Swans + Pharmakon @ Circolo Degli Artisti [Roma, 11/Ottobre/2014]

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Lo so, a volte ci metto giorni per scrivere un report ma dubito di averci mai messo tanto. Semplicemente, a parte il mio solito procrastinare, questa volta avevo davvero bisogno di ripensarci in maniera serena a un’esperienza così, a fare i conti con me stesso trovandomi nell’impossibilità di renderla come meriterebbe, a evitare ancora una volta i rimpianti per aver atteso troppo a lungo per concedermi un’epifania con una band così micidiale, a cercar di ricordare, senza riuscirci, da quanto tempo un concerto non mi avesse lasciato così tanto dentro. Mi scuserete se di seguito doveste trovare solo un mucchio di ovvietà ma la verità nuda e cruda è che gli Swans sono una band fantastica e il loro live di una bellezza non convenzionale, “oltre” per raison d’être, estremo e ammaliante. Non che mi aspettassi da meno dopo il mastodontico ‘To Be Kind’, ennesimo lavoro straordinario della “seconda” vita della band, rinata, riplasmata dal deus ex machina Micheal Gira un lustro fa. Sì, avevo grosse aspettative ma tutto è andato in frantumi, dissolto, annichilito oltre ogni previsione.

Dirigendomi al Circolo, mi tiro dietro una coppia di ragazzi serbi che cercavano via Casilina Vecchia e stavan quasi per salire sul 105 che li avrebbe portati decisamente altrove. Ritiriamo biglietti prenotati e accrediti superando la fila di quanti, invano, attenderanno per un ticket, e mi ringraziano offrendomi un drink e discutiamo scoprendo gusti musicali affini, con l’immancabile “celo/mimanca” concertistico a cui presto avremmo tutti quanti aggiunto pure Steven Patrick M. dopo Gira & co. (qui il report firmato a quattro mani con Andrea Lucarini). Tutto ciò, però, fa scordarci del fatto che l’esibizione di Margaret Chardiet aka Pharmakon fosse già iniziata e da tanto: entrando in sala, lei è giù dal palco, avvinghiata dal cavo del mic in cui vomita urla e strepiti lancinanti che si stagliano su una distortissima base industrial a tinte scurissime. Un impatto scioccante che desta curiosità ma lo stordimento non dura che un paio di minuti, gli ultimi del tempo concessole. Un vero peccato ma la certezza, ancora una volta, della bontà assoluta delle proposte di casa Sacred Bones, label che ha pubblicato anche il suo recente, ulceroso ‘Bestial Burden’.

A poco a poco, salgono sul palco i membri degli Swans: Cristoph Hahn ha l’aria scazzata, mastica nervosamente un chewing gum e si siede alla sua postazione davanti alla lap steel guitar ma si scioglie in un sorriso e un saluto verso un fan. Quasi assieme a lui sale Phil Puleo che si accomoda alla batteria mentre il poco spazio alla sua destra, tra il drumset e il mixer di palco, è occupato dalla strumentazione variegata del villoso Thor Harris, nomen omen visto che tra altri tamburi, glockenspiel, un trombone, lo si vedrà armeggiare anche un martello con cui percuoterà dei tubular bells, non bastassero chioma e barba fluenti a conferirgli un’aura mitica. Sono loro tre a cominciare a preparare il rito, con il tappeto ambient di ‘Frankie M’, via via più stratificato dall’ingresso di Norman Westberg che sembra uno Stan Laurel sconvolto (ben poco, dato che indosserà la stessa espressione per tutto il set) in canottiera e chewing gum e Chris Pravdica, il più giovane e più energico del gruppo. Una volta che i sacerdoti son disposti, manca solo il grande officiatore. Micheal Gira ha un magnetismo e un carisma singolari, si guarda subito intorno e molto garbatamente chiede a una ragazza di metter giù lo smartphone con cui scattava foto. Poi imbraccia la sua chitarra e la multiforme poesia degli Swans comincia a prender forma. Non ci può esser spazio per imperfezioni, Gira se ne accorge e riprende almeno tre volte Hahn che pure da quella lap steel tira fuori scenari sonori sconfinati. Il Circolo piomba in una dimensione lunare, le geometriche ripetizioni chitarristiche fanno da contorno agli scintillanti e sempre più presenti colpi sui piatti. E quando il soundscaping diventa avvolgente al punto da non dar via d’uscita, ecco la sferzata definitiva, i volumi si alzano con ‘She Loves Us’ e la voce cavernosa e declamante di Gira: per chiudere l’inizio di una celebrazione l’”Hallelujah!” in coda al brano è sinistramente efficace. Da quel momento in poi sudore, sofferenza per i timpani, mitigata in parte dall’utilizzo di tappi solo nei momenti al limite, ma occhi e orecchie rivolte solamente al palco. Bisogna vedere e bisogna sentire, quasi un atto di purificazione. Per “esser gentili”, gli Swans eseguono ‘A Little God In My Hands’, un quarto d’ora assoluto, dove il ritmo statico della batteria fa da contraltare a layer di chitarra sempre più densi e fitti, veloci e dolorosi e ancora una volta a svettare il canto paranoide di Gira. L’unica concessione al passato, pur recentissimo, è ‘The Apostate’, dal monolitico ‘The Seer’ di due anni fa, quasi un’oasi salvifica. Ma è con il blues malato e dissonante ‘Just a Little Boy (For Chester Burnett)’, che il concerto tocca l’apice, la sofferenza che diventa epifania, il fantasma di Howlin’ Wolf evocato dagli Swans a suon di volumi e con quella richiesta di bisogno d’amore da un Gira sciamanico, a braccia larghe e sorriso disincantato. Basterebbe questo e le mie ripetute esclamazioni di stupore che non riesco neppure a sentire. Invece c’è ancora un’ora splendida, con una suite lunghissima attorno a ‘Bring The Sun’, tra amplificatori, soprattutto quelli di Pravdica che sembrano sul punto di esplodere e  come suonerebbe il krautrock se fosse immerso in un oceano di noise e poi traslato in una foresta. E il guru, sempre più immerso nel suo messaggio, le braccia in movimento come serpenti sinuosi, qualche passo a ritmo come ipnotizzato e ancora quel sorriso magnetico e l’impressione di aver sempre tutto sotto controllo eppur di lasciar scorrere cotanto flusso di suono e rumore, mai così yin & yang. E va tutto bene, nonostante il sudore che gronda e le orecchie che sanguinano. Maestosi, inarrivabili Swans.

Piero Apruzzese

Foto di Flavio Belloni

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