Sun Ra Arkestra @ Monk [Roma, 30/Marzo/2018]

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Interplanetary melodies, interplanetary music”. Potrebbe essere racchiusa in queste due espressioni tutta l’essenza della Sun Ra Arkestra, il viaggio interplanetario intrapreso dal jazzista americano Le Sony’t Ra negli anni ’50 e giunto fino a noi dopo più di mezzo secolo di sperimentazione. Quella della Sun Ra Arkestra è una storia antica e controversa legata visceralmente alla vita del jazzista e filosofo afroamericano Herman Poole Blount, diventato poi Sun Ra. Comandante di quell’arca sonora pronta ad ospitare tutti quei musicisti che si sentivano estranei dai concetti terresti, dal fattore comune, per trasportarli “in un posto altro” come egli affermava, sugli anelli di Saturno. Sono trascorsi un paio di decenni dalla morte di Sun Ra ma la sua musica e la sua Arkestra continuano a viaggiare per orbite più o meno delineate, continuando a comporre ed esplorare, guidati dal 1995 dal novantatreenne sassofonista Marshall Belford Allen per arrivare fin qui, al Monk di Roma all’interno della seguitissima rassegna Jazz Evidence, più che mai stavolta, un “viaggio” a tappe nella musica jazz contemporanea.

Passate da poco le 22.30 e il palco viene letteralmente invaso dal tripudio di colori, stravaganti abiti paillettati e strumenti dell’eclettica big band trascinando dalla prima all’ultima nota il variegato pubblico nel mondo spirituale di Sun Ra. Non è semplice spiegare la cosmogonia sonora creata dall’ensemble tra partiture e pura improvvisazione free jazz che a tratti schizza via per tangenti inafferrabili, per riprendere poi lei fila dei brani e renderli nuovamente riconoscibili. Un repertorio ricchissimo che ha toccato i suoi punti più alti durante l’esecuzione dei brani “Angels and Demons at play” (1965) e di “Space is the place” contenuta nell’omonimo album del 1973, intavolando un dialogo a metà strada tra un sermone gospel e un comunicato extra-terrestre invocato dai componenti dell’orchestra. Non è mancata l’invasione nel pubblico incoraggiata da Knoel Scott con altri membri della band, cercando sempre più il contatto, portando per qualche momento la “messa” su un piano univoco. I brani impazzano e poi rallentano aprendosi in diaframmi, quasi frenando le velocità per tendere la mano al pubblico e incitarlo a salire sulla propria astronave, per accompagnarli nel loro viaggio interstellare.

Melania Bisegna

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