Suuns @ Monk [Roma, 8/Giugno/2016]

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C’è una scena o è tutta scena? Mentre dall’altra parte della città vanno in scena dibattiti sull’indie e il mainstream, al Monk le chiacchiere lasciano il posto alla musica, quella suonata. L’appuntamento con i Suuns consola in parte tutti quelli che in questi giorni non si trovano al Beaches Brew di Ravenna (uno dei migliori festival italiani) e che stanno vedendo crescere la realtà del Rome Psych Fest, che ha sponsorizzato il concerto di questa sera. La psichedelia è un concetto caleidoscopico e mutante, i Suuns non sono un gruppo “puramente” psych, ma attirano lo stesso molti fruitori ed esponenti del genere. Il loro stile ipnotico ed estraniante si fonda su sonorità sintetiche e moderne che si dilatano nello spazio circostante regalando spunti di acida sperimentazione. Con beneficio di inventario si potrebbero descrivere come una sorta di versione più “orecchiabile” dei Liars e più “dolce” dei Soft Moon, con la voce che ricorda quella dei Black Angels. Sommariamente le loro tracce tendono ad essere caratterizzate da una batteria (a cura di Liam O’Neill) dritta, perentoria e regolare, come i tamburi che dettavano i tempi agli schiavi addetti a remare sulle imbarcazioni degli antichi romani e con dietro un muro di synth orchestrati da Max Henry, il cui impatto è paragonabile a una vigorosa manata in faccia. La chitarra di Ben Shemie è tendenzialmente votata all’effettistica, con una spiccata propensione noise, per quanto non disdegni all’occorrenza anche aperture che proiettano il mood dell’ascoltatore su atmosfere meno dark rispetto al leitmotiv dominante, coadiuvato anche da Joe Yarmush (che si divide tra chitarra e basso) con ritmiche che a tratti ricordano quelle ossessive ed ammalianti dei Follakzoid e che fanno ondeggiare di gusto il pubblico. La presenza scenica e la coreografia rispecchiano anch’esse piuttosto fedelmente la proposta musicale, alle spalle della band di Montreal infatti dominano la scena dei gonfiabili bianchi che compongono la scritta Suuns (con questo non voglio dire che siano dei palloni gonfiati eh) che cambiano colore insieme alle luci posizionate sotto di essi e che, dal momento in cui Shemie chiede di spegnere tutti gli altri fari, restano l’unica cosa appariscente sul palco. La band da l’idea di essere perlopiù statica e concentrata mentre suona, salvo lanciarsi in raptus di trascinante isteria sonora, specialmente da parte del frontman Ben Shemie, che spesso e volentieri se ne va verso il suo ampli e ci struscia sopra le corde per raggiungere il climax della rumorosità. La setlist favorisce, come naturale che sia, la produzione più recente della band canadese, ‘Hold/Still’, uscito da pochi mesi, con diversi pregevoli innesti anche dal lavoro precedente, ‘Images du Futur’ (2013), tra cui ‘2020’ che probabilmente è il brano più rappresentativo dei Suuns, non manca lo spazio anche per un paio di “ricacci” eccellenti da ‘Zero QC’ (2010), forse troppo pochi per l’attento pubblico del Monk, che a fine show probabilmente sperava almeno in un paio di bis in più, ma che esce comunque molto soddisfatto della prestazione a cui ha assistito.

Niccolò Matteucci

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