Suede @ Estragon [Bologna, 14/Novembre/2013]

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Questa storia inizia con una cassetta TDK da 46’, la fascetta laterale con la scritta Suede colorata col pennarello rosso sangue e quella ‘Coming Up’ dal Tratto Pen nero. È da lì che provengono i primi ascolti indiretti di questo quintetto, da parte di un bambino di dodici anni con un fratello maggiore che ha gusti musicali, si scoprirà poi, particolarmente apprezzabili. Questa sorta di imprinting mi lascerà poi un romantico affetto nei confronti di Brett Anderson e soci, nonché in eredità una conoscenza dei testi impensabile per una band del tutto dimenticata nel decennale hiatus tra l’uscita di ‘A New Morning’, in realtà un nightmare, e quella del recente ‘Bloodsports’ che ha in parte rinverdito i fasti dei primi tre esplosivi album. Con queste premesse mi è bastato leggere la notizia della loro unica data italiana per decidere, senza pensarci due volte, che a Bologna il 14 novembre ci sarei stato anch’io. D’altronde glielo dovevo, tanto a loro quanto a chi me li ha fatti conoscere, prima ancora che a me stesso. Arrivato all’Estragon fin dalle 20:45, grazie al consiglio di un buon amico del posto che mi aveva istruito sulle locali abitudini orarie, trovo il palco già occupato dai Teleman, opening act intenti a suonare un indie pop che ricorda molto da vicino quello di una piccola band che avevo amato in passato e di cui avevo perso le tracce: i Pete and the Pirates. Non per nulla dietro il nome Teleman ci sono proprio tre dei cinque membri di quel gruppo, compreso il frontman Thomas Sanders. La proposta musicale non differisce per nulla da quella allegra e spensierata della band progenitrice, ben disponendo, mentre intorno a me le facce amiche aumentano e i minuti che ci separano dalla comparsa dei Suede sul palco diminuiscono. La location merita una menzione d’onore, davvero graziosa e dotata di un’ottima acustica, sebbene non premiata dal sold out per una proposta che alla luce dello spettacolo che vi andrò a raccontare, l’avrebbe meritato almeno per due serate di fila.

Quando finalmente si abbasseranno le luci, un teatrale occhio di bue si dirigerà sul lato destro del palco, inquadrando il grande chitarrista Richard Oakes, fisicamente lievitato rispetto a come ce lo ricordavamo prima dei dieci anni di sosta. Tempo di capire che si tratti realmente di lui ed ecco apparire dalla penombra gli altri quattro componenti, resi ancora più mimetici da un look total black. Brett Anderson a prima vista sembra in forma smagliante e tirato a lucido, lontano dagli autodistruttivi eccessi del passato e con l’iconica frangetta sensibilmente più corta. Questo sarà il primo contatto visivo con un frontman che a fine live dirò essere, senza paura di smentite, uno dei più grandi che abbia mai visto nella mia carriera concertistica. Il live si apre con ‘Daddy’s Speeding’, introdotta dal delicato piano di Neil Codling, monoespressivo e con ogni probabilità reduce da un patto col diavolo, visto che il suo aspetto sembra ricalcare in toto quello che aveva nei 90s. L’esecuzione crea fin dai primi istanti un’atmosfera raccolta e provoca i primi brividi sulla schiena, mentre intorno a me ci si chiede cosa potrà mai accadere in un concerto durante il quale l’emozione arriva forte e chiara fin dalla prima canzone, per giunta non una di quelle più attese. Il secondo brano introdurrà il segmento promozionale del live, con l’esecuzione di tre brani consecutivi tratti da ‘Bloodsports’, dal quale nel corso del live verranno estratte altrettante tracce, nessuna delle quali appesantirà la setlist, nonostante, innegabile e naturale, il cuore batterà più forte per i brani del passato, legati a ricordi ed a periodi più felici, artisticamente per la band e moralmente per noi. La carriera dei pionieri del britpop si è arenata sul quarto e quinto album e loro sembrano esserne ben coscienti, visto che da quei due dimenticabili lavori estrarranno la sola ’She’s In Fashion’, relegata per giunta ai margini della scaletta. Per il resto l’androgino Anderson ci mostrerà il suo talento vocale, così spiccato da intimidire gli spettatori che cantano con lui e che probabilmente smetteranno di farlo persino sotto la doccia, dopo l’esito schiacciante di questo confronto. Il suo fisico asciutto verrà mostrato sempre di più, canzone dopo canzone, visto che si slaccerà un bottone della camicia dopo l’altro fino ad esporre tutta la parte centrale del suo corpo.

Saranno tutti in balìa del proprio beniamino, che dirigerà come un’orchestra dei completi sconosciuti che di lui, però, si fidano ciecamente: cantando si tufferà tra noi, una, due, cinque volte, ci intimerà di saltare, ci chiederà il singalong prima di ‘Animal Nitrate’ (come se ce ne fosse bisogno), si avvicinerà fino al bordo del palco e canterà nel silenzio senza microfono, ricordandoci cosa si prova ad avere la pelle d’oca, ci lancerà dell’acqua dalla sua bottiglietta ed ipnotizzerà i nostri sguardi facendo volteggiare coreograficamente il filo del microfono. Poi canterà inginocchiato, senza perdere mai un colpo, e ci saluterà al termine di ‘Beautiful Ones’, cantata da tutti i presenti, ad orecchio e croce anche dai baristi e gli addetti al merchandising, visto il frastuono che udiamo all’interno dell’Estragon. Finito questo brano Brett e soci usciranno, facendoci rendere conto per la prima volta nel corso della serata che, per quanto emozionante, anche questa esibizione come tutte le altre avrà un inizio e una fine. Prima dell’encore assisteremo a una scena very 90s, con degli inservienti che salgono sul palco con passo deciso e non fanno niente, spostano il microfono di un centimetro, lo rimettono al suo posto, sospirano ed interpretano un ruolo al quale nessuno è minimamente intenzionato a credere. Infatti dopo qualche minuto riecco i Suede in formazione a tre ed in acustico, a suonare ‘She’s in Fashion’, seguita, dopo il rientro degli altri due membri della band, dalla bomba conclusiva, ‘This Hollywood Life’. Le luci si accendono, confermando la fine dell’esibizione, ed insieme a loro sono illuminati anche i miei occhi: quello dei Suede è stato uno dei più bei live di sempre.

Andrea Lucarini

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