Sufjan Stevens @ Teatro Comunale [Ferrara, 24/Maggio/2011]

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C’è un passaggio, in “Bambini nel tempo” di Ian McEwan, dove Thelma, professoressa di fisica, rimbrotta Stephen, scrittore e amico del marito, sul modernismo come presunto “successo intellettuale” del ventesimo secolo: se voi “artisti”, dice Thelma, foste più preparati, più interessati ai fatti del mondo e meno chiusi nelle vostre teorizzazioni perniciose e sociologicamente banali, vi sareste già accorti da un pezzo della vera rivoluzione del nostro secolo, quella fatta dai fisici. Associazioni casuali: il pensiero m’è venuto mentre, dal palco, Sufjan Stevens parlava del Principio di azione-reazione per introdurre un brano, muovendo i pugni come palline di un clic clac. Pensavo: l’istrionismo di Sufjans Stevens, la sua sperimentazione su disco e su palco – l’elettronica da fumetto, il country, le folk songs orchestrate e quelle camuffate – non sarà magari un compendio della modernità, ovvero una rielaborazione delle mode musicali degli ultimi cinquant’anni (da contrapporre, per la sincera carica emotiva, all’iper-pop plagiaro di Lady Gaga)?

L’artista di Detroit prende molto sul serio le sue canzoni, e ha necessità di spiegare, di motivare. Probabilmente anche troppo. Così un dovuto accenno al pittore scomparso “Prophet” Royal Robertson (1936-1997) – sull’elettrica di Sufjan compare, a scotch, la scritta ‘Royal’ – diventa occasione per un atto d’affetto di oltre venti minuti, mentre le opere (infantili, da art brut: il dio Odino, supereroi vari, ufo e mostruosi robot, come quello che campeggia sulla copertina del disco) scorrono sul grosso pannello in fondo e Sufjan racconta vita e disagi dell’artista che è stato d’ispirazione per tutto ‘The Age of Adz’. Qualche parola in un italiano consapevolmente incerto e assai divertente apre il concerto. Il teatro, nelle parole di Sufjan, è l’astronave, e lui stesso il capitano (“A sort of captain Kirk”). La questione del corpo e del movimento è centrale: lo è la scelta, cioè, di farsi accompagnare da due coriste/ballerine/fantasiste da cabaret e di muoversi lui stesso con gesti robotici, rigidi, da marionetta umana. Lo è, parallelamente, quella d’aver investito moltissimo sull’aspetto visivo della performance. I colori dominanti sono giallo, verde, rosa. Tutti i musicisti – una decina – portano fascette sul viso, sulle braccia, sui vestiti, e il palco stesso è coreograficamente perfetto: strisce colorate a terra e un secondo pannello semitrasparente che, in momenti chiave, viene calato a ‘chiudere’ lo stage e fare da schermo per proiezioni – dalle prime, effetto ‘fiocchi di nevi’, a elaborati giochi di linee spezzate, cerchi concentrici e volumi tridimensionali. Si apre con ‘Seven Swans’, e Sufjan è lì lì per indossare le sue ali di cigno. Grosse scariche di suono introducono ‘Too Much’, e da lì in avanti – a parte poche parentesi folk, in solitario acustico, che danno l’idea di una ‘pausa’ prima di riprendere il viaggio – tutto lo show sarà incentrato su ‘The Age of Adz’. La musica è cerebrale, ripetitiva, anche cacofonica: lo spettacolo mette a dura prova anche gli orecchi più raffinati. Si va dai tempi meticolosi e dalle melodie soffuse della title track e di ‘I walked’ agli oltre venticinque minuti di ‘Impossible Souls’.

Il disegno ormai è tracciato, ossessivamente rifinito nei dettagli, e pronto per essere demolito. Dopo aver portato al limite la sua destrutturazione di ritmiche, melodie e atmosfere, arriva l’esplosione: enormi palloncini colorati invadono la platea; una delle due coriste si arrampica, microfono in mano, sul cornicione; il pubblico, finora rigidamente seduto in poltrona, si avvicina al palco elettrizzato. La musica assume tratti disco, da party selvaggio: Sufjan, saltellante, ha indosso un cappello a testa di scimmia, le coriste ballano, scatenate e sensuali, e un altro paio di musicisti si avvicina a fare capriole. Lo spettacolo si fa circense, liberatorio, dando corpo e nuova linfa all’idea di concerto come rito sciamanico e processo rigenerante. Piume, coriandoli, un costume a forma di diamante fanno la loro comparsa. Le trombe sullo sfondo, le due batterie ai lati. L’effetto è enorme, deflagrante. Come in un gigantesco pacco regalo assortito, in quasi tre ore di concerto c’è stato spazio per tutto: per il Sufjan delicato cantautore folk, per il nuovo contorto sperimentatore, per l’entusiasta capotribù di un mondo colorato e pop. Ricomparso per l’encore, Sufjan suonerà una tripletta di canzoni da Illinois, chiudendo, con la celebrata ‘Chicago’ – che vede il rientro di tutti i musicisti, al gran completo – la sua prima data italiana in dieci anni di carriera.

Filippo Bizzaglia

5 COMMENTS

  1. concerto a 360°, definitivo, sensoriale, abbacinante, techno-folk, cyberusignolo…il giovane s’è guadagnato ampliamente la pagnotta e io mi sono sentito un privilegiato a potermelo gustare…bella recensione dott. Bizzaglia, complimenti!

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