Swans @ Villa Ada [Roma, 15/Luglio/2015]

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Sono giunto a Villa Ada in compagnia di una donna bellissima e molto paziente, in mano avevo un bagaglio di vibrazioni negative da record, arrivando a sfiorare pensieri degni del Bill Foster di “Un giorno di ordinaria follia”, per fortuna c’era lei a mitigare il tutto. Dopo una giornata all’insegna dello stress metropolitano, infine sono bastati i cristallini accenni di percussioni e slide guitar che arrivavano alle nostre orecchie mentre percorrevamo il sentiero lungo il laghetto, appena in tempo per l’inizio di un’altra esperienza dal sapore sciamanico. Ho sentito il bisogno di tirar fuori un urlo liberatorio, poi ci son stati solo gli Swans. Ho realizzato come, in fondo, un palco vicino a un lago fosse il luogo ideale per dei cigni maestosi, non solo per il rimando a un famoso balletto, per liberare in pieno tutta la loro dolce violenza purificatrice, non costretta stavolta da pareti né dal caldo asfissiante: se lo splendido concerto al Circolo di qualche mese fa era stato quasi un’iniziazione ad un rito pagano, stasera si è trattato di un sermone marziale in una unione con gli elementi della natura: terra, acqua e un’aria più fresca delle ultime sere li ha serviti in dono la location, al fuoco ci hanno pensato Michael Gira e i suoi compagni, a cominciare dai suoni scintillanti, perfetti e con le onde sonore in piena libertà di espandersi nell’ambiente circostante e rendere meno sofferta l’Esperienza, a partire dal drone già descritto sopra, degna introduzione alle schegge di paranoia elettrica di ‘Frankie M’. ‘A Little God In My Hands’ mi ha visto perfino cantare provando a emulare quella vena schizoide, quasi un ghigno beffardo in musica, del sacerdote Gira: “Forever lazy / Forever crazy / Forever holy…” e così via, su quella irresistibile ripetizione di due accordi. La parte centrale del concerto è imperniata su due composizioni apparentemente inedite ma già plasmate nei concerti degli ultimi mesi e probabilmente parte del prossimo lavoro della band: ‘The Cloud Of Unknowing’ è pure mistica, il cui crescendo mischia pochi accenni di post rock sognante presto annegato in un’atmosfera da incubo, culminante solo dopo alcuni minuti nelle lugubri invocazioni di Gira che continueranno ad aleggiare sul brano sia nella successiva e più nevralgica parte che nel finale più diradato. In poche parole: gli Swans in tutto il loro splendore, con le fasi strumentali spesso lentamente in crescendo con ripetute iterazioni di accordi, a partire da ambience più soffuse fino ad aggiungere via via strati per poi far precipitare il tutto con bordate di rumore, chitarre al massimo, tom e piatti come pugni in faccia e il basso da far tremare il cuore, arrivare in cima e poi ridiscendere a volo radente tra le macerie. In mezzo, tocca ribadirlo, Michael Gira, sempre concentrato, a volte con gli occhi chiusi e con le braccia ad allungarsi in più direzioni, quasi a dirigere i compagni o a farsi semplicemente trasportare.

Ottimi crescendo strumentali a base di limpide chitarre fino all’esplosione di distorsione e al finale quasi in solitaria voce e chitarra di Gira anche in ‘I Forget’, eseguita dopo lo pseudoblues psicotico e disturbante di ‘Just a Little Boy (For Chester Burnett)’. A suggellare la serata, l’epica assoluta di ‘Bring The Sun’, monumentale sin dallo squarcio strumentale che spazza via la quiete dell’intro e da la misura di cosa voglia dire potenza e intensità in musica, il tutto da una formazione rodata e attenta a cesellare ogni minimo dettaglio sonoro, dagli ornamenti dell’imponente strumentazione di Thor Harris ai misurati echi della splendida Telecaster di Norman Westberg. L’incedere poi dolente del brano tramuta nell’ hardcore garage di ‘Black Hole Man’ prima del lunghissimo finale con i cinque strumentisti più che mai in semicerchio e con gli occhi fissi su Gira che scatta verso la sezione ritmica Puleo-Pravdica per “chiamare“ l’ultima sfuriata più volte, ancora e ancora. Finché non finisce davvero e un orgoglioso e stavolta sorridente Gira non introduce tutti i membri della band che salutano il pubblico con più inchini. Un concerto degli Swans non è un’esperienza facile, come la loro musica del resto, ma decidere di farsi travolgere può rivelarsi una vera epifania.

Piero Apruzzese

Foto dell’autore

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