Superorganism @ Circolo Magnolia [Milano, 15/Novembre/2018]

258

Sono passati quasi due anni da quando i Superorganism hanno assunto la loro forma finale, cioè quella di ottetto che ingloba membri provenienti da tre diversi continenti, e otto mesi dall’omonimo debutto, accolto calorosamente dal pubblico. Su di loro, nel frattempo, si è detto tanto: non stupisce, allora, la massiccia presenza di pubblico al Circolo Magnolia di Milano, teatro della seconda data italiana per la band di stanza a Londra. Contenendo l’entusiasmo – forse a tratti eccessivo – che ha avvolto uno dei lavori pop più particolari di quest’anno solare, siamo arrivati al Magnolia curiosi di capire la reale dimensione dei Superorganism. Superato qualche strano intoppo in cassa accrediti, abbiamo conquistato senza troppa difficoltà la zona centrale della sala e assistito a uno spettacolo che, fin dalle prime battute, è parso superare senza difficoltà anche le migliori aspettative per diverse ragioni. In primo luogo, i Superorganism hanno saputo limare, nel corso di questi mesi, tutti quei piccoli problemi che avevano un po’ condizionato le prime uscite live della band. In secondo luogo, i Superorganism sanno stare eccome sul palco, fra coreografie, cori, visual e una neo-diciottenne ad assurgere al ruolo di frontman, con la sicurezza e la maturità di chi può (e forse l’ha già fatto) davvero bruciare le tappe. In terzo luogo, inevitabile, l’aspetto meramente musicale: i Superorganism hanno radunato un pubblico estremamente composito in termini di età e – apparentemente – di cultura musicale, hanno fatto ballare e divertire un po’ tutti, condensando in un’oretta scarsa una riproduzione fedele e pure un po’ più festaiola dell’intero album. L’apertura, affidata a “SPRORGNSM”, “Nai’s March” e “Night Time”, ha avuto presa rapida sui presenti, trascinati da sonorità danzerecce allucinate e liquide, sospese fra glitch, effetti, voci robotiche, inseriti in un’atmosfera che è un po’ da cartone animato e un po’ del mondo di internet. Dopo “Reflections On The Screen”, la fase più psichedelica, con “The Prawn Song”, “It’s All Good” e un’impeccabile “Nobody Cares”, mentre nel finale è una festa di luci, colori e sing-along: prima una plasticosa e iper-catchy “Everybody Wants To Be Famous”, poi le vaghe tracce di soul sparse nel singolone ossessivo e adesivo “Something For Your M.I.N.D.”, nel mezzo “Relax”. Tutta una serie di piccoli inni, di manifesti sinceri di uno stile e di approdi che non saranno seminali, rivoluzionari, magari neppure così tanto nuovi come qualcuno sostiene, ma che in sede live funzionano davvero bene, si caricano ancora di più e sembrano poter mettere d’accordo tutti, o quasi. Non deve stupire, quindi, neanche tanta attenzione per l’aspetto meramente esteriore ed estetico del progetto: i Superorganism hanno dimostrato di saper essere ruffiani al punto giusto e di saper superare agilmente le prove davvero decisive, con buona pace di chi li dipinge come un semplice fenomeno mediatico destinato a dissolversi come una bolla di sapone.

Piergiuseppe Lippolis

Foto dell’autore