St. Vincent @ Circolo Magnolia [Milano, 27/Giugno/2018]

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Si era presentata al grande pubblico undici anni fa, a venticinque anni non ancora compiuti, con i capelli ricci e ribelli e lo sguardo che lasciava trasparire un filo di timidezza. La ritroviamo oggi, a un anno da uno dei suoi dischi più pregni di significati ultra-musicali, talmente sicura di sé da sembrare disumana, nell’accezione più positiva del termine, con l’atteggiamento da rockstar in un momento storico scarsamente popolato da rockstar: stiamo parlando di St. Vincent, moniker di Anne Erin Clark. Al Circolo Magnolia è andata in scena l’unica esibizione italiana dell’artista dell’Oklahoma prevista per la seconda parte del tour a supporto di ‘Masseduction’, per alcuni l’album della consacrazione, per altri una semplice e piacevolissima conferma. La serata è mitigata da un venticello primaverile e la risposta del pubblico è davvero notevole: a occhio, dalle prime file, l’impressione è che non si sia andati molto lontano dal tutto esaurito. Annie si presenta sul palco intorno alle 22, stretta nel suo vestitino attillato arancio fluo, accompagnata dalla fedelissima Toko Yasuda e da due musicisti con il volto coperto, mentre la scenografia richiama quella dei Kraftwerk. È ‘Sugarboy’ a inaugurare una scaletta dominata ‘Masseduction’ e a chiarire quella che sarà, specie nei brani più recenti, una scelta stilistica ricorrente: la chitarra è spesso più alta e più distorta che su disco, senza però marginalizzare il consueto fluire elettronico densissimo. Ed così la tensione fra art pop, chamber pop e indie rock rinvenibile su disco dal vivo assume la fisionomia di un elettro-rock in alcuni passaggi pure parecchio muscolare. È tripudio con ‘Los Ageless’, ‘Masseduction’ e ‘Savior’, poi il registro cambia leggermente con qualche brano più introspettivo dai dischi precedenti (‘Huey Newton’, ‘Year Of The Tiger’, ‘Marrow’). L’atteggiamento resta lo stesso: scarsa o nulla l’interazione col pubblico, magnetica l’attrazione esercitata dalla figura di Annie su di un pubblico presente e partecipe. ‘Pills’ torna a proporre trame più arzigogolate e la sua resa dal vivo è parecchio alta al punto da renderlo uno dei passaggi migliori dell’intera esibizione, poi sfociata in ‘Cheerleader’ e ‘Cruel’ che, invece, esaltano ancora una volta le doti vocali della cantautrice di Tulsa, mentre luci si spengono per permetterle di utilizzare per ogni brano una chitarra di colore diverso. Superata da poco la metà della scaletta, St. Vincent piazza qualche brano dalle velleità più danzerecce (‘Digital Witness’, ‘Rattlesnake’), prima dell’atterraggio morbido con ‘Slow Disco’ e l’encore: da una ‘New York’ trasformata per qualche battuta in “Milano Milano” al romanticismo sincero di ‘Happy Birthday, Johnny’ e ‘Severed Crossed Fingers’, durante le quali, pur con la classica disarmante disinvoltura, St. Vincent mostra il suo lato più emotivo, quello per larghi tratti sopito, anche in altri brani d’amore, di femminismo, di lotta in senso lato. L’intensità del momento sta tanto nella delicatezza con cui Anne pronuncia le parole, quanto nelle lacrime di qualche spettatore. È il tempo dei saluti. St. Vincent dà sempre la sensazione di essere perfettamente consapevole del suo talento, ma senza alcun tipo di vanità: è nell’atarassica compostezza, nella concentrazione glaciale, nell’urgenza – impalpabile ma lampante – di voler e dover fare le cose con la massima pulizia e con estrema grazia che questa autocoscienza prende forma e impreziosisce l’esperienza-live, comprimendo inesorabilmente novanta minuti cangianti, umorali. E di spessore.

Piergiuseppe Lippolis

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