Sporco Impossibile Nite @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Novembre/2007]

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Convinto un amico dell’ineluttabile necessità di prendere parte a questa serata, arriviamo con largo anticipo. Facciamo parte dei primi cinquanta: ci viene dato dunque lo special packaging del CD in omaggio all’entrata, che questa volta è uno strano supporto plastico dalle sembianze di padella/specchio da bagno, simpatico oggetto che non ho buttato ma riposto con cura nel cassetto una volta a casa. Intaschiamo tutto e ci dirigiamo dentro a passo svelto. C’è un’istallazione interessante, una ragazza fa delle foto alla gente con in mano martelli, pantofole e freccie di plastica e poi le sparano su una parete col proiettore. In mezzo alla sala gironzolano pure gli artisti che saliranno sul palco di lì a poco, hanno allestito un banchetto dove vendono demo, dischi e mercanzie varie. E la prima cosa che viene in mente è che il progetto Sporco Impossibile è un trampolino di lancio davvero ben gestito, e rappresenta per gli artisti esordienti (e indipendenti) che vengono coinvolti un’ottima occasione per farsi conoscere. Per dirla breve sembra più un party con annesso concerto, piuttosto che una serata dove chi suona si fa vedere solo sul palco, e poi scompare.

La prima band che calca la scena porta il nome di un film di Woody Allen, Annie Hall, e sbandiera un folk pop di derivazione britannica (i testi di tutte le canzoni sono in inglese), leggero e fresco come suggerisce il nome. Sono quattro ragazzi e vengono da Brescia, e la loro esperienza in fatto di Beatles, Byrds e Nick Drake, con magari anche qualche ripresa dai Belle And Sebastian, si sente subito. Ci sono momenti più movimentati all’inizio (‘Uncle Pig’), e via via si passa a brani malinconici e lenti – il cantante si alterna fra chitarra acustica e piano elettrico – la loro musica, commenta il mio amico e non so come dargli torto, ha i contorni di un respiro, un grosso respiro a polmoni aperti. Come ‘Ghost Legs’ o ‘Morning News’, che si trovano nel loro ‘Cloud Cuckoo Land’, stampato dall’etichetta indie Pippola Music quest’estate.

Subito dopo sale sul palco Vasco Brondi, ferrarese, in arte Le Luci della Centrale Elettrica. Porta con sé la sua chitarra acustica nera, amplificata, e una pedaliera per i distorti e gli effetti della voce. A dirla tutta è lui il motivo per cui sono qui stasera, scoperto quest’estate grazie ad un’amica di Ferrara e mai più mollato. Fino a quando ho letto che sarebbe venuto a Roma e sono partito in fibrillazione. Al primo ascolto era stato una rivelazione, voce e chitarra che che ti prendono di scatto, pochi accordi suonati violentemente e senza troppo badare alla tecnica e il vero gioiello: i testi, urlati, gridati e stracciati, che descrivono una realtà di provincia post-industriale e meccanica, cementificata, testi che mantengono una poesia tipicamente punk (alla CCCP, emiliani anche loro). Suona proprio come me l’aspetto, secco e quasi masticando le parole, sudandole. Nel presentare ogni brano lascia la distorsione della chitarra aperta, col risultato che si capisce davvero poco; a un certo punto dalle mie spalle qualcuno urla “Vasco! Troppo sobrio!” e lui, sorridendo ironicamente “Eh lo so, sono impresentabile…”. Il palco non esiste, non ha più forma. Suona poche canzoni, per meno tempo rispetto agli Annie Hall, e riconosco ‘Piromani Si Muore’, ‘Stagnola’ e ‘Fare I Camerieri’. Le demo le dispone anche lui sul banchetto, una decina di brani, avvolte dentro fogli di carta che non ho preso per carenze economiche (mi mangio le unghie ancora adesso): il suo primo album, non a caso con la collaborazione di Giorgio Canali – storico chitarrista dei CSI – è in fase di incisione. Quando Vasco lascia il palco è già parecchio tardi, giusto il tempo di scambiarci due parole e riprendere in fretta la via di casa. L’ultimo gruppo (i Nohaybandatrio, l’unico complesso romano della serata) non faccio in tempo a vederlo. Il pezzo inserito nel disco omaggio, ‘Cactus’, dà comunque un’idea della musica del trio, una strana commistione di rumori e virtuosismo sperimentale in chiave jazz che ricorda il free jazz progressivo degli Area nei momenti più stravolgenti. Peccato non averli sentiti.

Filippo Bizzaglia

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