Sun Ra Arkestra @ Monk [Roma, 23/Ottobre/2019]

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Marshall Belford Allen ha 95 anni e dal 1995 è stato nominato Arkestra Music Director, a seguito della scomparsa di Sun Ra nel 1993 e del suo primo sostituto John Gilmore nel 1995. Un compito arduo che il sassofonista incarna in completa devozione a quelle che furono le direttive e gli insegnamenti del grande vate, che ha seguito fedelmente fin dal 1957. Suo il compito di mantenere sempre viva la tradizione di ricerca compositiva e performativa dell’istrionico ensemble. Un lavoro a 360 gradi, un caleidoscopio di forme e strutture musicali, che valica il concetto strettamente espressivo, proiettandosi verso una completa libertà artistica e culturale. Un qualcosa di profondamente alieno, che guarda altrove nella discendenza della propria ispirazione. L’Arkestra ha nel nome il richiamo diretto all’Arca dell’Alleanza, un concetto biblico dalla discendenza divina, che incontra una nuova genesi e la giusta propulsione nell’esempio della cosmologia e del misticismo pagano. Troviamo infatti forti richiami all’antico Egitto, alla discendenza diretta da altri pianeti, all’uso della simbologia della natura e alla ricerca di una trascendenza funzionale. Un’utopia che si rafforza nel superamento dei propri confini ideali e trova nel jazz il compimento formale. Una storia lunga e stratificata che dura dal 1952. Una combo mutevole e numerosa formata da musicisti eccezionali, caratterizzati dai loro abiti estrosi e coloratissimi e capaci di sciorinare jazz nell’accezione più ampia del termine. Si va dal boogie-woogie allo swing, attraversando be-bop, soul-jazz e astrazioni modali, metabolizzando la libertà della impro e lo spirito dell’avanguardia, tra pulsioni elettriche ed elettroniche, fino a lambire la fusion e la new age. Circa duecento i dischi realizzati in carriera, la maggior parte per una propria label chiamata non a caso “Saturn”. Nel tempo hanno influenzato molti artisti di varia e diversa estrazione musicale come ad esempio i Grateful Dead e i Sonic Youth.

Alle 22:45 l’Arkestra atterra sul palco. Questa sera la formazione ha qualche differenza rispetto a quella vista all’opera diciotto mesi fa sempre al Monk. Il numero dei musicisti è sempre lo stesso, undici, ma mancano il chitarrista elettrico che tanto piacque nella scorsa occasione e Tara Middleton alla voce e alla viola, mentre Farid Barron è stato sostituito da un altro pianista, che rispetto a lui indugia meno sulla tastiera. Inoltre c’è un ottone in più con la presenza di un musicista al corno, al flicorno e alle percussioni. Oltre a Marshall Allen alla voce, al sax alto e all’immancabile flauto autocostruito, abbiamo: Knoel Scott alla voce, alle percussioni e ai sassofoni alto e baritono, Cecil Brooks alla tromba, James Stewart al sax tenore, Danny Ray Thompson al sax baritono e alle congas, Dave Davis al trombone, Elson Nascimento alle percussioni, Tyler Mitchell al contrabbasso e Wayne Anthony Smith Jr alla batteria. Anche la scaletta si differenzia rispetto alla volta precedente. Una buona metà dei quindici brani proposti consiste in temi più classici da big band, lasciando più spazio allo swing e al cantato da crooner di Scott e meno al free jazz. Scelta che non si discosta troppo da quella intrapresa nelle ultime uscite discografiche. Non che manchino momenti più rumoristi e liberi da schemi più ortodossi, ma non saranno mai eccessivi e per lo più vengono inseriti come elementi di disturbo, miscelati alle dinamiche e alle timbriche dei brani. Per non parlare dei fraseggi e degli incastri dei fiati, veri e propri artefici del dinamismo generale, sempre ben sorretti da una base ritmica solida e rassicurante. L’inizio ha qualche titubanza a livello d’ascolto, che si esaurisce velocemente già alla conclusione del primo brano. Il secondo offre una prova di tecnica e classe mostruosa, evidenziata da un up-tempo forsennato, caratterizzato dagli inseguimenti vertiginosi e dagli incastri dei solo pazzeschi, con il pubblico a sottolinearne i passaggi. Il tutto implode in uno stagno psichedelico floydiano, che si chiude in una sorta di filastrocca cantata da Marshall. Non mancano alcuni momenti afro e caraibici dalle progressioni ricche e sinuose, contraddistinti da melodie coinvolgenti, con Marshall che stride il tutto con i gemiti del suo sassofono. Anche gli episodi apparentemente più lineari non lo sono mai completamente e mentre alcuni in sala ballano, altri non possono che stropicciare gli occhi a sottolineare anche le minime variazioni dei particolari. L’Arkestra è anche questo. Quando Marshall imbraccia il suo flauto, è il segnale che l’aria diventerà lisergica, sublimando il talento sbilenco della band. Ci sono anche dei momenti più crepuscolari, dal retrogusto malinconico, ma ricchi di una vitalità latente. L’energia è uno dei cardini del loro approccio, sia questa a volte più fisica e in altre più mentale: “Free your mind, be yourself and watch the sunshine”. Tutto acquista ancora più pregio quando il bordone ritmico si fa ripetuto e ipnotico e l’andamento diventa sfatto e avvolgente. I fiati s’incastrano prima sferzanti e poi s’inseguono nella ricerca della melodia degli assoli. Nell’arco della serata tutti i musicisti avranno il loro momento di gloria, anche batteria e contrabbasso. “We live in the space age”. Meno circensi di altre occasioni, si limitano ad amministrasi al meglio pur togliendosi qualche sfizio scenico. Durante l’esecuzione di un brano scendono in processione tra il pubblico in quattro: sax, tromba, trombone e percussioni. Si forma un trenino di persone che li accompagna durante il tragitto. Risalgono sul palco e il brano si chiude. Inanellano un filotto di temi da big band classica a tutto swing e piccole digressioni geniali. Alcuni sono più veloci, altri più lenti e ossessivi, altri ancora ricchi di groove e soli accattivanti, come quello della tromba con la sordina che mi rapisce letteralmente. Nel frattempo intorno ballano tutti e seguono con il clapping l’evolversi delle strutture. Infine vorrei segnalare tre brani in particolare, a loro modo diversi ed emblematici. Per primo “Saturn” e il suo incedere deciso da easy listening per viaggi intergalattici. Il secondo è una meravigliosa versione psichedelica di “Angels and Demons at play”, con gli incastri parlati e recitati delle due voci, il suo abbraccio lisergico e il sorprendente crescendo di caos finale. Il terzo è la chiusura con una bella versione di “Space is the Place”, che per accompagnare, cantano tutti e battono le mani a tempo. Pian piano i musicisti smettono di suonare ed escono uno alla volta, finché non rimarrà solo il pubblico a sostenere il tema con il clapping e il singalong. Finisce così, tra gli applausi convinti dei presenti purtroppo non particolarmente numerosi, quello che potremmo considerare un vero e proprio happening di cento minuti. Uno spettacolo totale e partecipativo in cui lo spettatore è parte integrante dell’interplay generatosi nella performance. Sarà stata anche meno surreale e orgiastica di altre volte, ma onestamente a questi musicisti cosa possiamo dire?

Cristiano Cervoni

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