Stoner Hand Of Doom: Chapter III @ Jailbreak [Roma, 26/Maggio/2007]

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Un festival pazzesco quello dello Stoner Hand Of Doom Chapter III che si è svolto al Jailbreak di Via Tiburtina con 45 gradi fuori e 65 dentro. Un’atmosfera decisamente poco doom ma quello ciò che è importante sono le band fenomenali che si sono esibite. Il festival è iniziato alle 16 con lo show dei pescaresi Zippo, seguiti da Mournful Grace, Kill The Easter Rabbit e gli spagnoli Glow. Purtroppo non sono riuscito ad arrivare prima che i Glow suonassero l’ultimo brano. Mi spiace, gli Zippo li avevo già apprezzati dal vivo al Traffic mesi fa e mi avevano impressionato, li avrei rivisti volentieri ma dalle recensioni raccolte sembra che solo i Glow abbiano un po’ sfigurato. Avendo ascoltato un solo brano mi astengo dal giudizio ma va fatto notare lo scheletrico fisico del cantante in contrasto con l’allegra masnada di tripponi che sfileranno a breve sul palco.

C’è un sacco di gente, credo almeno 200 persone, che per un festival doom sono veramente tante, dentro numerosi stand dei gruppi con cd e gadget mentre fuori dal locale, tra una band e l’altra, è possibile bersi una birra con gli Orange Goblin, scambiare due chiacchiere con i Solace e tutti gli altri. L’atmosfera è quella di una vera festa in famiglia. I primi che vedo interamente sono i Doomraiser, già reportati più e più volte su queste pagine, male o bene, a seconda di chi li apprezza. Io li adoro. Ogni volta suonano sempre meglio, più incazzati e più profondi; complice anche un suono perfetto e un nuovo brano proposto, più marcatamente stoner che doom integralista, coinvolgono tutti i convenuti che smuovono rabbiosamente il capoccione, oscillano a ritmo creando un curioso effetto scenografico e applaudono ubriachi!

Cambio di palco e salgono gli statunitensi Solace. I cinque bruttoni hanno offerto un concerto che nessuno potrà dimenticare. Fisicamente raggiungono il peggio del peggio in assoluto. I due chitarristi sono due bisonti barbuti mentre il bassista, senza rinunciare alla barba d’ordinanza, sforna una delle panze più antiestetiche che mi siano capitate di vedere. Ma tutto ciò fa solo colore. La sostanza è che il set è stato infuocato, putrido e lercio. Infilano una sfilza di brani di hard rock pesantissimo tracotanti di stoner’n’roll, spingendo sull’acceleratore ed è impossibile dire quale brano sia stato il migliore. Hanno letteralmente creato il panico. Il pubblico si inbufalisce e scatta un mosh furibondo. Nel finale il cantante degli Orange Goblin sale sul palco per cantare un pezzo e si finisce con i membri dei Doomraiser e altri dei Goblin a saltarsi uno addosso all’altro. Non oso pensare al poveraccio che si è trovato sotto a 3-4 quintali di birra accumulata in quei ventri molli. Forse il concerto più bello della serata. Applauditissimi. Esco fuori per prendere aria, la temperatura dentro è irrespirabile ma, nonostante ciò, è stato impossibile, distrarmi dall’esibizione degli americani. Mi rituffo all’interno con il naso tappato per i Colour Haze.

L’atmosfera cambia notevolmente perchè i tedeschi di Monaco sono un gruppo psycho stoner, molto più riflessivo ma anche capaci, con una sola chitarra, di riprodurre un suono che faccia per 6! Bello il loro set con tutte quelle luci psichedeliche a colorare il trip sonoro fatto di lunghe jam con sonorità sempre più acide e malate. Ho apprezzato, e anche parecchio, ma dopo l’esibizione dei Solace ero frastoranto. Bravissimi in ogni caso, tanto che mi sono comprato l’omonimo vinile. Curioso fuori programma durante il loro set. Il chitarrista dei Solace si rende conto di aver smarrito lo zaino con soldi e passaporti… incazzatissimo inizia a lanciare sul pubblico cd, dvd e persino la chitarra. Fortunatamente lo zaino viene ritrovato quasi subito e tutto finisce con l’ennesimo cicchetto in compagnia degli altri alticci colleghi.

Di nuovo fuori a boccheggiare in attesa del gran finale e, mentre scambio due battute con chiunque mi capiti sotto tiro, il personale del Jailbreak ne approfitta per passare della varecchina sul pavimento ridotto oramai ad uno stato pietoso. Nel chiacchiericcio placido e sommesso a base di rutti e peti scopro che gli Orange Goblin per venire qui dall’Inghilterra hanno chiesto solo il rimborso spese! Tutto ciò ha dell’incredibile se pensate alle assurde pretese di gruppetti italiani e stranieri appena nati. I Goblin sono un’istituzione, non certo gli ultimi arrivati… e non hanno chiesto altro che il rimborso spese. Rispetto assoluto! Questa sera presentano il sesto album, “Healing Through Fire”, appena uscito per la Sanctuary. Li avevo già visti al Forte Prenestino per uno dei concerti più intensi e selvaggi dello scorso anno e non hanno fatto nessuna fatica a ripetersi. La loro attitudine è semplice e quasi punk, i riff sono pesanti ma veloci, la sezione ritmica è da cardiopalma e a tenere il palco ci pensa il cantante, un omone tanto grosso quanto goliardico che incita noi presenti a spezzarci le ossa. Lo facciamo volentieri. Immginate i Motorhead suonare come i Kyuss e avrete l’esatta immagine della musica della band britannica! Pronti a non concedersi neanche un attimo di pausa, colpiscono al grugno con riff assassini, wha wha ’70, e batteria a profusione. Un concerto monumentale, difficile da rendere a parole, e poi è bello vedere una band metal che riesce a ridere sul palco e a scherzare con la gente. La serietà estrema è ciò che ha ucciso il metal sul finire degli anni ’90. Ma i Goblin lo salveranno. Un plauso all’organizazzione perfetta: nessuna band ha sforato di un minuto, un trancio di pizza si poteva comprare a 2.50€ e, cosa importantissima, i suoni erano pulitissimi. Questo festival è stato reso possibile solo grazie a tutti quelli che con pazienza e vero spirito di fratellanza vi ci sono dedicati anima e corpo, dagli organizzatori alle decine di fans venuti dal Nord e dal Sud Italia. All’anno prossimo, sempre più unti e doom!!

Dante Natale

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