St. Vincent @ Teatro dal Verme [Milano, 23/Novembre/2011]

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Orario insolito per quest’appuntamento al Verme. Quasi da festival, mentre si avvicina l’ora clou dedicata alle band suppostamente più in vista. La predisposizione degli armamenti nello “scantinato” del teatro aiuta a spiegare la scelta, ma questa, spiega l’annunciatore dell’evento, sarà l’ultima volta che accade in questa rassegna. Chissà come sarebbe stato questo concerto nella sala principale. Nonostante l’apparente ristrettezza di spazi, lo spettacolo non ne ha risentito più di troppo, anzi: ha permesso un maggiore contatto col pubblico, nonostante stessimo seduti. Biglietti terminati da tempo e, visti i non molti posti a disposizione e il calibro dell’artista, è facile farsene una ragione. Annie Erin Clark, in arte St. Vincent, sta ormai assurgendo al ruolo di celebrità. Dagli inizi in sordina nei Polyphonic Spree e dopo essersi fatta le ossa e l’orecchio nella touring band di Sufjan Stevens, fioccano le partecipazioni ai vari show (David Letterman e Jimmy Fallon tra gli altri) ed è in pieno tour in svariate città del vecchio continente. Noi si è riusciti quantomeno a strappare la data milanese. Prima si parlava di armamenti. Come amplificazione, non c’è granché: pochi amplificatori e di ridotte dimensioni. Ma sufficienti a generare decibel contundenti e a bassa frequenza (l’ampli per basso Music Man è collegato alle tastiere). A imporsi all’attenzione sono gli strumenti: batteria semielettronica, synth e tastiere varie, compreso un moog, e la navicella spaziale della cantante: una pedaliera di quasi un metro di lunghezza, con effetti e marchingegni di tutti i tipi, fra cui risaltano nomi programmatici come Interstellar o Mastotron.

All’incirca alle 18.40, si presenta sul palco una giovane ragazza. Che, durante lo show, ci tiene a precisare che “I am Welsh, not English. So, my first language is Welsh. I feel like I have to say this when I’m in tour. And being Welsh is far better than English”, parafraso. Cate Le Bon è vestita in modo piuttosto sportivo, armata di sola chitarra e voce, e ci intrattiene prima del piatto forte con melodie discrete e moderatamente ricercate, dal sapore antico, che la sua voce acuta e squillante rende ancora più “medievali”. Una manciata di brani che non stancano, soprattutto grazie all’abilità vocale della gallese. Bene così, un po’ di semplicità prima del caleidoscopio sonoro della polistrumentista texana non guasta.

St. Vincent e band si presentano sul palco intorno alle 19.30. Alta e statuaria ma esile, lì per lì dà l’idea, per chi non la conosce, di essere anche piuttosto riservata e schiva. Impressione spazzata via presto, e definitivamente in chiusura di concerto. I riflettori sono puntati chiaramente sull’ultimo disco, ‘Strange Mercy’, del quale vengono eseguiti praticamente tutti i brani. Si inizia quindi con ‘Surgeon’. Fin dall’inizio, colpisce la profondità e lo spessore dei suoni, spinti in maniera incisiva verso le frequenze più basse. La prima impressione forte è data dal contrasto tra i toni baritonali di tutti gli strumenti e la voce flautata della cantante: autori del wall of sound sono principalmente la tastierista, che supplisce l’assenza del basso, e la batteria, effettata come poche e capace di svolgere anche un ruolo marginalmente melodico. L’altro tastierista si occupa invece delle parti più soliste e acute, mentre St. Vincent ha carta bianca un po’ su tutto. A parti soliste e di contorno alterna, agendo sui pedali giusti, scariche violente e massicce di suono, effettato nei modi più incredibili, tanto che di chitarra, allo strumento, gli rimane ben poco. Dopo l’atmosfera piuttosto eterea della strofa, il pezzo evolve in melodie orientali (in cui fa capolino un flauto in scala cromatica, tanto alla Sufjan Stevens) fino alla chiusura affidata a una fuga a metà rhythm ‘n blues e funky che, nei suoni, ricorda parecchio alcune cose dei Weather Report. L’atto finale è un po’ confusionario, ma potente. Si prosegue con ‘Cheerleader’, con la sua strofa minimalista seguita da quel “I! I! I!” martellante che sconfina nel tripudio effettistico del ritornello. Dall’esordio ‘Actor’ viene riproposta ‘Save Me From What I Want’, in cui viene a mancare la frase tormentone ‘Watch your step’, benché dietro St. Vincent ci sia Cate Le Bon con un microfono piazzato davanti che non verrà sfruttato per tutto il concerto. È la volta di ‘Dilettante’, dedicata a New York e a tutte quelle persone che, in questi giorni, “are passing some hard times”, ci spiega Annie. Pezzo minore, a mio parere, ma ben suonato. L’acustica della sala secondaria del teatro regge abbastanza bene, sebbene non manchino fischi e distorsioni quasi fastidiose, dovute in parte anche all’impatto della musica suonata dalla band. ‘Chloe In The Afternoon’ ha un incipit molto bjorkiano, sul quale interviene una chitarra distortissima a spezzare l’idillio dronico. Pezzo dalle sfumature quasi alla Tortoise, band con cui la texana condivide un certo gusto per la ritmica e le basse frequenze.

St. Vincent, che, nonostante la figura esile, sfoggia una tenuta del palco di tutto rispetto (e a breve ne avremo una conferma), interrompe la sequenza di brani per intrattenere il pubblico con un aneddoto. Pur di dire qualcosa nella nostra lingua, si è fatta consigliare dalla sorella, che parla italiano, qualche cosa significativa da dire. Ovvie e sincere le risate alla visione di Annie che, impostando le mani in quella maniera per la quale siamo tanto famosi e che tanta ilarità suscita all’estero (il gesto che spesso accompagna il “Che cazzo vuoi?”), esclama “Mangia!”. A spiccare tra i brani c’è l’inevitabile ‘Cruel’: la voce di Annie regge bene la prova dal vivo, confermando la bravura e la versatilità dell’artista. Cifra stilistica dell’americana è una certa pomposità e magniloquenza (che a tratti ricorda quella dei Queen), mantenuta anche negli episodi più violenti, cui fa da contraltare l’attitudine all’eclettismo e alla bizzarria musicale, ereditata dal mentore Stevens e in un certo modo anche dal primo Beck. L’unico percorso forse ancora da esplorare, e sarebbe interessante, è quello di uno sfruttamento di schemi ritmici e melodici meno da montagne russe e più insistiti e ripetitivi. Questo risultato è parzialmente ottenuto durante l’esecuzione di ‘Northern Lights’, in cui la Clark fa oscillare senza pietà il theremin, aggiungendo l’ennesimo strumento alla tavolozza. Ma la discesa agli inferi del groove e della sporcizia è raggiunta, non a caso, con una cover (suonata brillantemente): ‘She Is Beyond Good And Evil’ del Pop Group. Il lato davvero punk, anzi, funk-punk, del concerto è raggiunto in questa occasione, e anche il pubblico gradisce. Gustoso anche il racconto che precede il brano. In occasione di una data a Londra, St. Vincent viene raggiunta da Mark Stewart, che si presenta con un regalo: una spugna ruvida, di quelle per sgrassare i piatti. Solo, a forma di Sid Vicious (con l’effetto sgrassante garantito dalla cresta). Subito ribattezzato Sid Dicious (pronunciato come dishes). La cineseggiante ‘Year Of Tiger’ chiude una buona ora e dieci di concerto, prima delle classiche encores. La ripresa conta sulla presenza della sola cantante, affiancata dal tastierista, che ci regala una versione più soave di ‘Strange Mercy’, uno dei pezzi più belli dell’artista. Verso la fine del concerto, Annie Clark si sbraccia ogni volta di più, si fonde con il palcoscenico e con la sala fino al parapiglia in occasione della conclusiva ‘Your Lips Are Red’. Una frenetica macumba, un crescendo collettivo vorticoso in cui Annie abbandona la parvenza statuaria per trasformarsi in un’amazzone indiavolata: cammina in mezzo al pubblico, dimenandosi e facendo uscire la qualunque dalla chitarra; si intromette tra una fila e l’altra e fa imbracciare la chitarra da una basita signora (a un passo dal sottoscritto), invitandola a fare un po’ quello che volesse. Infine, dopo essersi seduta in prima fila in mezzo al pubblico, riconquista il palco lasciando una chitarra morente sulla batteria. L’aggettivo che userei per questo concerto è: destabilizzante. In studio St. Vincent non mi ha mai fatto strappare i capelli, pur riconoscendo il suo enorme talento e la capacità di guardare oltre i consueti steccati musicali. Dal vivo rende ancora di più, ed è capace di catturarti e rapirti per lunghi tratti, senza mai stancare. Per i miei gusti, se in futuro abbandonasse alcuni schemi troppo barocchi e acquistasse in linearità, diventerebbe irresistibile.

Eugenio Zazzara

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