Summer Camp + Splashh @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Settembre/2013]

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L’hanno fatto di nuovo. Dopo le ottime previews di fine maggio (Deptford Goth e College, Trust e Dirty Beaches) e il festivalone di luglio con Major Lazer, Mount Kimbie, Charli XCX e altri, i tipi del Pop Circus hanno assestato un altro colpo di gran qualità alla stagione musicale romana, decidendo di salutare l’estate agli sgoccioli con due band che tanto stanno facendo parlar bene di sé: il duo indie-pop Summer Camp e i rocker multinazionali Splashh. La location, come è stato per gli antipasti di fine primavera, è il consueto Circolo degli Artisti. Pubblico non troppo numeroso, tuttavia, per una serata che invece si presenta sfiziosa sin dalle prime battute, accompagnate in maxischermo dalle gesta della sfortunata ItalBasket che soccombe di pochissimi punti dinanzi ad una forte e blasonata Lituania. Ad aprire la serata i romani Love The Unicorn. Riusciamo ad assistere solamente all’esecuzione degli ultimi due brani della band capitolina. Le impressioni, però, sono immediatamente positive: i pezzi dell’EP ‘Sports’, per quanto non brillino di particolare originalità, si ascoltano con meravigliosa naturalezza e anche dal vivo hanno facile presa, immergendo gli astanti in un mondo di ricordi e sensazioni di stampo prettamente estivo, ma ammantati da un velo nemmeno troppo trasparente di immancabile malinconia. Sullo sfondo, bei video vintage di imprese sportive. I Wild Nothing della Capitale? Non necessariamente, per fortuna i cinque riescono con bravura a mescolare le proprie influenze in una miscela pop convincente e mai troppo derivativa. Da rivedere e riascoltare ancora, con immutato piacere.

Tocca quindi ai primi ospiti internazionali di una serata che non teme commistioni di genere. Alle 22.30 gli Splashh prendono possesso del palco del Circolo e, con l’irruenza tipica di chi vuole spaccare il mondo a ritmo di rock’n’roll, diffondono le loro note in faccia ai presenti, senza alcun desiderio di tener basso il volume. Che i quattro di adozione londinese (ma nativi sull’asse UK-Australia-Nuova Zelanda) fossero destinati ad essere una delle novità più interessanti del 2013 era palese sin dai primissimi singoli messi in circolazione. ‘Comfort’, il debutto uscito da poco, ha confermato le alte aspettative con la sua miscela esplosiva di brit rock, grunge, noise e psichedelia assortita, una sorta di ponte ideale tra Stone Roses e Pixies, ma non solo. L’esibizione di stasera fortunatamente ci mostra una band in grandissima forma, affiatata, solida e incredibilmente d’impatto. Il debutto viene ovviamente saccheggiato ma non si tratta di una mera riproposizione dei brani, i quali invece vengono maltrattati e prolungati ad oltranza in un mare di overdrive e fuzz (vedi la conclusiva ‘Need It’). Eseguiti anche un paio di pezzi che non appaiono su ‘Comfort’, tra cui l’esplosione ritmica di ‘Peanut Butter and Jelly’. L’attitudine garage della band è esaltata dalla voce sgraziata del neozelandese Sasha Carlson, di quei timbri che ispirano notti brave nei peggiori bar della città. Si chiude, dopo quaranta minuti belli tirati, tra gli applausi convinti del pubblico. Speriamo che i simpatici quattro riescano a mantenersi su questi livelli e a crescere ulteriormente, sarebbe davvero un peccato se si perdessero per strada.

Dulcis in fundo (è il caso di dirlo) si cambia registro sonoro con l’arrivo dei Summer Camp. Dopo le distorsioni degli Splashh, le melodie pop degli inglesi sono un giusto modo di avvicinarsi alla fine della serata con orecchie più rilassate. Forte del secondo album omonimo pubblicato da Moshi Moshi pochissimi giorni fa, il duo inglese, formato dalla coppia (anche nella vita) Jeremy Warmsley ed Elizabeth Sankey, dà inizio in modo ossimorico al proprio concerto con ‘The End’, opener del nuovo disco. La band si fa accompagnare live da un non meglio identificato batterista biondo, nonché da visuals che riprendono scene di danze tratte dal cinema (inevitabili ‘Flashdance’ e ‘Billy Elliot’). Gli occhi, però, sono tutti per la coppia: lui, occhialuto e raffinato chitarrista, lei, magnifica voce in mise ammaliante. L’intesa tra i due è evidente ed emerge palpabile nel corso dell’esibizione, che ora pesca il meglio del nuovo lavoro (‘Crazy’, ‘Fresh’, ‘Pink Summer’), ora guarda all’acclamato debutto ‘Welcome To Condale’ (‘Down’, ‘Ghost Train’, ‘Better Off With You’). La formula è semplice: pop di pregevole fattura che sa pagare il giusto dazio all’elettronica (vedi i synths, sempre ad appannaggio di Warmsley) e per il resto riprende con sapienza tutto quanto partorito dalle migliori charts a cavallo tra anni ’60 e ’80, senza essere mai pacchiano o esageratamente ruffiano. Roba che ‘Two Chords’ e ‘I Want You’ potrebbero tranquillamente avere successo a macchia d’olio, se solo fossero distribuite da major sanguisughe alla ricerca della prossima “next big thing”. Per fortuna, però, la semplicità dei Summer Camp suona ancora genuina e sembra lontana dal cedere il passo a pezzi scritti a tavolino per vendere. Lo si legge dagli occhi di Jeremy ed Elizabeth e lo si evince dalla qualità intrinseca di brani orecchiabili e dannatamente catchy. Pop come dovrebbe essere sempre. Finito il concerto ci aspettano le sdraio nel giardino per un po’ di sano relax. Mentre ci spiaggiamo come se non ci fosse un domani, ripensiamo alla piacevole e arricchente sequela di concerti a cui abbiamo assistito e ci auguriamo che Pop Circus possa tornare presto ad allietarci.

Livio Ghilardi

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