St. Vincent @ Villa Ada [Roma, 8/Luglio/2015]

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Ci ho dormito su, perché magari a caldo ci si può confondere e farsi prendere la mano. 
Ho valutato se fosse il caso di dire una cosa del genere, ma alla fine sì, lo farò, perché è la verità: ieri notte ho visto un alieno!
 Premetto che non avevo mai visto St. Vincent dal vivo prima di ieri, ne ero incuriosito, sebbene i miei ascolti fossero stati sporadici e mai troppo approfonditi, lo confesso. 
Pungolato anche da un senso di quasi “rivalità” datomi da quelli che mi avevano detto “Se ti piace tanto Anna Calvi vai a vedere St. Vincent…” concludendo poi il discorso esprimendo la loro preferenza per la seconda. 
Mettiamo da parte subito sfide e paragoni, perché sono entrambe a loro modo artiste pazzesche; St. Vincent, al secolo Anne Erin “Annie” Clark, è più innovativa, non è una gara, ma ha probabilmente più frecce al suo arco da quel punto di vista. 
Prima della sua apparizione sul palco, i presenti hanno goduto anche del succulento e sfizioso antipasto proposto da Adriano Viterbini, in versione solista ma non “solitaria”, in quanto impreziosita da percussioni che hanno donato un sapore afro-tribale al suo set. Un tipo di esplorazione musicale non nuova per il leader dei Bud Spencer Blues Explosion che infatti aveva più volte dichiarato di essersi ispirato anche a musica tuareg all’indomani dell’uscita del suo apprezzatissimo esordio da solista, ‘Goldfoil’ (Bomba Dischi, 2013).

Tutto è pronto per accogliere sul palco l’artista statunitense originaria dell’Oklahoma, che fa il suo ingresso sulle note di ‘Birth In Reverse’ tra le urla dei moltissimi fan accorsi.
 L’impatto visivo e sonoro conduce immediatamente l’immaginario a qualcosa di iper-futuristico, extraterrestre ed extrasensoriale, come un ibrido tra Bjork incrociata con David Bowie, ma con melodie più approcciabili e coinvolgenti rispetto a quelle del folletto islandese, che è l’artista che ricorda principalmente. La sua presenza sul palco è pazzesca, Anne è la dominatrice assoluta della scena, controversa ed androgina sia nel look che nella musicalità, con la sua voce chiara e celestiale alternata al suo stile chitarristico, ruvido e distorto. Gli occhi sono sempre tutti per lei salvo quando si lascia affiancare ed assecondare dalla sua concubina di palco Toko Yasuda, impegnata con cori, basso, chitarra, tastiere, synth e… coreografie!
 Anne e Toko si presentano sullo stage indossando quegli outfit che i fan più accaniti si erano già visti “spoilerare” via social, quella sorta di muta bucherellata ed aderentissima, che esalta ancora di più la forma fisica perfetta delle due artiste. La chimica tra le due donzelle in prima linea e dei due alle loro spalle, Matt Johnson (batteria) e del magistrale Daniel Mintseris (tastiere, synth e sequenze) produce un sound massiccio e di rara dirompenza, quantità e qualità al servizio di uno show perfetto, senza mezza sbavatura. Le pose plastiche e statuarie che assume St. Vincent, specialmente quando sale sul palchetto rialzato, le conferiscono un’autorevolezza che mi ricorda l’interprete di Gozer (quella del film “Ghostbusters”) mentre ti chiede “Sei tu un dio?” e poi ti fulmina. 
Il rush finale, composto dalla sequenza ‘Cruel’ + ‘Digital Witness’ + ‘Bring Me Your Loves’ + ‘Huey Newton’, è mozzafiato. Lo status di “curioso” con il quale ero entrato ha lasciato il posto prima a quello dell’ascoltatore attento, che si posiziona davanti al mixer per avere l’acustica migliore, infine ho cercato di avvicinarmi più possibile al palco, ormai totalmente rapito. Prima dei bis (‘I Prefer Your Love’ + ‘Your Lips’ Are Red) avrei forse potuto imputare alla musicista 32enne un’apparente freddezza, eccezion fatta per un “Grazie!” ed un “Ciao!” di rito buttati là, nonostante le conceda tutte le attenuanti possibili date dal tipo di personaggio e di presenza assunte sul palco. Invece di lì a poco succede quello che non mi sarei mai aspettato, St. Vincent prima sale sulle casse subito di fronte al palco avvicinandosi maggiormente al pubblico, poi “presta” la sua chitarra (con una distorsione che produceva suoni simili ad una tempesta marina) ai fan in prima fila e lei si lascia cadere tra le braccia degli altri per il più classico dei crowd-surfing. Mentre viene portata in trionfo dal pubblico di Villa Ada qualcuno le passa anche uno striscione, che lei srotola sorridente una volta tornata sul palco e sul quale campeggia la scritta “Marry Us” allusione al titolo dell’album d’esordio ‘Marry Me’ (2007), è l’istantanea finale che mette il punto esclamativo su una performance ed una serata pazzesca, che si candida tra le migliori dell’estate concertistica romana.
 Sono definitivamente conquistato, St. Vincent è il futuro. Un futuro roseo e luminescente.

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

Foto dell’autore

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