Sylvie Courvoisier Quintet @ Auditorium [Roma 17/Maggio/2008]

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Negli ultimi anni ha preso sempre più piede il luogo comune che afferma: “la musica è una, non ha senso dividerla in generi, l’unica distinzione praticabile è tra musica bella e musica brutta”. La distinzione tra generi musicali è tutt’altro che superata: basti pensare al fatto che il pubblico del pop non sempre coincide con quello del jazz, e questo si distingue a sua volta da quello della classica. Esistono inoltre delle differenze linguistiche specifiche che confermano la legittimità di tale suddivisione. Fatta la premessa, chiariamo subito che l’esibizione di Sylvie Courvoisier è stato uno splendido concerto di classica contemporanea, ovvero una musica scritta dalla pianista newyorkese (cinque composizioni, compreso il bis) che si rifà alle tecniche e al linguaggio della tradizione classica occidentale, arricchite però da apporti stilistici contemporanei e suggestioni provenienti da altri linguaggi musicali (leggasi Ikue Mori, ex DNA, all’elettronica, gli innesti jazz e free nell’intelaiatura complessiva dei brani). Ed ovviamente, la suddivisione della musica in generi ed etichette non esclude la possibilità di una interazione creativa tra gli stessi: la contaminazione, quando è prodotta da un genuino spirito di sintesi, costituisce una delle cifre caratteristiche di una parte della cultura postmoderna. Ed è così che l’ensemble guidato dalla Courvoisier, piano, violino, cello, batteria, laptop, produce una musica vicina alle cosiddette avanguardie del 2000. Le cinque lunghe suite (12/15 minuti di media) dal suono molto controllato, celano al loro interno dimensioni free che tendono ad un presente di militanza sperimentale (le frequentazioni Zorniane, i collettivi free form che si esibiscono al Tonic di New York). Tranne che nel bis, prevale sempre l’equilibrio dell’orchestrazione e dell’ensemble (affidata alla guida sicura di Feldman e della moglie al piano) sulle spinte improvvisative, pressoché limitate ad alcuni interventi solistici della stessa Courvoisier e di Cleaver alla batteria. Un mondo di suoni complessi, sofisticati e originali, una performance di pura contemporanea, per un ora e venti di esibizione. Eventi rari e talvolta poco seguiti. Infatti la sala era, ahimè, terribilmente vuota.

Gaetano Lo Magro

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