Swervedriver @ Traffic [Roma, 13/Novembre/2015]

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Purtroppo questa serata rimarrà impressa nella memoria per la drammaticità e l’impatto di ben altri eventi. Mi è anche difficile scriverne, dato che la notizia mi è giunta diverso tempo dopo l’inizio degli eventi, nel bel mezzo dell’esibizione degli Swervedriver. In ogni caso, siamo qui per celebrare il ritorno sulle scene di una band che, per un motivo o per l’altro, è stata messa ai margini di una scena, quella shoegaze, nella quale è stata d’altra parte obtorto collo inserita. Siamo al crocevia tra le istanze più sognanti ed eteree delle band di marca Creation Records e il chitarrismo più vitale e trascinante à la Dinosaur Jr., semmai. E nonostante questo stiamo comunque parlando di un unicum, una band che è riuscita a imporre tutta la propria personalità. A maggior ragione con il ritorno discografico di quest’anno, ‘I Wasn’t Born To Lose You’, disco stupendo e ispirato, per chi scrive. Peccato che non tutte le ciambelle riescano col buco, e qui stasera il buco lo si è fatto nell’acqua. Ad anticipare gli headliner in un Traffic alquanto desolato, intervengono prima i The Hand e quindi i Divenere. Dei primi arrivano purtroppo solo gli ultimi vagiti di un’elettronica piuttosto oscura. L’esibizione dei Divenere la seguiamo invece nella sua interezza e ci sembra niente male. È ancora evidente in alcuni aspetti una certa mancanza d’esperienza e qualche imperfezione, ma nel complesso la band si comporta bene e porta a casa il risultato.

Col tempo l’affluenza di pubblico non migliora e forse si sono già diffuse le tragiche notizie di Parigi. L’attesa si fa quasi estenuante e siamo ben oltre la mezz’ora dopo la mezzanotte quando finalmente Adam Franklin e soci mettono piede sulle assi del palco. Non saprei dire bene se siano più scazzati o alticci, né se le cause siano da attribuire a fattori esterni o alla resa acustica del locale. In ogni caso, si parte con quella che è già entrata di diritto nel novero dei classici della band. ‘Autodidact’ è un pezzo di classe cristallina: non aggiunge niente di nuovo a quanto già espresso dalla band (e da altre affini) vent’anni fa. Eppure omaggia quei canoni estetici che la rendono sicura, primordiale, eterna. Questo sogno a occhi aperti s’infrange purtroppo con la dura realtà dei fatti, che si sostanzia in volumi eccessivi e bilanciamenti sballati che distorcono completamente i preziosi scambi di chitarra tra Franklin e Hartridge, unici membri originali del gruppo. Il castello incantato non si sgretola ma vacilla sensibilmente di fronte a quell’affronto sonico ai danni di un brano così bello. Purtroppo la situazione non migliora e non migliorerà granché. Cambiamo posto sistemandoci col mixer a favore, dove qualche miglioramento lo si apprezza, ma non più di tanto. Dal nuovo disco vengono mandate agli archivi anche ‘For A Day Like Tomorrow’, ‘Everso’ e ‘Deep Wound’ tra le altre, ma l’impressione è che l’omaggio del pubblico venga reso più alla band e ai suoi pezzi che alla riuscita dell’esecuzione. Un applauso sulla fiducia, insomma, vista l’acustica infelice e una band non proprio in grande spolvero. Non può mancare ‘ Son Of Mustang Of Ford’, il pezzo che fece la (poca) fortuna della band e che tutto sommato riesce meglio di altri, anche se quei Vox e le loro distorsioni calde sul palco soffrono non poco lo stridio cui sono sottoposte. Qualche encore e la sufficienza viene portata a casa. Ma giusto quella. Un’esibizione condizionata da diversi intoppi: la lunga attesa, l’acustica non all’altezza, una serata no della band. E non ultimo, il pensiero che corre a un’altra sala da concerto, dove l’orrore si è manifestato nella sua veste più cruenta ed efferata. Destabilizzati.

Eugenio Zazzara

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