Suede + Stereophonics @ Postepay Rock In Roma [Roma, 11/Luglio/2016]

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Nasci l’11 luglio e i tuoi primi compleanni in età scolare sono tristi. Vedi tutti i tuoi coetanei festeggiare, portando pasticcini a scuola, ricevendo regali, ma tu non puoi, perché, in quel periodo dell’anno, a scuola non si va. Alle tue feste pomeridiane vengono sempre meno persone rispetto a quelle che si tengono nelle restanti tre stagioni, perché a luglio, nei floridi anni novanta, sono tutti in vacanza. Poi cresci e inizi a ribellarti all’ordine precostituito, sfrutti gli spunti che ti dà la stagione calda per organizzare belle feste, studiate sin da alcuni mesi prima, per riscattarti del triste passato, finché arriva l’anno in cui, il giorno del tuo compleanno, la festa te la organizzano gli altri. Non si tratta di una sorpresa fatta da amici o parenti, come da moda importata dal Paese Più Stupido Del Mondo, ma di un concerto di una delle tue band preferite, peraltro mai vista nella tua città, dove non suona dal 1999, anno in cui eri troppo piccolo anche solo per conoscere le date dei concerti. Stavolta non si tratta di invitare gli amici, basta andare al live per vederli, numerosi, e dargli il modo di festeggiarti.

L’appuntamento di fronte all’Ippodromo delle Capannelle, per il nostro esordio annuale al Postepay Rock in Roma, è anticipato rispetto al solito. Nessuno ha intenzione di perdersi un solo minuto della serata britpop, con due band artisticamente molto attive e che non si adagiano sugli allori di un glorioso passato, seppur potendo. Percorso il consueto viale che porta al White Stage, ci arriviamo sommersi dai gadget che ci sono stati donati dai promoter. Sono da poco passate le 20.30 quando i gallesi Stereophonics fanno il loro ingresso sul palco. Attivi dal 1997, senza periodi di sosta particolarmente lunghi, hanno realizzato la bellezza di nove album in studio, l’ultimo dei quali nel 2015. In questi dischi si nascondono dei veri e propri inni generazionali, come ‘Maybe Tomorrow’, ‘Have a Nice Day’ (resaci odiosa da un martellante spot pubblicitario) e ’Dakota’. Tutti e tre questi pezzi faranno bella mostra di sé in scaletta, insieme ad altri dodici, per un antipasto tra i più gustosi di sempre. Malinconici anche nei brani più allegri, i musicisti preferiti dal capitano della nazionale di calcio inglese Wayne Rooney, si presentano con i due Jones (Kelly e Richard, voce e chitarra il primo, basso e cori il secondo) della formazione originaria, Adam Zindani alla chitarra e l’ultimo arrivato Jamie Morrison alla batteria e si esibiscono per oltre un’ora, nel corso della quale, tra arrangiamenti inaspettati, invettive contro i giornalisti, vedi ’Mr Writer’, e singalong del pubblico durante i brani più noti, ci porteranno a temperatura, e il termostato oltre i trenta gradi non c’entra. A freddare il nostro entusiasmo ci penseranno, almeno sulle prime, i Suede. Reduci dal concerto della sera prima all’I-Days Festival di Monza, rimasto nella storia per i problemi tecnici e la reiterata lite tra Brett Anderson e gli addetti al suono, l’obiettivo primario della band è soltanto uno: non ripetere l’esperienza. Il soundcheck sarà così estremamente accurato e l’inizio del concerto slitterà di oltre mezz’ora. Ma quando si tratta di questi tizi qui, nessuno si permette di mettergli fretta. Passiamo il tempo ricordando il primo, e finora unico, live della band al quale abbiamo assistito, a Bologna, insieme alla nostra compagna di viaggio di quella occasione, che invece stasera appone sul metaforico bavero della giacca la quinta stelletta, avendo assistito a loro concerti in ben tre nazioni diverse. Eccoli, infine. La formazione è la stessa dal 1994, nonostante per undici anni l’attività della band sia stata messa in standby. Che spreco. Il sesto e settimo album, arrivati dopo la lunga pausa, ‘Bloodsports’ nel 2013 e ‘Night Thoughts’ a gennaio dell’anno corrente, dimostrano che la band gode ancora di ottima salute, e il responso del palco ne è la conferma definitiva. Sin dal primo pezzo, ‘Introducing the Band’, raramente apertura fu più idonea, fino all’ultimo della scaletta regolare ‘Beautiful Ones’, è una cavalcata che procede senza interruzioni o possibilità di distrarsi. Tra un brano e l’altro non ci viene quasi lasciato il tempo di tributare i meritati applausi, tanta è la foga che ha la band nel voler andare avanti e continuare a impressionarci. Oakes alla chitarra, Osman al basso, Gilbert alla batteria e Codling a tastiere e chitarra sono eccezionali, ma questo lo possiamo solo sentire, perché gli occhi sono su un sol uomo, sua maestà Brett Anderson. Riesce ad azzerare la distanza tra sé e il pubblico, dandosi in pasto e facendosi afferrare per la camicia grigia madida di sudore, sempre più aperta col passare dei minuti, ma mai oltre il penultimo bottone. Non stecca una nota, ci fa sentire ridicoli ogni qualvolta proviamo a cantare perché stiamo tentando di ricalcare una voce inarrivabile. È ancora più magro che in gioventù e dimostra una condizione fisica che noi che compiano diciassette anni in meno di lui ci sogniamo. Fa roteare il microfono fino ad avvolgercisi. Non è un one man show, ma il magnetismo è un fenomeno fisico che non possiamo contrastare. Canta ‘By The Sea’ disteso sul palco (e come la canta!), lascia parte di ‘She’s in Fashion’ al pubblico adorante. C’è spazio per ‘Filmstar’, ‘Trash’, ‘Animal Nitrate’ e ‘We Are The Pigs’, cartucce sparate una dopo l’altra, come a volerci dire “Ehi, di hit ne abbiamo a manciate”, ma soprattutto non manca la nostra preferita, ‘So Young’, con il testo che dopo oltre venti anni di ascolti ci sembra ancora che inneggi al membro femminile, all’inizio. L’encore sarà più intimista, con ‘Still Life’ e ‘New Generation’. Tre anni fa il loro concerto di Bologna fu per noi il più bello dell’anno, senza se né ma. Stavolta, caro 2016, per togliergli lo scettro dovrai davvero sorprenderci in questi ultimi cinque mesi. Così come molto dovrò fare io, tra un anno, per organizzare un compleanno migliore di questo.

Andrea Lucarini

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