St. Vincent + Coves @ Auditorium [Roma, 16/Novembre/2014]

828

Settembre 2013: St. Vincent, reginetta in ascesa dell’indie, approdava all’Auditorium Parco Della Musica di Roma affiancata dal suo illustre padre spirituale David Byrne, dopo la fruttuosa collaborazione in studio che li aveva condotti alla pubblicazione di ‘Love This Giant’. A un anno di distanza, nel corso del quale è uscito l’apprezzato quarto omonimo album, la signorina Clark torna a visitare la Capitale nella stessa location della puntata precedente ma senza pigmalione accanto e in una sala diversa (la Sinopoli e non la Santa Cecilia). Sold-out in platea, qualche posto vuoto nelle gallerie, ma la cornice è quella delle grandi occasioni, nonostante la pioggia che perseguita Roma nel corso della prima delle domeniche senz’auto volute dal sindaco Marino. Alle 21 aprono i Coves, giovane duo del Warwickshire – dal vivo la formazione raddoppia – fresca di debutto con ‘Soft Friday’. Mezz’ora di musica che, principalmente per la voce della bionda Beck Wood, si pone a metà strada tra il solco tracciato dai The xx e quello dei The Kills, con influenze psych e gusto pop. Una proposta idealmente valida ma la cui realizzazione risulta ancora acerba e poco incisiva, nonostante qualche buon guizzo. Sicuramente daremmo loro un’altra chance in un club o in una venue più piccola, ma la strada appare ancora in salita.

Una voce fuoricampo che invita i presenti a non effettuare riprese del concerto introduce Annie Clark e la sua eccelsa band, composta da Toko Yasuda (tastiere e chitarre), Matt Johnson (batteria) e Daniel Mintseris (tastiere). La scenografia è essenziale: solo un piedistallo al centro del palco su cui spesso la cantante sale o si sdraia. Amplificatori e monitor sono nascosti dietro le quinte e tutto il lavoro di suoni che riguarda la sei-corde di St. Vincent viene svolto in backline. I giochi di luce creano effetti stupefacenti e dettano tempi e ritmi dello show. Più che un concerto, quanto creato sul palco dell’Auditorium dalla Clark è una perfomance completa e onnivora che tocca teatro, danza e arti visive. Quando si dice che St. Vincent sia un’aliena è dannatamente vero. L’impressione è che la Clark e i suoi musicisti provengano da un’altra dimensione e che, nonostante siano in carne ed ossa sul palco, restino in quel varco spazio-temporale apertosi agli occhi dei presenti per l’occasione. Non basta la discesa della cantante tra il pubblico sulle note di ‘Bring Me Your Loves’ per convincersi del contrario: St. Vincent è l’altrove, algida e perfetta nella sua sensuale e distaccata femminilità. È ‘Rattlesnake’ a dare il via allo show. La scaletta, vertente in larga parte sull’ultimo lavoro, si gioca subito pezzi pregiati come ‘Cruel’ o ‘Marrow’. Come una macchina programmata nei minimi dettagli, nella prima parte del concerto a cadenza di ogni tre brani la Clark, illuminata solo da un fascio di luce bianca, si rivolge al pubblico con parole che, toccando la storia del paese con Caravaggio o Romolo, sembrano studiate ad hoc per creare un feeling profondo con i presenti, i quali non mancano di applaudire l’artista originaria di Tulsa a più riprese e caldamente. ‘I Prefer Your Love’ è un pezzo intensissimo, ‘Cheerleader’ è sensualmente solenne, ‘Birth In Reverse’ è una irresistibile e pimpante scheggia la cui resa è inizialmente inficiata da alcuni problemi di feedback. La chitarra della Clark è imprevedibile e perfetta, come un blues svuotato del suo calore e congelato nei ghiacci del pop. Sono proprio i momenti in cui St. Vincent esalta le sue doti sulla sei corde quelli che ce ne ricordano la sua umanità e che ci fanno ricordare l’attimo in cui è nato l’amore per questa ragazza. ‘Your Lips Are Red, unico bis e unico estratto dagli esordi artisticamente lontani di ‘Marry Me”, chiude uno show da standing ovation. “Troppo perfetto e troppo freddo” è la critica mossa da alcuni. Un concerto di St. Vincent, però, è una performance a tutto tondo dove si ha la sensazione di essere spettatori di un gran bel film, più che di uno spettacolo musicale tout court. L’ecletticità art rock di David Byrne, David Bowie come nume tutelare, la chitarra di Hendrix e di Beck, la lezione di Madonna. Il pop di St. Vincent è il risultato corale di queste ispirazioni, una creazione artistica che col tempo sta guadagnando oltremodo personalità e fascino, in attesa di sorprenderci ancora per le sue prossime cangianti identità. Se volessimo provare a spiegare a un neofita cosa può e come deve essere la musica pop oggi, la soluzione sarebbe regalargli un biglietto per un live della signorina Clark. Straripante.

Livio Ghilardi

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here