, che non dà esattamente l’idea di una gran comodità, segue ‘Because of you’, il singolo della reunion datata 2009 e cantato a gran voce dalla folla, al termine del quale Skin fugge nuovamente dietro al palco per rientrare solo dopo aver mollato i tacchi a vantaggio di un paio di Dr.Martens grigie. Pensavamo, stupidamente, che la scelta fosse per comodità, visto che la voce degli Skunk Anansie non si ferma un secondo sul palco, quando ecco che si butta giù dallo stesso e si fa prendere in braccio dai ragazzi della prima fila (“very strong hungerian boys” li ha definiti), per andare in stage diving, e fin qui niente di strano, la cosa straordinaria e che anche portata in aria dalla folla Skin continua la sua parte cantata senza perdere in intensità e intonazione! Una volta tornata indietro dedica proprio ai ragazzi che le hanno permesso il bagno di folla ‘Hedonism’, cantata a gran voce dal pubblico. Bello spettacolo, numerose le hit in scaletta, così come le incursioni di Skin fra la folla, che due canzoni dopo torna in piedi sulle mani del pubblico, esercizio d’equilibrio da atleta olimpionica, ci sarebbe da spellarsi le mani per la dedizione all’allenamento giornaliero che la leader degli Skunk Anansie dovrà sostenere giornalmente per offrire concerti di due ore a questo livello,ma sono già le 18.50 e dobbiamo lasciare, nostro malgrado, la band inglese per raggiungere velocemente l’Europe Stage.

Tempo di orgoglio nazionalpopolare, fra pochi minuti si esibiranno i Verdena. All’arrivo troviamo già una bella folla ad attenderli, colpo d’occhio assolutamente diverso rispetto a quando ci eravamo affacciati un paio di ore prima incuriositi dalla KILLO KILLO banda (formazione folk rock serba) che si stava esibendo davanti a una decina di persone. Puntualissimi eccoli attaccare con ‘Sorriso in spiaggia pt.1’ e ‘Sorriso in spiaggia pt.2’. Bandiere italiane nell’aria ungherese e tanta voglia di cantare insieme al trio bergamasco, affiancato anche questa volta da Omid Jazi, il tuttofare dietro ai sintetizzatori, ma anche chitarrista e voce all’accorrenza. Il set di appena un’ora e dieci è incentrato su ‘Wow’, il disco uscito lo scorso gennaio e arrivato secondo nelle classifiche FIMI, e su paio di brani dal lavoro precedente ‘Requiem’. Dal più recente troviamo, ‘E’ solo lunedì’, ‘Badea blues’, ‘Rossella roll over’, ‘Lui gareggia’, ‘Loniterp’ ‘Razzi Arpie e Inferno’, mentre dall’album del 2007 ‘Trovami un modo semplice per uscirne’, ‘Muori Delay’ e ‘Canos’. Chiusura con ‘Scegli me’, ‘Miglioramento’ e ‘Isacco Nucleare’. Alla fine della performance la conca dell’Europa stage si è riempita anche di non-italiani che applaudivano convinti. Battute a parte (come quando Alberto dice “Nous sommes Verdenà” come a voler sembrare francesi) l’obbiettivo principale del trio bergamasco, ossia destare curiosità negli extra-italici, possiamo dire sia stato raggiunto. Successo quindi per la prima delle due date fuori dai confini (la seconda sarà in Serbia all’Exit festival) che segna anche l’epilogo di questo lunghissimo ‘Wow Tour’ che da gennaio sta facendo macinare kilometri al quartetto registrando numerosi sold-out.

Alle 20.10 ci catapultiamo nel tendone dell’A38-Wan2 stage dove stanno per salire gli svedesi Peter, Bjorn and John che da Stoccolma approdano a Budapest per presentare l’ispirato disco dei tre pollici ‘Gimme some’. Anticipati da una canzone epica che ricorda la colonna sonora di ‘Rocky’, entrano acclamati dai 4-5mila che affollano il tendone (che da solo è grande come il nostro Tendastrisce grossomodo). L’inizio è affidato a ‘Tomorrow has to wait’ e come da tracklist si prosegue con la solare ‘Dig a little depeer’. Decidiamo quindi di cambiare nuovamente stage per non perderci l’inizio dei Deftones al vicino Metal stage. I 5 ragazzi di Sacramento stanno ancora pazientemente aspettando che Chi Cheng (investito da un’automibilista ubriaco il 4 novembre del 2008) si svegli completamente dal coma (ora è cosciente ma non riesce ancora a comunicare con gli altri) e magari sia in grado di riprendere il suo posto al basso. Nel frattempo anche per continuare a sostenere le spese mediche (proibitive economicamente negli States) continuano il tour che li ha riportati in giro dopo la pubblicazione di ‘Diamond Eyes’. Il primo a salire è il lungo crinito Stephen Carperter, tempo di fare una foto al pubblico sottostante che ecco spuntare gli altri quattro, tutti vestiti di nero, non c’è scenografia; l’unica struttura presente sul palco oltre gli strumenti e gli amplificatori è una gabbia intorno alle spie del cantante Chino Moreno, che in questo modo può correre e saltare sulla struttura metallica per tutto il concerto. Dopo circa 30 concerti visti in questi 3 giorni per la prima volta il suono sembra avere delle imperfezioni e il volume non sufficientemente alto come in tutte le altre performance finora viste, nonostante ciò il metal stage offre un buon colpo d’occhio per tutti i 50 minuti di set che decidiamo di seguire, e anche un buon livello d’agitazione specie sulle più famose (‘My own summer’, ‘Head up’, ‘Minerva’), vola tanta birra (che qui costa meno dell’acqua e ne è stata portata tanta da far bere la Westfalia per un’anno), e ci godiamo una tiratissima ‘Be quiet and drive (far away)’ saltando a tempo prima di arrivare alle 21.25 quando a malincuore lasciamo gli urli di Chino Moreno in sottofondo per l’ennesimo spostamento verso il Main Stage. Sta per iniziare il set dei Prodigy.

Arriviamo e notiamo subito che l’attesa è tanta, molti hanno scelto di passare qui le vacanze soprattutto per la prossima ora e mezza di musica, ce ne accorgiamo anche dal boato che accoglie la band inglese, eh già perché anche se il grosso del lavoro lo fa (com’è logico che sia) nostro signore dei suoni Liam Howlett – che è al centro di una consolle che conta almeno 6 notebook, 4 tastiere-synth e due grossi lettori pioneer-2000, oltre al mixer e chissà quali altre mille diavolerie -, questa volta a differenza di ieri con i Chemical Brothers ci sono anche altri musicisti a suonare sopra al celebre big beat di mister Howlett. Innanzitutto c’è la Les Paul nera di Rob Holliday (ex Marylin Manson) e poi alla batteria le sovrastrutture ritmiche firmate Snell. Ciliegiona sulla torta due performer, ballerini e soprattutto vocalist del calibro di Maxim Reality (con trucco fluo bianco a profusione in faccia e sulle mani) e del supercarismatico Keith Flint con la sua inconfondibile doppia cresta. Il party inizia con ‘Spitfire’ continua con ‘Omen’ cresce con ‘Firestarter’ e si incendia con ‘Breathe’. Le scene sui maxischermi che inquadrano la folla hanno dello spettacolare almeno quanto quello che succede sopra al palco. Rispetto a ieri con i “fratelli chimici” non ci sono video sincronizzati con le immagini né strutture luminose particolari, ma il fatto che sul palco siano 5 e non 2, che non ci sia solo la consolle, e soprattutto che le canzoni siano eseguite per intero, anche con piccole pause tra una song e l’altra come in un concerto e non come in un djset ci fanno eleggere i Prodigy come vincitori del “duello” contro i Chemical Brothers (un palco del genere ci è sembrato un po’ sprecato per un djset, forse è quello il problema anche se la grandezza di Tom Rowlands e Ed Simons è fuori discussione). Tornando a noi, ancora subwoofer sotto sforzo per ‘Voodoo People’ con Maxim che, tra un “Fuck” e l’altro, comanda la folla a piacimento facendola sedere (“Everybody get down”) per poi farla esplodere in un salto a tempo di musica o chiedendo di fare dei “Circles”, vuoti in cui poi correre quando riparte a pompare la musica. In poco più di un ora tutto si esaurisce sul delirante finale di ‘Smack my bitch up’. Due minuti dopo per la prima volta viene smentita anche l’usanza del niente-bis che pensavamo qui fosse una regola ferrea. I 5 rientrano per ‘Invaders must die’ cantata in coro da decine di migliaia di persone e poi ‘Out of space’ con il celebre campionamento di Max Romeo ripetuto ipnoticamente. Appena un’ora e venti, ma le attese non sono state tradite. I Prodigy dal vivo vanno assolutamente visti. Sulla strada del ritorno abbandoniamo l’isola letteralmente invasa da musica elettronica spinta simil-Prodigy in ogni dove e ci convinciamo che i “cittadini” dello Sziget quelli che, oltre ad avere il braccialetto per assistere ai concerti, hanno il bracciale per campeggiare all’interno dell’area del festival, stanotte difficilmente andranno a dormire.

DAY 4 – Sabato per noi è l’ultimo giorno al festival, che si concluderà il giorno seguente con nomi di secondo piano rispetto ai precedenti. Arriviamo al Main Stage alle 16.30 per vedere dal vivo gli Hadouken!, che propongono un interessante rock elettronico invaghito dei Prodigy nei suoni e non solo (dopo averli visti ieri, alcuni piccoli espedienti usati dal cantante James Smith sono proprio copiati con la carta carbone), la bionda tastierista Alice Spooner che con il suo nord stage crea gli striduli suoni di synth che caratterizzano la band di Leeds sembra imbronciata, e come il resto del gruppo si scioglie solo nel finale di questo apprezzato (anche se il pubblico a quest’ora è ancora poco) set da 55 minuti con i due album all’attivo suonati quasi per intero.

Alle 18.00 mentre facciamo giri nelle parti dell’isola che abbiamo visitato meno nei tre giorni precedenti, arriva sul palco principale Kate Nash, classe ’87, frangetta e voce che ricorda qualcosa di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs quando spinge, per il resto non ci attira sotto il palco quindi, dopo aver visto le ultime scene folli di gente mascherata, o truccata in maniera folle (tipo uno vestito da prete con una chitarra e un cartello con scritto in inglese “smetto di suonare per 5 euro o un pompino) si ritorna al Main Stage alle ore 19.45 per assistere alla performance dei Kaiser Chiefs. Ad aprire, è proprio caso di dirlo, le danze dopo una base elettronica che segna l’arrivo della band è ‘Every day I love you less and less’. Segue ‘Little Shock’, brano di apertura del loro ultimo lavoro ‘The future is medieval’, uscito solo un paio di mesi fa e di cui campeggia lo striscione scenografico. Complici le telecamere di MTV, i Kaiser Chiefs realizzano un set molto accattivante, senza lasciare indietro, in appena un’ora e un quarto ogni loro tormentone. Arrivano una dopo l’altra ‘Modern Way’, ‘I predict a riot’, ‘Ruby’. Improvvisamente arriva alle transenne che separano il pubblico dal palco un gorilla in stage diving, nulla di anormale dopo quattro giorni di festival in cui abbiamo capito che la maschera è praticamente d’obbligo, i cinque restano invece sbigottiti e si indicano tra loro la scena prima di attaccare ‘The angry mob’. Ancora spazio all’ultimo lavoro con ‘Starts with nothing’ e chiusura affidata a ‘Oh my God’ cantata insieme al pubblico e allungata nel suo ritornello fino all’ossessione. La prima e unica volta che avevamo assistito a un concerto della band di Leeds era stato nel lontano 2005 al Circolo degli Artisti di Roma, forti del successo di un paio di singoli del loro ‘Employment’. Nel frattempo i cinque sono cresciuti davvero tanto sotto l’aspetto live. Il cantante Ricky Wilson, come allora, non si risparmia verso i fan che sono numerosi, lanciandosi più volte giù dal palco per cantare in mezzo a loro e proprio sull’ultimo brano urla a gran voce dai diversi settori del pubblico correndo numerose volte avanti e indietro da un bordo del palco (dove campeggiano i maxischermi) all’altro, facendo impazzire i cameraman e arrivando a fine set sudatissimo e distrutto. Ma felice. Una bella immagine che ci portiamo dietro, di questo pubblico di oggi, è una carrozzina per disabili con una sorridente ragazza ungherese presa dalla terrazza per i portatori d’handicap e portata sulle mani della gente fino a sotto il palco, con applausi convinti di tutta l’arena a questa persona dal coraggio speciale.

Piccola escursione allo stage metal dove ci sono i Lostprophets come attrazione principale della giornata,  un buon seguito di alcune migliaia di persone che si scatenano, anche se il loro tipo di nu-metal (quello col doppio cantante e il dj che screcha sui vinili) attualmente sembra un po’ fuori moda, mentre ascoltiamo uno degli ultimi successi ‘It’s not the end of the world, but i can see it from here’ ci dirigiamo di nuovo al main stage per i 30 Seconds To Mars che hanno tenuto a informare i giornalisti di non volere assolutamente autorizzare nè foto nè video, Jared Leto si presenta con un tunica nera senza maniche con una coda che quando corre sembra un mantello da supereroe, i suoi occhioni blu sono nascosti da dei grandi occhialoni neri, l’impatto della band è di quelli importanti, anche se qui si punta forte sull’immagine da figo hollywodiano, e il pubblico è composto in larghissima parte da teengers autoctoni, rimane difficile trovare un difetto alla voce di questo ragazzo che non dimostra per niente i suoi quasi 40 anni, la scenografia e le luci sono una parte importante dello spettacolo, che però decidiamo di non goderci stasera, perché in contemporanea al quintetto di Los Angeles, al parco della World Music c’è il maestro Goran Bregovic.

Vederlo nel cuore dell’Europa dell’est è uno spettacolo doppio, la sua band ha una composizione strana per noi occidentali, ci sono infatti 5 ottoni, due basso tuba per l’inconfondibile tum-pa-tum-pa-tum-pa, due trombe e un sassofono, vestiti in camicia bianca e gilet nero, poi due coriste con abiti folkloristici, nel mezzo un cantante con una voce tipicamente mediorientale e la gran cassa suonata come si fa nelle bande di paese. E poi c’è il carisma cattura-sguardi del maestro in completo bianco elegantissimo, che resta seduto tutto il tempo, con i suoi movimenti sempre solo accennati dirige l’orchestra, il pubblico anche dà spettacolo, con rappresentanze di tutti i popoli est-europei che sono in visibilio per questa musica balcanica super sincopata con cui è difficile restare fermi. L’ora di concerto a cui assistiamo è un continuo crescendo, di successi o di canzoni prese dalla tradizione popolare, fino alle undici meno dieci quando a sorpresa risuonano i versi, di ‘Bella Ciao’ il più importante canto partigiano nostrano, e vengono i brividi a sentire tutti questi ragazzi dell’est cantarla all’unisono quasi fosse un inno nazionale. Poi la fine della fine è affidata come ci si aspettava a un pezzo chiamato ‘Kalàsnikov’, sulle cui note, come dice giustamente il maestro “if you don’t go crazy, you’re not normal”, le scene di festa sono diverse da quelle di un concerto rock, i movimenti sono diversi, la cultura da cui proviene questa musica è lontana. Ma per chi ha l’intelligenza di apprezzare cose diverse questo è uno spettacolo assoluto. Di grandissima precisione e livello musicale nelle strettissime variazioni di note, e anche nella mai banale composizione ritmica di Goran Bregovic, che resta indiscutibilmente uno dei grandi compositori europei contemporanei.

Sabato giorno di chiusura per quanto riguarda la nostra prima esperienza allo Sziget. Tempo quindi di tirare i bilanci di quest’avventura. Partiamo dai numerosi aspetti positivi. Questo festival è magnifico, organizzato nei minimi dettagli e con degli impianti perfetti (viene da chiedersi se l’unico concerto che abbiamo trovato da un punto di vista audio discutibile, ossia quello di ieri dei Deftones, non sia stato una scelta della band o un errore del loro fonico). Se sei sul fondo del fondo dell’arena a berti una birra o a farti acconciare i capelli bizzarramente in cambio di quattro caffè di una multinazionale di cui non faremo il nome, l’acustica è pressoché la stessa rispetto a chi è in prima fila a sgomitare. E questo per noi che siamo abituati ben diversamente è lampante essere un pregio. L’atmosfera è festosa ma, nonostante i quintali di alcool a disposizione, mai molesta. La polizia è presente, ma sembra anche essa molto tranquilla. Non devi girare per l’isola con soldi cash perché tutti gli stand, quelli gastronomici come quelli di memorabilia e t-shirt, accettano solo pagamenti attraverso una carta magnetica (la meta card) che ritiri e ricarichi quando vuoi gratuitamente. Questo non solo comporta sicurezza, ma anche una certa velocità nei pagamenti; avete presente le tipiche scene: “allora sono 11 euro e 26 centesimi, avrebbe per caso un euro e ventisei spiccio?”. Qui invece le file non ci sono mai e l’offerta alimentare è imbarazzante, e per tutti i gusti con una ventina di ristoranti diversi, etnici e vegano compresi. I prezzi delle bevande sono pattuiti, tutti gli stand fanno pagare allo stesso costo l’abbeveraggio, diversi invece fra loro i costi di panini, pizza e altro ma tutto davvero molto accessibile (se ci state facendo un’idea ricordatevi i langòs!). Inoltre per chi ha campeggiato qui, vivendo una settimana intera sull’isola ci sono spazi sportivi e ricreativi di ogni genere, dal bungee jumping agli scacchi, e questa atmosfera generale d’altri tempi che non rende poi così tanto bizarra la definizione di “Woodstock sul Danubio” che questo festival si porta dietro. Quelli che il prossimo anno avranno le ferie poco prima di ferragosto, e che riescono a premetterselo, prendano in considerazione l’ipotesi di farsi qualche giorno allo Sziget festival perchè alla fine calcolando tutto (viaggio compreso) si spendono dai 500€ – se si vuole risparmiare e campeggi sull’isola – ai 700-800€ se si sceglie un albergo e visiti anche la città.

Giovanni Cerro