Stoned Hand Of Doom Chapter 4 @ Init [Roma 17/Maggio/2008]

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Il metallaro puzza. Inutile cercare scusanti. Puzza e basta. Se al Circolo con gli Juppy Fliu c’è una seratina da gente con la puzza sotto il naso qui all’Init c’è una serata di gente con la puzza sotto le ascelle. Il forte odoraccio mi penetra robusto e vivace non appena varco il portone del locale designato per la quarta edizione del festival Stoned Hand Of Doom. Organizzato da Andrea “BJ” Caminiti, factotum dei Doomraiser, è sicuramente il più importante in Italia per quanto riguarda lo stoner doom e rischia di diventare a breve anche più importante del “Doom Shall Rise” vista la caratura delle band che oggi e nelle passate edizioni vi hanno preso parte (Orange Goblin, Solace, Colour Haze…). Il mio ultimo legame, oramai labilissimo, con il metallo è rimasto questa sotto nicchia: il misto tra stoner pesantissimo e doom cadenzato è una miscela a cui non riesco a resistere. Dagli accenti che si sentono, all’interno e fuori del locale, c’è praticamente mezza Italia, tra veneti, lombardi, toscani e sud assortito. Segno che la scena pullula di seguaci del vero demonio. Appena entro trovo un ottimo allestimento di stand vari, uno per ogni gruppo, più un’etichetta olandese ed altre cosine sataniche. Tutto quindi è in ordine.

Il festival è iniziato alle 16 con Black Rainbows seguiti da Winter Of Souls e La Ira Del Baccano ma io riesco a mettere piede al locale quando iniziano i Midryasi, band di cui mi avevano sempre parlato benissimo ma che non ero mai riuscito a vedere. E in effetti l’aura di leggenda che si portano dietro non è affatto esagerata. Davvero un gruppo eccellente, uno psych sludge stoner molto anfetaminico suonato con sregolatezza. Quando spingono sulle parti veloci fanno strage e il pubblico gli tributa applausi scroscianti. Segnalo l’ultimo brano che hanno suonato, “l’ultimo composto”, annuncia l’infoiato cantante, una vera mazzata con delle parti veloci da infarto. Gran finale con i Doomraiser sul palco per una cover dei Saint Vitus. O erano i Pentagram? Chi se ne frega. Buon inizio.

Esco fuori, dentro l’aria è irrespirabile, sopratutto per il caldo, c’è un buon afflusso di gente oggi e l’Init, con le sue sedioline e gli ombrelloni, è davvero accogliente. Incontro vari amici, tra cui Alex dei IV Luna con una capigliatura che oramai assomiglia sempre più a quella di un capo rabbino, Davide, la cui maglietta dei Klaxons spicca vertiginosamente nel marasma di t-shirt con gruppazzi doom metallari; c’è anche lo “Sceriffo” che da 30 anni non ha mai smesso di parlare. Neanche nel sonno probabilmente. Vaga alla ricerca di qualcuno che ascolti i suoi deliri. Nessuno gli parla. Fa tenerezza. Poi è la volta degli Stoner Kebab, già presenti l’anno scorso, ma questa volta, vista l’ottima prova offerta si meritano un posto migliore in scaletta. Anche loro ci danno dentro come forsennati. Iniziano con una improbabile cover di ‘For Whom The Bell Tolls’ (che ricordi), accordata bassissima per poi lanciarsi nei loro brani. Niente da dire. Davvero eccellenti, stoner molto più classico con voci urlanti, quasi metal a volte.

Ora ci sono gli El-Thule. Devo ripetervi quanto grande sia questo gruppo? Per me sono tra le più grandi formazioni in Italia in assoluto, e sicuramente la migliore del genere. Pochissimi rivali. Anche oggi offrono la solita prestazione maestosa con i brani di ‘Green Magic’ a farla da padrone. Gruppo superiore e basta, il pubblico è tutto per loro. Escono tra le ovazioni. Altro pianeta. Nel frattempo ho capito come ci si deve comportare per essere un vero fan del doom. Bisogna starserne in disparte per un po’, poi a un certo punto bisogna andare sotto il palco, tendere il braccio verso il gruppo, fare le corna per 5 minuti fermi. Sbattere il capoccione, distribuire ettolitri di sudore e chili di forfora ai vicini, e poi ritornare dietro le quinte. In silenzio.

Ora, non me ne voglia il gruppo di cui sto per parlare, così come i loro fan, e lo stesso BJ, ma non ho capito cosa ci azzeccavano i Foreshadowing stasera. Si è trattato di uno dei concerti più piatti, mosci, e noiosi a cui io abbia mai assistito. Una sorta di gothic doom come i My Dying Bride o primi Paradise Lost. Stanno avendo successo anche perchè hanno inciso per la Candlelight, storica ed importante etichetta del genere (avevano gli Emperor ai bei tempi e ora Killing Joke, Obituary, Entombed!). Nonostante abbiano avuto problemi per il cambio palco, e capite cosa voglia dire in un festival con varie band la questione dei tempi, non rinunciano alll’intro funereo di 5 minuti, in cui stanno girati di spalle (perchè?). Poi iniziano le danze macabre. Il cantante ce la mette tutta per rendersi antipatico, sta fermo immobile, canta con un vocione epico davvero ridicolo, e a stento ringrazia alla fine del concerto. Sarà perchè il genere impone una certa tristezza. I riff sono stanchi di se stessi, mai un guizzo, mai una idea che sollevi la serata. Una orribile cover di Sting (perchè?) riproposta in chiave gothic chiude una prestazione davvero incolore. Purtroppo non sono il solo a pensarla così, i commenti fuori erano impietosi e la sala si svuota completamente, rimarranno in 20/30. Erano fuori contesto o fuori forma? Renderanno sicuramente di più su disco, ma dal vivo… meglio voltare pagina.

Il festival si rianima invece con la vera sorpresa della serata. La Ira De Dios. Mai sentiti, neanche di nome, ma il gruppo peruviano ha ricevuto gli applausi più calorosi della serata. Un trio assolutamente fantastico di power stoner tribalissimo e potente. Il batterista è tra i più disumani in circolazione, pesta e rutta, rutta e pesta, MC5, Hawkwind, Stooges, Kyuss, psichedelia varia… frullate per bene e avrete La Ira De Dios. Ultimi due brani da apoteosi, specie la strumentale in cui si votano all’autodistruzione. Monumentali. Miglior band del festival.

Siamo in chiusura, mancano solo i Witchcraft. Chi non li conosce sappia che sono un piccolo grande caso. Questi svedesi, al loro secondo album, sono oramai sulla bocca di tutti gli amanti del genere per aver riproposto fedelmente, ma con una certa personalità, un suono fermo al 1969. Su disco non mi hanno fatto impazzire ma dal vivo, due anni fa, al Sinister Noise, mi avevano lasciato a bocca aperta. E oggi ripropongono la stessa maledetta lezione di hard’n’heavy venato di doom. Quadratissimo. Il cantante è ingrassato nei fianchi in maniera paurosa ma per il resto ha lo stesso carisma di sempre. Il suono dei Black Sabbath cantato con una voce normale, incrociato con certi riff hard rock. Questa la formula vincente del loro suono. Professionalissimi, hanno un suono perfetto e pulito. Il pubblico li ama, è tutto per loro, ma io ho preferito La Ira De Dios. Ok, è tardi, sono a pezzi, terzo concerto in tre sere (e oggi era un festival), vado a casa, ho le orecchie che sanguinano. Esco e trovo qualcuno sdraiato fuori la porta dell’ingresso. Capita. Faccio pochi metri e ne trovo un altro sdraiato che dorme sul marciapiede tutto rannicchiato con le mani giunte sotto la testa. Forse sogna la mamma. All’anno prossimo.

Dante Natale

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