Stearica @ Init [Roma, 27/Novembre/2015]

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Stearico: che ha il colore della candela stearica, quindi cereo, molto pallido. Chissà se questa ipotetica candela sia quella simbolica accesa in tributo alle insurrezioni legate alla Primavera Araba, iniziata alla fine del 2010 nei paesi del Maghreb e del Medio Oriente. Questo è almeno uno dei temi ispiratori di ‘Fertile’, ultimo disco di inediti da parte del terzetto torinese Stearica, che segue l’esordio ‘Oltre’ del lontano 2007 e lo split con lo straripante collettivo nipponico degli Acid Mothers Temple. Di questo trio ne sappiamo abbastanza, visto che il primo incontro ravvicinato lo abbiamo avuto in quel del Vasto Siren Festival, la scorsa estate (qui), e lo scambio è stato proficuo e succulento. Da tempo impegnati in un lungo e fitto tour, marcano visita a Roma in questo ultimo venerdì di novembre e Nerds, come sempre, c’è. La band di apertura inizia intorno alle 23, si tratta degli Effemme. “Cavolo, i Timoria!” mi viene da esclamare di getto. Come spesso succede, c’è del vero nella boutade, visto che per ampi tratti la band sembra sia stata rapita dagli alieni a metà anni ’90 e catapultata in uno zompo interstellare nella nostra era. Le dinamiche di voce e strumenti seguono un copione piuttosto collaudato e familiare, e perfino la maniera di annunciare membri della band e brani riporta nostalgicamente ad altri tempi. Troppo familiare, visto che la sensazione di déjà vu è costante e alla lunga anche imbarazzante. Non basta a salvare la baracca neanche l’inedito uso della chitarra da parte del cantante: soli tecnici e veloci da New Wave of British Heavy Metal, alquanto fuori luogo nel contesto. Fuori dal tempo.

Ed ecco arrivare gli Stearica intorno alla mezzanotte. A rompere la quiete del cambio palco arriva l’incedere marziale della batteria di Davide Compagnoni, punto di riferimento principale nella macchina a combustione ritmica della band, supportato dal basso fuzzoso e granitico di Luca Paiardi. Si inizia dunque con ‘Delta’, prima traccia a comporre l’ultimo album: un tracciato ritmico sul quale Francesco Carlucci mette ordine ai pezzi tra chitarre e synth, in una linea melodica che tale è solo in senso armonico e strutturale. Il tutto è infatti continuamente inzuppato in un magma di feedback e distorsioni piuttosto acide e taglienti, che riverberano attraverso la sala in uno sciame fuzzoso e magnetico. Tutto ciò diventa ancora più palese in ‘Halite’, in cui tutti gli strumenti concorrono alla creazione di un impasto sonoro denso e saturo. Non mancano episodi di matrice più post-rock, con crescendo progressivi come accade in ‘Geber’, e neanche parentesi autoironiche: in ‘Siqlum’ il batterista scende dal palco, percorre tutta la sala picchiettando con le bacchette qualsiasi entità inanimata e non, prima di tornare dietro le pelli a domare un pezzo imbizzarrito (numero peraltro già visto durante il Vasto Siren). La cura nella produzione del disco si perde nella resa live, più rumorosa e confusa, il che, se inevitabile da un lato, è un peccato da un altro: alcune dinamiche melodiche sono piuttosto interessanti e si perdono nel turbinio di feedback e fuzz che ci avvolge. Gli stessi suoni tendono a essere più sottili e quindi taglienti e acidi, rispetto al sound più corposo su disco. Ciò detto, gli Stearica fanno una bella impressione e portano alto all’estero il vessillo di un approccio alla musica per quanto possibile personale. Prova ne siano gli attestati di stima da parte di musicisti come Scott McCloud, NoMeansNo e Colin Stetson, tra gli altri. Determinati.

Eugenio Zazzara

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