Stiff Little Fingers @ Forte Prenestino [Roma, 24/Ottobre/2008]

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Ognuno di noi ha dei gruppi che ama visceralmente, quei gruppi con cui nasci, li ascolti da anni e che come cicatrici ti rimangono sul cuore. Ecco, gli Stiff Little Fingers per me sono uno di quei gruppi. Li adoro in maniera esagerata, forse troppo rispetto al loro effettivo valore, ma non ci posso far nulla. Dopo Bad Religion e Ramones sono il mio gruppo punk preferito. Non il migliore, il mio preferito. “Good tunes with something to say” ecco il segreto, secondo Jake Burns, della buona musica. Al Forte, com’era facilmente intuibilie, c’è tantissima gente. Finchè i concerti li terranno a 5€ qui non c’è crisi bancaria che attacchi. Sempre che non sgomberino anche questo posto come è appena successo all’Horus. Ci sono due gruppi di spalla. Gli Steaknives che vedo per la terza volta e che riescono finalmente a convincermi stavolta. Bella botta e pezzi granitici. Specie l’ultimo, quello dopo la cover dei Bad Brains. Poi c’è un gruppo di Frosinone, Me For Rent, che hanno anche un bel repertorio di brani ma poi infarciscono il loro concerto di cover e alla fine diventa un concerto a metà. Però non mi sono dispiaciuti.

Ora però è il momento dei miei eroi irlandesi. Mi sono giunte voci che hanno scassato il cazzo in maniera esagerata prima del concerto, che il manager è un rompipalle magistrale e altre cose poco carine. Anche se non ci voglio credere (i miei eroi non possono comportarsi male) inizio a pensare che rischio di vedere il solto gruppo di 60enni pacchiano e ridicolo. Quando il manager, con un ventre ricolmo di birra più triste di tutti gli alberi di Natale abbandonati del mondo, inizia a scassare perchè non c’è spazio per passare, le transenne son troppo vicine al palco e il suono non è buono, inizio a temere il peggio. E invece per mia fortuna non sarà così, ma sarà una serata di gloria. Mentre intorno il profumo di tabacco si infila robusto dentro il naso e gli aliti dei miei vicini sanno di acquaragia e aria compressa, finalmente i quattro eroi salgono sul palco. Li accoglie un boato. D’altronde il Forte è strapieno. Da buon avventore di concerti mi ritaglio uno spazio personale da dove, pur essendo nelle prime file, riesco a sedermi su un transenna e a vedere il concerto senza essere sballottato dal pogo e dai mulinelli vorticosi che esploderanno di lì a poco. Jake Burns è ingrassato e invecchiato, ahimè, su quello non c’è scampo, mi ha fatto un po’ di tenerezza vederlo con quelle guanciotte. Nonostante i miei 30 anni, i centinaia di concerti visti riesco ancora ad emozionarmi quando sento l’inizio di un brano, ed è quello che provo sulla prima canzone, ‘Wasted Life’. Credo che sia stata un’emozione comune a tutti perchè l’urlo di ‘I Could Be A Soldier’ è stato collettivo. Sono in formissima e il pubblico ne riceve appieno la consapevolezza tanto che dopo due brani già volano cazzotti tra i facinorosi delle prime file. Lo stesso Burns chiede di darsi una calmata e di godersi lo show in tranquillità che non c’è bisogno di violenza. Tutti i pezzi proposti in scaletta sono un colpo al cuore, da ‘Roots Radical, Reggae And Rockers’ a ‘Silver Lining’ fino al power pop dei brani degli ultimi dischi come ‘Guitar And Drum’. Mi esalto come uno scemo, canto, mi tuffo nella mischia, urlo davanti a Jake tutte le parole delle sue canzoni. Ottima la presenza sul palco, ottimo il suono pulito anche se a loro non andava bene, la potenza dei suoni, così come la tenuta massiccia della sezione ritmica. Sul finale avviene di tutto. Dapprima una versione alcolizzata e pazzesca di ‘Barbed Wire Love’, amatissima da tutti, con l’intero Forte a lanciarsi nel doo-wop di metà brano con le mani ad ondeggiare come a un concerto di Baglioni, e poi sull’ultima prima dei bis, ‘Suspect Device’, in cui ho avuto davvero puara di farmi male. Ho le lacrime per la gioia perchè la canzone è urlata come un inno. Belli, belli, meravigliosi. Non mi fate trovare parole più complicate, periodi più complessi, non ne ho voglia. Sono completamente impazzito e la recensione ve la scrivo così. Ora i bis… io aspetto assetato come sono ‘Alternative Ulster’ e ‘Gotta Get Away’ (ma avrei pianto se mi avessero regalato ‘Is That What You Fight The War For?’). Ritornano sul palco accolti da applausi e schiamzzi di ogni tipo. Jack ringrazia, è contento anche lui, si che lo è, dà un occhio ai suoi compagni e parte il riff miracoloso di ‘Tin Soldier’ adorno di bellezza tutta sua. Anche qui è il caos completo. Manca però un altro classico all’appello ed eccolo infatti… la tanta invocata, amata, ‘Alternative Ulster’. Merda, adesso ho davvero i brividi. Quello che è successo fin’ora moltiplicatelo per 10. La gente è andata al manicomio non appena gli irlandesi l’hanno acennata. E’ il brano più amato, nulla da dire. Finisce con loro sul palco abbracciati che salutano e ringraziano. E non è semplice retorica o gesti automatici, sia per noi che per loro il concerto è stato davvero un piccolo evento. Certo, ‘Gotta Get Away’, ‘I Don’t Like You’ e tante altre sono rimaste fuori ma era impossibile accontentare tutti visto l’ampio repertorio. Questi son dettagli però, resta il ricordo di un concerto perlomeno per me, magnifico.

Dante Natale

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