Suuns @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Novembre/2013]

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È un Circolo degli Artisti gremito ma non troppo quello che accoglie il ritorno capitolino dei canadesi Suuns, a distanza di pochi mesi dall’esibizione al Lanificio in compagnia del connazionale Mac DeMarco e dallo sfortunato show sotto la pioggia al siciliano Ypsigrock. Forti di un album splendido come ‘Images du futur’, maturo follow-up dell’ottimo esordio ‘Zeroes QC’ datato 2010, la band può tranquillamente considerarsi tra le conferme più gradite di quest’annata. Attendiamo quindi con la giusta trepidazione l’inizio del concerto mentre sul maxischermo all’esterno del locale di Via Casilina Vecchia scorrono le immagini calcistiche di un pareggio in fondo incolore tra Italia e Germania. A pochissimi minuti dalle 23, il quartetto di casa Secretly Canadian sale sul palco, accompagnato da un’intro di gusto mediorientale (Soundhound ci svelerà che trattasi di ‘Koll Lil-Mali7ati Fi Al-Khimar Al-Aswadi’ di Jerusalem In My Heart, progetto avant-folk libanese di stanza a Montreal). Ben Shemie alla voce e alla chitarra, Joseph Yarmush alla chitarra (talora al basso), il possente Liam O’Neill alla batteria e Max Henry ai synth e all’ambaradan elettronico nonché al basso. Un mare di noise ci accoglie alla fine dell’introduzione, prima che il concerto abbia il suo incipit con ‘Powers Of Ten’, opener dell’ultimo disco. L’impressione è che i suoni siano ancora un po’ impastati, ma è una sensazione che scivola via ben presto. Poche luci rosse e blu illuminano i musicisti, per il resto tendenzialmente celati in una semioscurità che stimola poco l’apparato visivo e attiva maggiormente quello uditivo, com’è giusto che sia dinanzi ad una proposta così totalizzante quale quella dei Suuns. Una band che ama definirsi semplicemente rock, ma che in sé racchiude un’originalità impareggiabile. Difficile accostare altri gruppi a quanto suonato da Shemie e soci. La voce di Ben, spesso una sorta di strumento aggiunto, è una nenia filtrata, che riprende la lezione di Thom Yorke alienandola ulteriormente, in una sorta di fuga imprevedibile dai sentieri ordinariamente battuti. I synth, sostenuti dalla precisissima e marziale batteria (ora acustica, ora elettronica) di O’Neill, istigano ad una danza oscura, convulsa, quasi epilettica. L’impatto del rock più classico viene ingurgitato e vomitato fuori in un pastoso miscuglio in cui psichedelia noise, synth pop estremamente ballabile, turbinii kraut e arrangiamenti bluesy filtrano tra loro, ossessivamente e oscenamente. Poche le parole di Ben rivolte al pubblico, sono i brani a parlare: ‘Minor Work’, ‘Arena’, ‘2020’, una quanto mai tellurica ‘Sunspot’ sono solo alcune delle frecce che i Suuns possono vantare al proprio arco e scagliare live. Ed è facile emozionarsi quando il frontman sembra accennare i primissimi accordi di ‘Take A Walk On The Wild Side’, prima di chiudere lo show con l’estasiante e agrodolce ‘Music Won’t Save You’, probabilmente la gemma più preziosa di ‘Images du futur’. L’epilogo ideale di un concerto in cui non c’è bisogno di bis, nonostante i presenti li reclamino a gran voce. Perché è vero, forse la musica non potrà salvarci, ma quantomeno potrà rendere il percorso verso l’ineluttabile fine certamente più gratificante, soprattutto se la colonna sonora è realizzata da una band davvero memorabile e seconda a nessuno.

Livio Ghilardi

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