Stevie Nicks: ricordo di una giovinezza

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Doveva essere il 1986 o il 1987, sarei un bugiardo se riportassi la data esatta, erano comunque i giorni del nuovo supporto, il CD, e delle liste che alcuni negozi specializzati ti davano per farti conoscere ciò che già era stato “convertito”. Eppure io i vinili li compravo ancora, mentre gli Smiths mi avevano già cambiato la vita, e tutt’attorno gli amici discutevano se dedicarsi al new romantic o al nuovo album degli Iron Maiden, perchè Bruce Dickinson non gli era proprio andato giù, la nostalgia canaglia riportava infatti sempre a Paul Di Anno. Erano gli anni delle festicciole fatte in casa, mentre John McEnroe sfidava ancora una volta Ivan Lendl a giocare d’anticipo sulla guerra fredda cinematografica che opponeva gli USA al blocco comunista dell’Est, mentre le gonnelline delle donne proponevano solo Evert Vs Navratilova. L’eco del punk e del post-punk più urgente si era già spento, il Regno Unito sfogliato su quei numeri di Ciao 2001 o assorbito dalla grande “M” verde di Video Music, era tradotto in un monologo dedicato alle derivazioni del suono “sintetico”, bastava saper scegliere. Le creste colorate dei Thompson Twins o di Paul King, il fascino androgino del suono euritmico, le grida dei Tears For Fears, i già navigati Cure, le ostilità aperte dai fan di Duran Duran e Spandau Ballet, i nomi mitteleuropei, mentre dagli Stati Uniti veniva fruita solo la parte più hard rock/metal/rock’n’roll (hardcore, noise, quasi tutto “il resto” che nasceva sul suolo yankee sarebbe diventato negli anni a seguire praticamente influente e seminale, pensateci!). Ecco erano gli anni che dovevi per forza di cose avere la capacità di ascoltare un po’ di tutto, essere onnivori, curiosi, conveniva, e personalmente questa pratica, tra il compulsivo e il collezionismo, tra la passione e la corsa alla novità, mi è stata utilissima molto tempo dopo. Così tra un disco dei Rush ed uno di Cyndi Lauper, tra un vinile dei Praying Mantis ed uno di Hall & Oates, tra la discografia dei Journey e un album di Howard Jones, tra uno dei Tubes e uno dei Cars, ha sempre fatto bella mostra la mia adorata Stevie Nicks.

Amore giovanile nato per caso. Ero attratto all’epoca dall’ideale di donna bionda, con la pelle candida e gli occhi chiari. Prediligevo infatti tra le attrici la meravigliosa Jessica Lange, così dopo un breve flirt con Debbie Harry, cercai nuovi stimoli con Stephanie Lynn, con Steve Nicks intendevo. Da oltre dieci anni era la cantante dei Fleetwood Mac, del secondo corso della carriera della band londinese, uno dei pochi esempi nella storia della musica di formazione quasi totalmente differente dalla prima alla seconda incarnazione. La prima infatti, appartiene al mito assoluto di Peter Green, gigante del blues rock britannico, tra i più grandi chitarristi di ogni latitudine conosciuta. Il successo mainstream appartiene invece ai Mac di metà anni ’70, con i soli Mick Fleetwood e John McVie, a rappresentare l’ideale ponte di unione tra le due realtà distinte. Ecco, discorso Fleetwood a parte, un pomeriggio del 1986 o del 1987, comprai in CD il primo disco solista della Nicks (‘Bella Donna’ del 1981), perchè ero stato attirato da quella copertina angelica, in cui la mia beniamina era come al solito abbigliata con le sue adorate palandrane lunghe fino ai piedi, con i capelli sciolti, ma anche perchè nei credits dell’album compaiono calibri come Tom Petty, Don Henley, Roy Bittan, oltre alla presenza di un singolo ormai classico che risponde al nome di ‘Edge Of Seventeen’. Tirai fuori qualche migliaio di lire anche per i successivi ‘The Wild Heart’ e ‘Rock A Little’ (quest’ultimo penalizzato da una copertina davvero orrenda, nella quale Stevie non sembra Stevie). Nel 1989 – quando usciva il quarto disco solista – avevo già deciso che Stevie l’avrei ricordata e seguita in altro modo. Come per altre leggende della musica, difficile elencare l’influenza che la chanteuse dell’Arizona ha avuto sulle successive generazioni di cantanti, ma possano bastarvi i nomi di Courtney Love, Belinda Carlisle, Mary J. Blige, Tori Amos, Jenny Lewis, Michelle Branch e tante tante altre ancora. Così dopo alterne vicende e fortune, fuori e dentro i Fleetwood Mac, ho ritrovato con sorpresa e un po’ di imbarazzo adolescenziale, la mia amata Stevie coinvolta nel progetto “Sound City” di Dave Grohl. Apro il file della colonna sonora. Ascolto. E quando arrivo a ‘You Can’t Fix This’ sobbalzo. Mi commuovo. Cerco un riscontro live. Arriva puntuale dallo show di David Letterman (guarda). A 64 anni il ricordo di quella giovinezza, della mia giovinezza, è ancora fresco, vivo, splendido. E quella voce unica continuerà ad essere l’abbraccio forte di un periodo che non tornerà più. Doveva essere il 1986 o il 1987…

Emanuele Tamagnini

 

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