Stoned Hand Of Doom VII @ Init [Roma, 19/Maggio/2012]

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Eh no, questa volta non me li volevo perdere. Sarò sincero: lo Stoned Hand of Doom capitolo VII mi ha attirato solo ed esclusivamente per la presenza degli Orange Goblin come headliner. Ma, vista la concomitanza di un festival a tema, perché allora non prendersi tutto il blocco, per dirla alla Sassaroli? Ed eccomi così camminare in buona compagnia sotto un sole primaverile, diretto verso lande in cui l’oscurità e la notte regnano incontrastate. Alle cinque e mezzo circa, davanti alle porte c’è già un discreto manipolo di incorreggibili, in maggioranza uomini, intenti a scherzare e bere birra, debitamente acquistata fuori: anche agli adepti del metallo tocca adattarsi agli andamenti di mercato, d’altronde. Il nero o, al limite, blu scuro, va per la maggiore, tanto che mi sento un tantino fuori posto, con una maglietta azzurra e l’aria da osservatore dell’ONU. In giro si vede di tutto: liceali con la maglietta dei Doomraiser, ragazze in calze a rete, vecchie (e vecchissime) glorie, vecchie e basta, chiodi con tutto l’armamentario fatto di spille e toppe dei vari Slayer, AC/DC, Motörhead e via dicendo. Appena fuori dalla sala concerti, tanti memorabilia per lo più legati ai gruppi in scena, ma anche scaffali di vinili in cui, accanto al materiale di genere, si trova qua e là qualche sorpresa, come ad esempio The Stooges.

L’atmosfera è irreale: fuori, un sole (che durerà ancora poco) caldo e dentro oscurità e luci rossissime, alle cinque e mezza del pomeriggio. La prima band la saltiamo purtroppo a piè pari, ma riusciamo ad ascoltare qualcosa dei Caronte. Tipica formazione a quattro, cantante massiccio e dai toni tendenti all’acuto con la timbrica un po’ alla Ian Gillan, propongono un doom abbastanza veloce per gli standard del genere. Il tempo di uscire fuori e sono arrivati. Da un furgone scendono uno dopo l’altro Ben Ward, Joe Hoare, Martyn Millard e Chris Turner, ossia i protagonisti dell’edizione di quest’anno. Ward è un omone alto due metri, con un look prevedibilmente all’altezza del personaggio: vestito di jeans dalla testa ai piedi, capelli lunghi e birra (anzi vino) al seguito. Il meno appariscente di tutti è il “piccolo” (a confronto) Hoare, vestito tutto sommato casual e con i capelli solo fino alle spalle. Ad accompagnarli, il mitico roadie dalle fattezze vichinghe, uscito dritto dritto da una striscia di Asterix. Bazzicano per un po’ l’esterno del locale, concedendosi senza problemi ai fan e scambiando quattro chiacchiere e qualche foto. Rientriamo per assistere alla performance dei Ghandi’s Gunn. Dietro un nome non proprio felicissimo si nasconde una band all’altezza, probabilmente la più valida di tutta la serata (escludendo gli Orange). Il loro è uno stoner con forti influenze kyussiane nonché degli immancabili Black Sabbath, veri padrini di tutti i gruppi di questo genere. Un po’ troppo monolitico e poco vario, forse, ma potente e preciso.

Dei Funeral Marmoori riesco solo a sentire qualche brandello di concerto, giusto il tempo per rendermi conto delle loro tendenze power, con tanto di tastiera. Il duo degli El-Thule non mi colpisce più di tanto: l’equalizzazione della chitarra non è tale da potersi permettere di non avere un basso (opinione da bassista, sia chiaro…). I Doomraiser sono un po’ di casa qui allo SHOD, essendo stati protagonisti di altre edizioni passate. Sono mastodontici e possenti come pochi, nonché bradipeschi nell’andamento e, viste le ore alle spalle e l’ora e mezzo di Goblin in arrivo, non me la sento di portarmi sul groppone anche loro ed esco dopo un paio di pezzi.

Alle 23.50, con tutta la stanchezza e la birra addosso, arriva il momento più atteso. I quattro londinesi salgono sul palco, e Ben Ward sfoggia già il gesto che rimarrà più impresso per tutta la serata: le braccia tese e i pugni chiusi che traducono il “daje!” più sincero. Si parte senza tanti complimenti con ‘Scorpionica’, dagli accenti marcatamente stoner e psycho e con la celebre voce di Ben Ward, una sorta di Barney in acido, che fa bella mostra di sé. Dall’ultimo ‘A Eulogy For The Damned’ scatta ‘The Filthy and The Few’, che si fregia di un sound più dichiaratamente hard-rock, stile Motörhead, in linea con la natura “biker” del pezzo. Millard suona il basso sempre e rigorosamente con le dita, e andrà incontro a un cambio di strumento nella prima parte di concerto e più avanti, forse dovuta a un jack difettoso: a dispetto della preponderanza chitarristica nel genere, le sue note si sentiranno sempre forti e chiare. Dal canto suo, Ben ha gioco facile nel fomentare la folla, con la sua mole e la sua attitudine goliardica e bonaria. La chitarra di Hoare domina la scena, a dispetto della minutezza del chitarrista, mentre Turner è meno appariscente e si limita a fare bene il suo lavoro. Alla spicciolata, la platea si va riempiendo e, contro ogni aspettativa, in principio rimane anche alquanto freddina. Ma man mano che lo spazio si riduce e la band va sfoggiando l’artiglieria pesante (come ‘Getting High On The Bad Times’ o la micidiale ‘Some You Win, Some You Lose’), ecco iniziare i primi headbanging, il pogo, fino ad arrivare al crowd surfing più sfrontato. Il roadie vichingo avrà infatti il suo ben da fare a contenere la foga della gente, che sale più volte sul palco. Gli episodi si susseguono, con un paio di tizi che si fanno vedere più spesso di altri e che, forte della sua stazza, Ward non esiterà ad abbracciare fraternamente. Ma il troppo stroppia anche un’anima buona come il cantante che, all’ennesimo balletto idiota del solito abbordatore, non esiterà a spingerlo giù dal palco. Vedremo poi passarci il suddetto affianco tenendosi la bocca con una mano, sofferente… Il concerto è tosto e senza tregua: non ci sono pause tra un brano e l’altro, se non per ringraziare il pubblico o annunciare il brano successivo. In rassegna passano parecchi brani del passato, come ‘Aquatic Fanatic’ e ‘Time Travelling Blues’ e, vista l’ora e l’attesa prima di esibirsi, anche gli OG sembrano, verso la fine, un po’ alle corde, benché la qualità del concerto non ne risenta affatto. All’una e mezza, con il nuovo singolo ‘Red Tide Rising’, si conclude nel migliore dei modi una maratona stancante ma piacevole, con gli OG prevedibilmente a svettare su tutti gli altri. Nonostante l’alcool a fiumi, la serata scorre inoltre tranquilla, a eccezione di qualche piccolo diverbio all’entrata tra i buttafuori e un paio di ragazzi apparentemente non proprio sobrissimi. Un plauso comunque all’organizzazione che, dopo lo stop dell’anno scorso, è tornata a garantire una giornata a base di tutta musica e zero menate. “And we wanna get loaded!”.

Eugenio Zazzara

Setlist OG:
1.    Scorpionica
2.    The Filthy and The Few
3.    The Ballad Of Solomon Eagle
4.    Time Travelling Blues
5.    The Fog
6.    Getting High On The Bad Times
7.    Some You Win, Some You Lose
8.    Round Up The Horses
9.    Aquatic Fanatic
10.    Cities Of Frost
11.    Acid Trial
12.    They Come Back (Harvest Of Skulls)
13.    Stand For Something
14.    Blue Snow
Encores
15.    Quincy The Pigboy
16.    Death Of Aquarius
17.    Red Tide Rising

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