Stubborn Heart: quando la buona electro londinese arriva a Paris è sin da subito "le tube" del momento

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C’è un piccolo spazio tra la terra ferma del vecchio continente e un’isola che da sempre regala sounds conturbanti e irresistibili che risponde al nome di Gran Bretagna. Accade poi a volte che alcuni di questi suoni  superino prematuramente quel piccolo spazio per approdare in una paese maggiormente sensibile al fascino del bello gentile, invisibile, delicato, elegante, come il trip-hop alla Portishead giusto per citarne l’esempio più eclatante. Ed è così che da più di qualche settimana, è facile captare nella gelida  aria parigina – trasmessa solo ed esclusivamente da Novaplanet (per intenderci un corrispettivo della nostra RDS ma un pochino più selettiva nella programmazione musicale) e ahimé impossibile da ritrovare sul web – la malinconica ma quanto mai incantevole ripresa del pezzo ‘This Strange Effect’, composto da Ray Daves dei The Kinks per Dave Berry nel lontano 1965. A cimentarsi nell’impresa un duo londinese dal nome che piace, se non altro per un vago senso di stabilità che può suscitare aldilà di ogni prima e forse troppo affrettata connotazione negativa di Stubborn Heart, alla lettera “Cuore Testardo”.

Dietro al duo, Lucas Santucci e Ben Fitzgerald, non certo dei nuovi talenti ma dei navigati lupi di mare, che dopo svariate collaborazioni ed esperienze qua e là, hanno infine deciso di condensare tutte le loro idee e frustrazioni creative in un primo ed omonimo album, edito da One Little Indian nel novembre scorso e interamente reperibile per un primo ascolto su youtube (apri). Dieci tracks in tutto che si snodano in un labirinto di suoni synth-pop e bass music, un post-dubstep d’oltre tomba come tanto amano definirlo qui in Francia, che dà vita ad una electro soul senza alcuna pretesa concettuale e/o a livello di lyrics. A parte il pezzo ‘Need someone’ da cui ne è stato estratto il loro primo singolo, a meritare attenzione sono come al solito i pezzi un pò più nascosti e difficili d’apprezzare ad un primo ascolto, come il brano ‘Two Times A Maybe’, in pieno Massive Attack style e il magistrale melange di intrecci synth sapientemente amplificati in cui ci si può imbattere a partire dal primo minuto e mezzo di ‘Interpol’ (apri), per concludere con ‘It’s not easy’ dove una straziante voce bianca interrotta da zampilli elettronici lascia scorgere la chiara ispirazione ai conterranei Radiohead. L’album in complesso si presenta dunque ben proporzionato, c’è senza dubbio armonia anche se manca di profondità. Quella che si concretizza tra un sound e un altro è sostazialmente una preghiera impossibile, un’invocazione circolare verso un concetto di amore così aulico e puro tanto da portare a protendersi più verso dei “mystical status” che umane percezioni. Purtuttavia da un duo che ha deciso di chiamarsi Stubborn Heart, non ci si può aspettare che un continuo e quanto mai ostinato tentativo di indagine, di cui ciò che importa in fondo non è l’arrivo ad una concreta soluzione, ma la fecondità del processo di ricerca. Fecondità tra l’altro che ì più curiosi potranno già apprezzare ascoltando tutto quello che in album non c’è, ma reperibile altrove come la selezione fatta qui (apri) su questo webmagazine francese. Lunga vita dunque alla testardaggine e a tutto quello che di buono siamo ormai sicuri può apportare.

Daniela Masella

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