Steven Tyler & The Loving Mary Band + The Sisterhood Band @ Auditorium [Roma, 27/Luglio/2018]

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Nei giorni che hanno celebrato i 75 anni di Mick Jagger e nel pieno di una spettacolare eclisse di luna, la più lunga del secolo. Ma se con la meraviglia rossa la correlazione con Steven Tyler è inesistente (almeno credo) con il frontman degli Stones una linea di congiunzione c’è, eccome. Proprio assistendo ad uno show della band inglese a New York nella testa del 17enne Tallarico si accende la scintilla, una semi-ossessione verso Jagger a cui somiglia abbastanza anche dal punto di vista somatico. Eloquente una foto pubblicata nell’autobiografia degli Aerosmith “Walk This Way” (1997) in cui si vede Steven Tyler immortalato dietro a Mick Jagger all’uscita di un hotel. Tutto torna. Sempre. Uno dei manager del primissimo periodo bostoniano, Steve Leber, disse a proposito della band che era la cosa più vicina ai Rolling Stones che avesse mai visto. Chiaro no? E prendendo spunto proprio dai Glimmer Twins britannici che Tyler/Perry ben presto divennero per tutti i Toxic Twins schiavi dell’eroina vicini all’autodistruzione totale che culminò con la separazione del 1979 e il conseguente declino degli Aerosmith. La storia poi è nota, notissima. Il meglio era già stato dato, non solo discograficamente. Gli album dei ’70 sono assolutamente tutti da avere, possedere avidamente, almeno due degli anni ’80 da maneggiare con estrema cura, mentre quelli da ‘Pump’ in giù, parliamo del super break commerciale-globale-mainstream dei ’90, andrebbero messi da parte e rispolverati giusto per una serata tra timidi colleghi d’ufficio over 30 cresciuti con la MTV più deleteria. Tralasciamo invece per pudore la rimanenza anni ’00. Eppure al netto del suo primo lavoro solista del 2016 (la prova del country) Steven Tyler si presenta in tour con una scaletta mediocre, che mescola alcune delle solite hit straconosciute con cover straeseguite in passato (‘Come Together’ dei Beatles è stata praticamente un cavallo di battaglia degli Aerosmith per 40 anni). Insomma senza aver il gusto e la classe di un cantautore, rifiutando (proprio come il già citato Mick) la vita da beato privilegiato, quella a tempo pieno di papà e nonno, Tyler rimane attaccato al mestiere e a quell’asta di microfono griffata come al solito dai suoi “stracci” penzolanti. Le mie premesse (si capisce) non sono buone.

La “spalla” è curiosa. La scelta è stata fatta per The Sisterhood ovverosia Alyssa Bonagura (figlia di Kathie Baillie e Michael Bonagura, il cuore della country band Baillie & The Boys) e Ruby Stewart (il cognome è proprio quello di sua maestà Sir Rod). Il folk della West Coast, l’amore reverenziale verso Joni Mitchell, la Nashville dei giorni nostri e un’immagine country western patinata. Ma il duo in poco meno di trenta minuti riesce a coinvolgere il pubblico, che probabilmente non conosce le “origini” delle ragazze, visto che quando la Bonagura presenta la compagna, ricordando il suo celebre papà, l’applauso che parte dalla cavea è timido e tiepido. Di seguito l’omaggio inevitabile è con una splendida versione di ‘Gasoline Alley‘ (siamo nel 1970 e il co-autore è un certo Ron Wood). Dirompenti e abbigliate al limite del kitsch le ragazze si fanno apprezzare anche per una grande dose di contagiosa simpatia.

Passano 45 minuti buoni prima che il protagonista della serata faccia il suo ingresso sul palco, minuti che diventano ben presto un’eternità, durante la quale il pubblico comincia a rumoreggiare senza sapere che l’attesa è forse dovuta alla quadratura dei “tempi”, vista la brevità del set proposto da Tyler. In compenso la playlist che accompagna la pausa è da cinque stelle (scorrono anche Chris Stapleton, The Raconteurs, The Black Crowes, Steve Miller e classiconi vari). E allora eccolo tra il boato del pubblico trainare la sua numerosa carovana. The Loving Mary Band collettivo formato dal celebre produttore Marti Frederiksen (al fianco degli Aerosmith sin dagli anni ’90, visto in studio con Gavin RossdaleCarrie UnderwoodBuckcherry, Ozzy OsbourneMötley CrüeFaith Hill… e noto anche per aver prestato la voce al frontman degli Stillwater nel film “Quasi Famosi”), Rebecca Lynn Howard (tre album in archivio), Suzie McNeil (anche per la canadese tre i dischi pubblicati), Elisha Hoffman (musicista e produttore della scena di Nashville attivo con estrema puntualità negli ultimi 15 anni), Andrew Mactaggart (marito della McNeil) e Sarah Tomek (la possente batterista vanta collaborazioni con Glen Burtnik, Bebe Buell, Maggie Rose e Raelyn Nelson nipotina della leggenda Willie). Ma l’alchimia non riesce a manifestarsi quasi mai, i valorosi mestieranti sembrano a volte andare fuori “sincro” col loro condottiero che parte con ‘Sweet Emotion’, interagendo da subito con la gente già ammassata (giustamente) sotto palco. L’età non si cancella, sempre magrissimo, vitale, pieno di rughe, con la voce che (nonostante i problemi del passato recente) regge anzi sorprende, ma non è ovviamente lo Steven Tyler irrefrenabile di un ventennio fa. L’aria condizionata “personalizzata” gli muove i capelli ma più di una volta sembra essere in debito d’ossigeno. Come i Loving Mary, che sono eccessivi, un po’ grezzi, un po’ troppo. La scaletta è telefonata, quasi già annunciata. Sbilanciata, altalenante, decisamente incomprensibile. I brani degli Aerosmith milionari non hanno mordente, sono spenti, come ‘Cryin’, ‘Jaded’ (co-scritta proprio con Frederiksen), l’orrenda ‘Pink’ (orrenda dalla nascita), ‘Living On The Edge’ (sulla quale ho visto una coppia “adulta” shazzammare) e ‘Janie’s Got A Gun’ (sfregiata). Non va meglio con la sua ‘Only Heaven’ mentre il livello tende ad alzarsi con alcune cover, come detto patrimonio storico della band bostoniana, ovverosia ‘Train Kept A-Rollin’ (il classico dei ’50 poi lanciato in orbita dagli Yardbirds e successivamente incluso nel repertorio live degli Aerosmith-70, per chi scrive il punto più alto dell’esibizione), la trita ‘Come Together’, ‘Rattlesnake Shake’ (i Fleetwood Mac di Peter Green, dopo Hendrix il più grande chitarrista che Dio abbia mai creato, approfondire per una vita migliore), ‘Piece of My Heart’ e nel breve encore ‘Whole Lotta Love’ ottimamente fusa a ‘Walk This Way’. Ah dimenticavo ‘Dream On’ (associabile alla cronologicamente successiva ‘Home Tonight’). Steven nostro si siede al piano, mentre sul wall scorrono immagini che aggiungono drammaticità all’esecuzione, che purtroppo però viene totalmente sballata. La band da una parte e Tyler dall’altra. Uno show a tratti divertente (ma cosa significa?), poco coinvolgente, colpa anche della scarsa amalgama tra Loving Mary e Steven Tyler (gli Aerosmith non si possono clonare), minato da una set list improbabile che vorrebbe accontentare trasversalmente il pubblico, ma che finisce per far naufragare la baracca. Noi a Tallarico continueremo a volergli un bene grande così. Ma questa volta ci perdonerà.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore e Niccolò Matteucci