Sun Kil Moon @ Auditorium [Roma, 8/Giugno/2015]

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Chissà se Mark Kozelek si sarebbe potuto aspettare una tale risposta di pubblico se non avesse collaborato in ‘Youth’. E se il buco nero dei media non avesse fagocitato e risputato il tutto in ritardo di almeno vent’anni, rimbalzando la notizia e (ri)scoprendo Kozelek come l’”uomo di Sorrentino”. Cosa importa che abbia scritto una (o più) paginona/e di storia, che ‘Down Colorful Hill’ e ‘Red House Painters’ siano di una bellezza imbarazzante, e che abbia continuato per più di vent’anni a scrivere musica e parole con integrità e coerenza? Roba da nerd, topi di audioteca, onanisti dal download facile. E allora dimenticatevi di ‘Youth’ (che non è neanche un granché, nda) e andatevi a riascoltare quei dischi. Ma fatelo come se fosse l’ultima cosa che fate. Come se quelle storie fossero capitate a voi. Come se voi non c’entraste niente con quei pezzi, con quelle liriche ma, cazzo, questa voce mi arriva, mi comunica qualcosa, mi dilania. E senza l’ausilio dei pizzini-trafiletti di giornale, con la sconcertante capacità di imbalsamare e inchiodare alla parete dei cimeli anche il più inafferrabile degli autori. E poi andatelo a vedere, dal vivo.

Come noi questa sera, all’Auditorium. Un’atmosfera ben diversa dal fu Circolo Degli Artisti, l’anno scorso. E ancora differente dalla fatidica e indimenticabile prima volta alla Union Chapel di Londra, cinque anni fa. Reso questo tributo alla memoria, va detto che mai come in quest’occasione Kozelek, oggi con il moniker Sun Kil Moon, può vantare una formazione così corposa e zeppa di fuoriclasse. Mike Stevens alla batteria, Dave Devine alla chitarra e, udite udite, Neil Halstead a chitarra e cori e Steve Shelley, anch’egli ovviamente alla batteria. Stevens e Shelley al centro, con i chitarristi sulla destra e Kozelek, con una delle sue camicie a quadri, sulla parte sinistra del palco. Non saluta, non apre bocca. Imbraccia la chitarra e si parte. Con dei suoni distorti inediti per la parabola Sun Kil Moon, si inizia con ‘Little Rascals’. L’alternanza di accordi e il drumming sostenuto e doppiato mi fanno pensare lì per lì a un brano dei Sonic Youth, e non a caso. La voce entra poi inconfondibile. È un peccato che non si sia deciso di mandare i testi impressi da qualche parte: nel tempo, e in questo disco, Kozelek ha assunto una modalità di canto quasi da soliloquio, un lungo dettagliare di storie e avvenimenti personali, quasi come se lo si facesse a un amico. Ma, a meno che non si abbia una conoscenza perfetta dell’inglese, solo alcune parole sparse qua e là si riescono a cogliere. Oltre a utilizzare una sorta di flusso di coscienza in fase di scrittura, in ‘Universal Themes’ Kozelek spinge spesso la voce al massimo, si sforza oltremodo fino a gridare stridulo e superando a stento i propri limiti. Non è esattamente il Kozelek che preferisco ma la statura, la personalità rimane, e lo dimostra il rispettoso silenzio e l’attenzione del pubblico stasera. Più volte Mark ringrazia per questo. Ma il meglio viene fuori nei brani più sognanti e malinconici, e la successiva ‘Mariette’ si staglia già più di una spanna sopra. ‘Micheline’ è uno dei momenti più alti, grazie anche alla gran prova di un Neil Halstead maiuscolo e impeccabile per tutta la serata. Prima con la chitarra, poi con i suoi cori che si intrecciano perfettamente con la prima voce, fa di ogni canzone la propria: riesce con una personalità senza paragoni eppure mai ostentata a infondere la propria sensibilità, il proprio timbro a ciascuna composizione. Mentre fantastichiamo su situazioni da fantacalcio, come un disco in collaborazione tra Kozelek e Halstead, ‘Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes’ ci viene presentato come il brano Moon preferito da Sorrentino, che pare sia da qualche parte in sala. Qualora ve lo steste chiedendo, il carattere umorale e imprevedibile di Kozelek ha avuto la meglio a un certo punto, sì. Inizia ‘The Possum’ e ci ritroviamo catapultati in una scena di ‘Whiplash’: “This is not the drumming I meant for this song”. Kozelek chiede ai batteristi di riprendere il brano dal principio per ben tre volte. Ce l’ha in particolare con Shelley: “Steve, fuck, you played on this album!”. La tensione e l’imbarazzo diventano palpabili, e nel silenzio sembra quasi di poter leggere la mente dell’ex Youth. “Non dare quegli accenti, suonala in maniera sempre uguale…”, continua Kozelek. Prima che il tutto possa diventare esasperante, pare che al terzo, quarto tentativo le cose vadano bene, improvvisamente. Va detto che, a onor di Mark, la differenza si sente; cacchio, però che sudata… Ancora spazio per qualche altra chicca, come ‘I Watched The Film The Song Remains The Same’ e ‘I Can’t Live Without My Mother’s Love’. L’artista dell’Ohio, che si era confessato insonnolito dall’atmosfera tenue e tranquilla, ci tiene a ringraziare il pubblico, così attento e silenzioso. La reazione è di riconoscenza ma anche di disagio: scappa una risata e Kozelek si volta di scatto dicendo ‘What’s funny?’, stemperando poi con una risata. O tutto intero o niente. Con le encore si raggiunge l’estasi. Entrambe dall’album con Jimmy Lavalle, mai troppo incensato: un capolavoro da riscoprire. ‘Ceiling Gazing’, ora improvvisamente nota grazie a ‘Youth’, regge il confronto con l’originale anche riarrangiata con la chitarra: una perla di assoluta purezza, un bozzetto autobiografico di una semplicità e una schiettezza emozionanti. La vetta della serata. Si potrebbe chiudere così, con una grande bellezza, e invece c’è ancora un piccolo regalo: ‘Caroline’ e ancora applausi, con Halstead che pone il sigillo finale a cotanta strabordante prova. Due batteristi personali e complementari, un gregario attento e preciso, un inglese barbuto del Berkshire che dio ce lo preservi a lungo. E un diamante pazzo che brilla, con una voce unica che ci spinge a fantasticare guardando il soffitto, sdraiati sul letto. To lay awake at night, ceiling gazing…

Eugenio Zazzara