Suicide @ Classico Village [Roma, 6/Dicembre/2002]

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Partiamo dal gruppo spalla, The Psychic Paramount (ex Lladio Boloko). Molto interessante questo trio strumentale newyorkese composto da basso/chitarra, chitarra, e batteria. Rumore alla Sonic Youth, con drumming molto più liquido e sfaccettato, quasi jazz; momenti di grandi crescendo dinamico/psichedelici a base di delay e infinita ripetizione/stratificazione del suono; qualche sprazzo di organizzazione progressive che dura pochi istanti, per poi lasciare il passo a esplosioni soniche taglienti e corpose. Ottima impressione.

I Suicide salgono sul palco preceduti da un loop che li annuncia già da cinque minuti. La prima cosa che colpisce è constatare ciò che già sapevamo: i nostri hanno un’età e non sembrano essere molto in forma. La seconda sono gli spigolosi occhiali a fascia di Martin Rev, gli stessi visti in tante foto. Il modulo espressivo è uno solo per tutto il concerto: viene lanciata la drum machine che ripete un loop, sempre lo stesso, per tutto il brano; Alan Vega comincia a cantare e Martin Rev devasta l’intero spettro delle frequenze udibili con la sua infernale tastiera (ricoprendo, tutto sommato, lo stesso ruolo del chitarrista in una punk-band). Sebbene in un paio di momenti si sia sfiorata l’eccellenza sonora (‘Rocket Usa’), questo linguaggio decisamente ripetitivo (omogeneo non solo all’interno di un brano, ma anche tra un brano e l’altro) ha indotto una parte del pubblico, probabilmente la meno influenzata dall’indiscutibile importanza dell’icona storica dei Suicide, ad un atteggiamento ostile reso manifesto dai fischi vieppiù abbondanti e frequenti. Pur non potendo ignorare chi siano Martin Rev e Alan Vega, e cioè il duo assolutamente seminale che ha impresso una svolta fondamentale alla musica contemporanea, devo ammettere che il concerto è stato attraversato fin dall’inizio da qualcosa di indiscutibilmente grottesco. Da cosa cominciare, dal microfono con cui, fin dalle prime, Alan ha ingaggiato un furioso corpo a corpo, dai suoi atteggiamenti forse troppo pateticamente messianici, oppure dalle ironiche mossette da Tiziano Ferro con l’artrosi? La sua voce non sembra più così confidenzialmente drammatica, teatrale, algida e decadente come in ‘Frankie Teardrop’, ma si concede invece spesso degli urletti troppo “funky” alla James Brown, ed anche qualche inequivocabile steccone. ll modo in cui i loops vengono manipolati durante l’esibizione va oltre il minimale e il “sonico”, e finisce per essere, forse, “pecionesco”. Le esplosioni digitali di Martin (l’unica cosa davvero “geniale” del concerto), a metà tra l’armonico ed il percussivo, hanno, nonostante un innegabile impatto apocalittico, qualcosa di aleatorio che, forse, va oltre il “rumore” per sfiorire nell’approssimativo. Ogni tanto sentivo una base entrare fuori tempo, e guardavo il fonico che, tra sé e sé, faceva gesti eloquenti di disapprovazione. Un bel momento assai toccante, che però ha avuto la controindicazione di intensificare la sensazione di assistere ad un revival senza troppo mordente, si è presentato quando i due Suicide si sono abbracciati con grande bonarietà, come vecchi amici che hanno condiviso tutta la vita di gioie e dolori e sono sopraffatti da un senile sovraccarico d’emozione. Siamo finiti deludentemente lontani dall’oscura drammaticità psicotica e dalle glaciali ambientazioni cadaveriche dei tempi d’oro; ciò che mi aspettavo e che è mancata è stata, soprattutto, una specie di gravitas religiosa: qualcosa di lancinante, perfetto, scintillante e pauroso, che non c’è stato. Ma, nonostante questo, come si fa a non emozionarsi e a non tributare rispetto guardando le due grandi personalità che hanno dato il via ad un intero filone musicale, probabilmente ancora oggi inesaurito?

Alessandro Bonanni