Stoned Hand Of Doom V @ Init [Roma, 16/Maggio/2009]

544

E’ una giornata troppo calda per essere il 16 maggio. La canicola è pesantissima e stritola già da ora ma ciò non mi fermerà, almeno oggi, vado a fare un po’ di headbanging con i fratelli del doom. Dove? Allo Stoned Hand che, per chi ancora non lo sa, è diventato il festival psych/acid/doom/stoner rock tra i più importanti d’Europa. Per questa quinta edizione si sono avvicendate sui palchi del Sinister Noise e dell’Init numerose band spalmate in una settimana tra cui Doomraiser, Zippo, Radio MoscowL’Ira Del Baccano, Black Rainbows, Skywise e svariati altri estimatori del suono plumbeo.

Arrivo verso le 20,  l’ultima serata del festival è iniziata alle 17 e quindi riesco a vedere solo metà concerto dei Midryasi, band che l’anno scorso mi aveva fatto gridare al miracolo tanto bravi erano. E anche stasera, per lo meno a giudicare dalla manciata di brani che ho ascoltato, non hanno deluso.

Esco a respirare un po’ e trovo tutti i vari banchetti del merchandise più vinili vari in assortimento. I vari dialetti che sento parlare, tra un rutto e una bestemmia, sono di ogni parte d’Italia, dal nord al sud. Il che la dice lungua, più di ogni altra cosa, sull’importanza di questo festival.

La band che, assieme ai The Heads, ha raccolto i maggiori entusiasmi di tutta la serata sono stati i White Hills. Il funambolico trio newyorkese sale sul palco verso le 20.30 e il cantante chitarrista si presenta vestito come una specie di incrocio tra Ronnie James Dio e Ritchie Blackmore con pantalone scintillante anni ’80 e camiciola sgarrula. A fianco la poderosa bassista che ci mostra le sue gambe e un batterista semi nerd. Suoneranno 5/6 brani nella loro ora concessa e saranno brani compressi di psichedelia, rock anni ’70, acid stoner e smazzolate metal. Risultato? Strabiliante. Il pubblico sbatte la testa che è un piacere e si fa trasportare nei lunghi trip androgini che la band crea. Tra l’altro il cantante sa davvero cosa vuol dire stare sul palco, sa muoversi senza sembrare ridicolo completamente impossessato dalla sua musica. Ovazioni e tripudio alla fine del concerto. Sceso dal palco e messosi dietro il banchetto il suo atteggiamento cambia e da indemoniato che era,  diventa un mite artista che dispensa sorrisi, strette di mano, ringrazia umilmente, dà informazioni sulla sua band, etc. Ovazione e tripudio ancora.

E l’ora di Valpurga, l’ora nera dei Witchfield (sì vabbeh…). La band è una formazione all star di ex membri di Death SS, Impero Delle Ombre, Paul Chain e infatti, per quanto riguarda il livello tecnico non c’è nulla da dire. Il loro è un doom vecchio stampo, molto Pentagram, St Vitus ma che non disdegna di essere arricchito con il prog italiano anni ’70, quello più venato di dark ovviamente. A me sinceramente non sono piaciuti granchè, sarà che il genere lo digerisco davvero poco, anzi proprio malvolentieri, per cui non sono riuscito ad apprezzarli. Il resto del pubblico invece si spertica di lodi. Bene per loro, male per me.

Mentre Pinna dei Doomraiser mi intrattiene parlandomi su dove sta andando il doom, e io gli sbadiglio in modo molto doom in faccia, arrivano sul palco i belgi Serpent Cult. Ecco, ora voglio dire la mia. Questa è una band inutile. Magari tecnicamente, come i Witchfield, è tutto in regola, ma non si capisce come un gruppo assolutamente mediocre come questo possa firmare per la Rise Above, fare tour negli States e in tutta Europa, partecipare ai festival continentali e tutte le nostre band invece no. Cos’hanno di più i Serpent Cult rispetto a El-Thule, Zippo e Doomraiser? E’ molto semplice trovare la risposta. Il loro appeal, per i primi brani, rimane la cantante, bella figliuola, poi l’Init, capito il trucchetto, pian piano si svuota. La tipa non sa cantare, ha una tonalità fastidiosa, a volte dimentica che ha un microfono e non si sente una fava e mi irrita la pelle non appena apre bocca. Zero. I brani sono un onesto havey doom abbastanza prevedibile. Quindi a parte le bocce della cantante i Serpent Cult non hanno nulla in più dei gruppi italiani.

Pinna è disteso lungo, in posizione materna, sul retro dell’Init. Bofonchia qualcosa sui Pentagram e sull’influenza di Wino sul doom degli anni ’90. Gli lancio una big babol al gusto sabbia e margarita per farlo tacere e mi infilo di corsa per il concerto finale, i bristoliani The Heads. Di recente sono le ristampe dei loro dischi per la Rooster Records di cui conviene approfittare vista la scarsa reperibilità. Sul proprio myspace la band si chiede come mai sono ancora qui dopo 15 anni e come mai la gente compri ancora i loro dischi. Bene, dopo averli visti live la risposta è semplice.  Perchè una band come questa è preziosa e unica. Il loro concerto è stato uno sterminato magma di riff acidi e tonnellate di fuzz valvolare. Ritmi ora lenti, ora pachidermici ora stoogesiani, un po’ come se i My Blood Valentine si dessero alla psichedelia anni ’60. Un suono che spaventa, una band conscia del suo essere superiore a tutti. Sicuramente il concerto più bello della serata. Horns Up per i The Heads.

In chiusura un grazie a chi si prodiga per questo evento: a BJ, a Davide degli El-Thule e a tutto lo staff di Sinister Noise e Init per la collaborazione e la gentilezza. All’anno prossimo, tutti con le trippe più gonfie di birra.

Dante Natale

2 COMMENTS

  1. grande dante, peccato non esserci beccati… o almeno io non ti ho visto!
    a me i witchfield sono piaciuti tantissimo, mentre sono d’accordo con te sui serpentcult…

    a breve report mio su perkele.it

    ciao!

    IN DOOM

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here