Stereo Total @ Init [Roma, 5/Febbraio/2009]

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Quasi all’improvviso. L’arrivo del duo franco-tedesco nell’uggioso Febbraio romano. All’improvviso come l’incontro che quindici anni fa a Berlino soccò la scintilla tra Françoise e Brezel. In un forno a comprare pane. Lei già navigata nelle Lolitas, lui già invischiato nelle manipolazioni del progetto Sigmund Freud Experience. Nomi d’arte. Pseudonimi. Alter ego. Un amore sconfinato per il “copia e incolla”, per il rifacimento musicale, per il retrò, per il gusto velatamente lounge a braccetto con il pop (francese è forse meglio), la new wave e l’attitudine sfilacciata del punk. L’elettronica da due soldi che sgorga dai sintetizzatori. Il remix, il mix, l’ironia, la dissacrazione. Si poteva mancare ad un concerto degli Stereo Total? Discograficamente in declino, vero, ma pur sempre curiosi nella multietnicità del loro piccolo grande circo live.

Ma dal circo sono scappati i trapezisti, i clown e gli animali. Anzi, qualche animale è rimasto. Sotto il palco. Minotauri di razza. Corpo di uomo e testa di cazzo. I soliti fumatori solitari. Scatta l’alterco. Faccio volare brutte parole. Ma l’eccitato, che assomiglia a Peppino Di Capri, non smette. Mentre la coppia sul palco ha iniziato a strimpellare. Gli Stereo Total sembrano usciti da un negozio vintage dell’ex Unione Sovietica, da un palazzone controllato dalla Stasi della Berlino Est degli anni ’70. Colorati, squinternati, approssimativi nel prodursi in siparietti kitsch, in brani naïf e dunque ingenui. Françoise ha un leggio su cui tiene aperti una serie di quadernacci lisi dove sono scritte “le canzoni”. Che presenta quasi tutte in un italiano francesizzato. Brezel, sempre più somigliante al mangiatore di tazzine della TV italiana di fine anni ’70, si dimena in danze pelviche simpatiche e divertenti. Accompagna la sua metà con una tastierina rovinata dal tempo e da una chitarra che sembra più un ukulele. Ma lo spettacolo è deludente. Qualche cover rende meno amara la serata. Da ‘Disco Inferno’ a ‘I Can’t Get No (Satisfaction)’ fino alla solita ‘My Way’. Altri siparietti, qualche parolaccia, sembra un piccolo baraccone ambulante, come quelli che andavano in giro tra i paesi a vendere la portentosa medicina scaccia malattie. Fanno salire sul palco due ragazze americane. Che fino ad allora erano state a ballare in prima fila. Il declino non è solo discografico. L’uggia mi ha contagiato. Quattro passi all’entrata della notte. E un disco che gira nello “stereo”. ‘Leave Them All Behind’, Ride. Resurrezione.

Emanuele Tamagnini