Suicide @ Locomotiv [Bologna, 1/Settembre/2010]

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Sono i primissimi anni ’70. Al Project of Living Artists, deposito adibito ad esposizioni e performace artistiche al 729 di Broadway, la serata non è delle migliori. Il concerto si è trasformato in rissa. Il locale è un girone dantesco. Rumore assordante. Il frontman che fa a pugni nella bolgia. La sua tromba, in terra, distrutta. Il microfono, solo un’arma inutile ormai fatta a pezzi. Mentre l’arrivo di qualche amico della band calma la situazione, l’allora trentatreenne Boruch Bermowitz, si accorge di aver perso di vista i due compagni, mentre sanguina al centro della sala. Sarà una scia rossa a condurlo verso il backstage. Il tastierista è a terra, inebetito. Con le mani sanguinanti. Durante il live, ha perso il controllo. Ha distrutto il suo synth, usando il microfono come bacchette di una batteria. E ha distrutto le sue mani, percuotendo quei tasti ormai divenute armi. Un live intenso. Uno dei primissimi dei Suicide. Prima del punk. Prima del CBGB. (Molto) prima di un contratto. Ed esattamente nel momento in cui, i due elettro terroristi più influenti degli ultimi quarant’anni, fanno il loro personalissimo ingresso nell’inferno del rock’n’roll.

Solo il primo di una lunga serie di episodi, quello al Project of Living Artists, in cui un live dei Suicide finisce nel sangue e nell’alienazione. Come in una sorta campo magnetico, in cui da entrambi i lati del palco si perde completamente il controllo. “Nessun Compromesso”, recita a grande lettere una biografia del duo newyorkese. Ed è giusto ricordarli così, i Suicide. Come dei pionieri. Tremendamente incompresi per anni. Quelli che quando i New York Dolls facevano ballare la gente, pietrificavano il pubblico con una versione sintetica ed autodistruttiva del free jazz. Quelli che avevano una certa fama a precederli, per colpa di cui, i primi anni, gli era pressoché impossibile trovare locali che li facessero suonare. Quelli che per ultimi, nella cricca di artisti del CBGB, riuscirono a strappare un contratto ad una casa discografica (nel ’77). Quelli che conoscevano l’arte (Vega scultore e Rev jazzista), alla faccia dei tre accordi. Quelli che Lydia Lunch definirà i genitori adottivi. E che i libri di storia ricorderanno, sempre, come i padri spirituali della No Wave (e non solo).

È chiaramente per questo motivo, che un numero sempre piuttosto significativo di adepti continua a omaggiare l’accoppiata Vega-Rev. Ma all’anagrafe, come sul palco, il verdetto suona oggi (prevedibilmente) impietoso. Nonostante ciò, la data unica italiana, che riapre la stagione dei concerti su territorio “nazionale”, appare invitante. In scaletta, un potenziale “Don’t Look Back”, con la riproposizione (per intero?) della pietra miliare che fu l’esordio omonimo. A cui si aggiunge una curiosa notizia dell’ultima ora, ovvero la presenza di uno special guest alla chitarra a nome Jon Spencer. Le informazioni si rincorrono poco prima del live. Jon Spencer si, Jon Spencer no. Forse Heavy Trash. Forse sold out. Quando arriviamo al Locomotiv, poco prima delle 22, la band dell’indaffaratissimo blues rocker di Cleveland ha (davvero) già suonato. Praticamente davanti a quattro gatti. Ma le voci continuano a susseguirsi, perché l’imprevedibilità di Spencer è direttamente proporzionale alla prevedibilità dei Suicide. Non pago della performance precedente, Spencer e i suoi improvvisano uno showcase nell’angolo del merchandising. Accalcati attorno al tavolo, in venti muniti siamo letteralmente ubriachi di garage blues. Ci arriva diretto, grezzo, nudo, a meno di venti centimetri. Il contrabbasso stretto in un angolo, la valigetta dei vinili percossa da bacchette a completare la sezione ritmica, Matt Verta Ray che trasuda elettricità e il fascinoso frontman su e giù dal tavolo. Per Jon Spencer è un gioco da ragazzi. Infila una ‘Be-Bop-A-Lula’ nel set e, come se nulla fosse, pare di stare a Memphis. Quattro pezzi informali, dinamici, per appagare la sete di chi non c’era prima. Il cuore rockabilly della mia fedele compagna di concerti è evidentemente in visibilio. Lo siamo un po’ tutti. Fino a che Jon “Tutti Frutti” Spencer non intraprende un riff sporchissimo a ritmo “Sui-ci-de!”, spingendo i presenti a voltarsi e procedere in massa verso il palco, neanche fosse un predicatore.

L’entrata dei due, getta immediatamente un’ombra sui nostri volti. Se agli occhiali a fascia-psycho-dinamica di Rev siamo ormai abituati, i problemi di deambulazione di Alan Vega lasciano poco spazio all’immaginazione del live che verrà. Una rispettosa ovazione squarcia i fasci di rumore già innescati dallo  spaceman Riverby. L’attacco è subito di ‘Ghost Rider’, un sorriso tra il sarcastico e il compiaciuto ferma il tempo troppo tardi, a sancire contemporaneamente l’aurea sacrale e grottesca dei due. In un attimo, è chiaro come il “qui e ora” non sia esattamente un particolare trascurabile in ambito artistico. L’aggressività, il carisma e l’alienazione di quel ’77, hanno lo stesso piglio di una confezione di Tavor scaduti. I Kraftwerk dell’heavy metal sotto droghe (così li definiva Thurston Moore allora) sono un ricordo sbiadito, e quello che rimane sono delle (pseudo) canzoni, miliari sì, ma private dell’essenza profondamente drammatica e dell’anticonformismo naive che caratterizzava il duo. Un teatrino. In cui chi assiste deve calarsi nella parte, con molta attenzione, per coglierne un qualche senso. Rimane il mood apocalittico di ‘Rocket USA’ e ‘Johnny’, ma il minimalismo di Rev rasenta il disinteresse e l’alone profetico di Vega ha barattato la psicosi con il rincoglionimento. Il pogo, riverente, sotto palco. La staticità, dilagante, sopra. Sul karaoke di ‘Cheree’ scoppia una risata. Perché alla fine siamo noi, che continuiamo ad alimentare il fuoco. Alan Vega ha settantadue anni, Rev qualcuno di meno, ma siamo lì. Se un anno fa, il live del tastierista aveva aspetti di ironia e qualche picco di visionarietà, oggi un live dei Suicide manca totalmente della ferocia sacrale ed algida che li rese unici. Una caricatura. Un siparietto. Che si chiude dopo meno di quaranta minuti, per riaprirsi su una ‘Dream Baby Dream’ che tenta di riproporre un Alan Vega sfacciato, con l’asciugamano attorno al collo e l’espressione allusiva di quel video storico. Ma sono solo tentativi, e ne siamo tutti consapevoli. Tutti abbiamo, ancora una volta, retto il gioco. Sebbene, a malincuore, abbia smesso di funzionare (ma in fondo, non a intrattenerci) da tempo.

Chiara Colli