Stiff Little Fingers @ Init [Roma, 8/Aprile/2010]

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Come si fa? Come è possible lasciare fuori dalla scaletta ‘Gotta Gettaway’,  ‘I Don’t Like You’, ‘No Change’, ‘Breakout’ (il tour si chiama pure “Breakout 2010″), ‘State Of Emergency’, ‘Here We Are Nowhere’, ‘Is That What We Fought The War For? Chi conosce gli SLF sa bene che questi sono classici che non possono star fuori dalla scaletta. Ma pazienza, è andata così. Non perderò tempo a introdurvi gli SLF, se non li conoscete è affar vostro e forse non dovreste essere su questo sito. Jack Burns e company tornano dopo la data di due anni fa in un affollatissimo Forte Prenestino che era andata benissimo con un sacco di gente a gonfiarsi di birra e a pigliarsi a calci negli stinchi.

Siedo sulle panchine laterali dell’Init, che per l’occasione ha sfilato le porte a metà sala per accogliere tutta la gente, e assisto al gruppo spalla che suonerà per ben (!) quindici minuti. Non che mi stessero facendo impazzire però almeno 20/25 minuti potevano darglierli. Si consiglia di presentare il nome del grupppo e non i singoli componenti visto che ha decisamente più senso sapere che hanno suonato i Super Dog Party piuttosto che Marco, Paolo e Michele. La band suona un onesto r’n’r con influenze blues e punk. Ottima la prova del bassista, quasi jazz. Nulla di epocale ma sinceri.

Mi alzo in piedi sulle panchine e osservo la massa dell’Init sempre più corposa. C’è uno stand del merchandise che non è uno stand, è un negozio con tanto di scaffali montati vicino al bar. I prezzi sono proibitivi e quindi l’ubriacone al merchandise rimane quasi sempre in solitudine dopo aver mostrato la sua mercanzia, visto che chiunque si avvicina scappa poi impaurito. Quaranta dicasi quaranta minuti di cambio palco con un roadie che non riesce a fare due cose assieme. Prima gli asciugamani, poi le birre, poi i fogli con le scalette. Ogni volta deve rientrare ed uscire dal camerino per prendere una cosa. Quaranta minuti passati inoltre ad ascoltare una musica stupidissima e fastidiosa che ogni tanto veniva pure sparata ad alto volume con somma gioia. Non c’era niente di meglio? Andava bene pure ‘Never Mind The Bollocks’.

Iniziano gli ululati di noia e di attesa, i fischi, poi finalmente sulle note della strumentale ‘Go For It’ i quattro irlandesi fanno il loro ingresso sul palco e il brano d’apertura è un proiettile al cuore. E’ la marcia anthemica di ‘Tin Soldier’ a dettare i tempi d’inizio. Si può ben facilmente immaginare la reazione dei presenti, tutti impazziti al punto giusto. Segue a breve un pezzo che Strummer gli avrà sempre invidiato, ‘Root Radicals Rockers And Reggae’ e varie altre tra cui ‘Silver Lining’ a cui Jack sembra particolarmente legato. Grande successo riscuotono nei cuori degli autoctoni ‘Doesen’t Make It Alright’, cover degli Specials, che a parte questo brano non ho mai sopportato (Madness tutta la vita), e la rock and roll song per eccellenza (“we never wrote a love song, but this is something very close to”) ‘Barbed Wire Love’; segue abbraccio collettivo dei presenti nella parte centrale. E’ sul finale che Jack spara le sue cartucce migliori con ‘Suspect Device’ che fa urlare tutto l’Init. Grandissimo pezzo. Nei bis c’è tempo per una meravigliosa ‘Johnny Was’, forse l’esecuzione migliore e ovviamente l’acclamata ‘Alternative Ulster’ (sarebbero stati impiccati a testa in giù sul luogo se non avessero fatto manco questa). Un’ora e 10 minuti. Un po’ poco in effetti e troppi classici lasciati fuori. Rispetto a due anni fa è mancata, almeno da parte mia, l’effetto prima volta e li ho ascoltati con un po’ più di distacco ma, emozioni personali a parte, credo che il concerto del Forte sia stato migliore, qui forse erano leggermente più scarichi. Fermo restando che sono una delle poche band storiche da andare a vedere assieme ai The Boys.

Dante Natale