Suuns @ Monk [Roma, 29/Marzo/2018]

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I Suuns sono un quartetto di Montreal formato da: Ben Shemie chitarra elettrica e voce, Joseph Yarmush chitarra elettrica, Liam O’Neill batteria e Max Henry basso e tastiera. S’inseriscono nel folto calderone neo-psichedelico contemporaneo, riuscendo ad emergere grazie ad un’insana ed efficace commistione tra krautrock, post-punk e art-rock, che ha trovato compimento con la pubblicazione di cinque album, tutti per Secretly Canadian. In realtà sono quattro in proprio ed uno in collaborazione con Radwan Ghazi Moumneh, loro storico tecnico del suono e attivo artisticamente con il moniker di Jerusalem In My Heart. I quattro canadesi esordiscono con l’acerbo ed affascinante “Zeroes QC” nel 2010, che gli procura un buon riscontro. Si affermano nel 2013 con il più maturo ed ispirato “Images Du Futur”. Dopo una gestazione durata tre anni, pubblicano nel 2015 il meraviglioso album condiviso con Moumneh accennato precedentemente, che sancisce un aumento progressivo della componente elettronica nel loro suono. Con “Hold/Still” del 2016, inizia il sodalizio con John Congleton alla produzione, che ha collaborato tra gli altri con Swans e St. Vincent. Il disco mantiene una profonda coerenza con il passato, evidenziando con un approccio digitale maggiore, quelle coordinate oscure ed esplosive proprie della band. L’ultimo della serie s’intitola “Felt”. Uscito all’inizio di questo mese, è stato prodotto sempre da Congleton e presenta alcune novità stilistiche. La componente kraut si fa ancor più marcata e quella wave sovrasta l’approccio indie rock precedente. Gli arrangiamenti diventano più prevedibili e meno effervescenti, ma non per questo perdono interesse e potenzialità.

La data romana del tour promozionale del nuovo album è inserita negli appuntamenti delle Rome Psych Fest Nite. Si tratta di una serie di tappe di avvicinamento a quella che sarà la terza edizione del festival capitolino di musica e cultura psichedelica, prevista in autunno nelle sale del Monk Circolo Arci. L’apertura della serata è affidata a Mai Mai Mai, ovvero lo pseudonimo con cui Tony Cutrone (ex Hiroshima Rocks Around e agitatore culturale nel Circolo Arci Dal Verme) è diventato una delle eccellenze della psichedelia oscura italiana. Tre album all’attivo: “Theta” del 2013, “Delta” del 2014 e “Phil” del 2016. Quaranta minuti in un flusso sonoro unico, di matrice sperimentale ed elettronica e dal contenuto denso, abrasivo ed ipnotico. Un sapiente connubio tra suggestioni etniche trasversali, l’uso di field recordings, drones da dark ambient, pattern di ritmica destrutturata e attitudine impro noise. Chino sulle sue macchine e indossando il solito cappuccio nero, onora al meglio il secondo palco della sala principale, supportato da visuals geometrici e colorati, che si adattano perfettamente al mood dell’esibizione. Un substrato apparentemente ostico, ma che è familiare in ognuno di noi e si manifesta tra le pieghe più nascoste del nostro inconscio. Davvero notevole.

Cinque minuti dopo le 23 e i Suuns salgono sul palco. Al mixer troviamo Moumneh, elegante e sorridente, con gli occhiali da sole graduati e un bicchiere di vino rosso. Il concerto si apre come il disco nuovo, ovvero con una versione sbilenca e sorniona di “Lost No Further”. Il pubblico li accoglie calorosamente e il colpo d’occhio è buono, così come le luci e l’audio. Non hanno proiezioni, ma un fondale fisso che raffigura un suggestivo olio su tela. “X-ALT” parte con un lungo feedback, seguito da un motorik elettronico crescente, con sferzanti inserti noise. La voce è effettata e conserva sfumature psych e kraut. “Watch You, Watch Me” dal vivo sembra quasi shoegaze, ma incline all’esempio del miglior cosmic sound. “Baseline” è proto wave, che si abbandona ad una dance minimale proveniente da una balera astrale. La doppietta che segue ci riporta ad “Hold/Still”. “Instrument” è un downbeat effettato e cerebralmente avvolgente, mentre “Translate” è uno psych-rock rotondo e coinvolgente, dall’andamento deciso e dalla grana grossa. Con i due brani successivi invece si torna indietro fino ad “Image Du Futur”. “2020” è ammiccante ed insidiosa allo stesso tempo e “Powers Of Ten” si palesa in uno stagno noise, per poi emergere con impeto sonico e marziale. Dopo la parentesi amarcord si torna all’attualità. “Control” si fa intimista e confidenziale, sospesa in un profondo alone alieno. “Make It Real” è il singolo e in quanto tale mantiene un appeal più friendly e una bassline più ruffiana. “Daydream” è un punk noise reiterato e veemente dall’alta gradazione alcolica e “Peace And Love” è un electro beat che ammalia e smussa minuziosamente gli angoli. A questo punto ringraziano e salutano i presenti, prima di eseguire una bella versione di “Pie IX”, tratto dall’esordio “Zeroes QC”. Il brano e un electro wave psichedelico che conquista per immediatezza e sinuosità, accompagnando delicatamente il pubblico in un canto e un ballo del tutto liberatorio. Chiudono così settanta minuti di set e nonostante la timida richiesta di encore, se ne andranno senza concedere alcun bis. Concerto assolutamente di livello, ma meno folgorante che in passato.

Cristiano Cervoni

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