Speciale PARIGI [13/14/15/16/Aprile/2008]

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I tempi sono cambiati. E Parigi m’appare più bella e dinamica di quanto non ricordassi. Foto sbiadite perdute chissà dove. Per ritemprare lo spirito. Il cuore. Il fisico. Quest’ultimo messo a dura prova dalla collina per eccellenza: Montmartre. La fermata della metropolitana, una efficentissima linea verde, è Abbesses subito dopo Pigalle. A Parigi fa freddo. Nubi torve minacciano pioggia. Se non ci si accorge di un comodo ascensore le scale che portano dall’underground a Place Des Abbesses possono sembrare infinte come neanche sulla Torre di Pisa. La valigia ha un peso fuori ordinanza. Ed il viaggio low cost è stato sottolineato da un’alzataccia mattutina, dalla presenza dei “Cesaroni” (due famiglie cafone con figli obesi, giornali sportivi e briosche nell’esofago al seguito) e da un tragitto di un’ora e mezza da Bouvais a Porte Maillot. Sudore freddo. Sembro un mulo da soma. E cambiare tre metro non è certo cosa da tutti i giorni soprattutto per chi, come me, soffre di cronica idiosincratica claustrofobia. Ma la metropolitana parigina è forse il vero cuore di una città contemporaneamente compassata, moderna, classica, affascinante, distaccata, infine viva. Place Emile Goudeau è la “piazzetta” per antonomasia. Snodo di raccordo tra la parte bassa di Montmartre e il picco dove svetta bianchissimo il Sacro Cuore. Domenica. Si fa la fila per comprare pane e dolci. Autentico fiore all’occhiello francese. In Rue Des Abbesses il miglior posto dove far godere il palato è il forno-bar Coquelicot. Papaveri dipinti sull’insegna di legno. Qualche tavolino esterno per sostare e magari mandar giù enormi tazzoni di caffè, latte o the proprio come quelli usati per le colazioni casalinghe. Burro, briosche, baguette, confetture. La fila ordinatissima ormai prosegue in strada. Turisti, anziani, poliziotti, operai, bambini… mondi dissimili accomunati dalla farina. Il Sacro Cuore è pacchiano. Come le orde di pellegrini confusi che orbitano attorno. Svicolare alle spalle per farsi aprire le porte di un quartiere bellissimo è la soluzione vincente. Casette infiorate. Sali e scendi. Giardini disegnati. All’angolo di Rue Des Saules con Rue St. Vincent conserva tutto il suo antico fascino il Teatro di Cabaret Artistico Lapin Agile, dove Picasso incontrava l’amico Apollinaire, bevendo e conversando, al pari di Modigliani e Utrillo. C’è silenzio. Una piccola piazzetta è stata ribattezzata Place Dalida. Non a caso campeggia un busto in bronzo della cantante che all’anagrafe faceva Yolanda Gigiliotti. Accanto si apre una vietta apparentemente privata (Rue Girarbon) dove al numero 6 una volta c’era lo studio di Renoir. Il sole bacia le facciate della case. Un gatto nero sembra non accorgersene. Scende le scale che portano all’Avenue Junot con estrema disinvoltura. Alzando lo sguardo si intravedono, tra gli alberi, le pale del Moulin De La Gallette. Il pomeriggio è arrivato. Parigi ha già catturato i sensi. Meglio ancora quando la sera allunga le calde braccia. Piove. Finemente. Saint-Germain-des-Prés è attraversato dall’omonimo boulveard sulla riva “gauche” della Senna. Deliziosi ristorantini ravvivano un quartiere addormentato. I prezzi di un “primo” piatto sono mediamente stazionari sui 12/14 euro. Un primo piatto è inteso come un nostro secondo di carne. Le dieci passate. Da Boulevard Saint Michel verso il Pantheon. Solo il “ciaf ciaf” dei piedi come colonna sonora. In quel punto Parigi è deserta. In discesa per Rue Valette mentre l’acqua ora cade copiosa. Improvvisamente si staglia il profilo di Notre Dame. Di notte le città rivelano tutta la propria solennità. Square Jean XXIII è popolata da una manciata di turisti col naso all’insù. Mentre seduto a terra tra l’erba un solitario chitarrista intona ‘Hotel California’ degli Eagles. Seppur il brano sia orrendo, seppur sia fuori luogo in quel contesto, l’oscurità e la magia del posto fanno si che quelle note assumano il suono dolce della meraviglia. Uno sguardo all’indietro prima che il sottopassaggio di St Michel inghiotta la Domenica.

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Arrivare alla stazione di Belleville. Da qui scendere verso il Canal Saint Martin. Ma il giro “contrario” non è una buona idea, dopotutto. Da Barbes Rochechouart a Juares la metro esce in superficie. Si capisce subito che la zona va via via degradando. Rue Du Faubourg Du Temple – che collega Boulevard De La Villette a Place De La Republique – è una delle peggiori strade che abbia mai calpestato in una città europea. Alle dieci di mattina la “casbah”, il ghetto, pulsa ed è popolato da vere facce da galera. Mediorientali, coreani, algerini, clochard, ubriachi. I negozi sono fatiscenti. Le strade sporche. Passo davanti ad un bar lercio e uno dei tre loschi figuri seduti ad un tavolino apostrofa chiaramente “Mafioso italiano”. Meglio tirar dritto a testa bassa. L’agonia sta per terminare. Il canale riveste una certa fama visto che qui l’Amelie del famoso film tirava i suoi sassi. Nulla di epocale. Un battello è pronto a partire con un carico di anziani usciti da “Coccoon”. Sul lato sinistro, però, in Quai De Valmy trovano spazio una serie di negozi esclusivi. Il coloratissimo Antoine E Lili. Abbigliamento femminile fatto di colori pastello e tanto gusto. I prezzi sono alti. Non solo qui. Sono le undici. All’apertura. Più avanti un ricchissimo design store. Artazart è libreria. Arancione esternamente. In legno. Un paradiso. D’estate sembra che questa zona a ridosso del canale si popoli di gioventù festante. Fa freddo. Dalla rumorosa Place De La Republique prendo Rue De Turbigo. Una via piena di negozi (perloppiù cinesi) di borse, catenine, ninnoli et similaria. Taglio per Rue Beaubourg e, in una piccola via, appare Centre Pompidou. In fila ci sono solo giovani. A lato, la fontana è ravvivata da singolari installazioni. Coloratissime. Buffissime. Ma la cosa più interessante è il negozio di CD all’angolo con Rue Renard. Prezzi ottimi (i nuovi sono a 12euro) e tanto usato a partire da euro 6. Acquisto. Ne avevo bisogno. Da Rue De Rivoli a Marais. Uno dei quartieri più belli di Parigi. Questa è l’altra Parigi. Fuori dalle banalità turistiche. Dentro fa bella mostra di sè il medioevale Village St Paul. Botteghe artigianali. Licei. Gli studenti sono più belli di quelli italiani. Vestiti meglio. La personale ricerca però è rivolta solo a Rue Beautreillis. In questa discreta via c’era l’abitazione di Jim Morrison. La sua ultima casa. Uno stabile bianco. La finestra del terzo piano è socchiusa. Di fronte il bar dove Jim andava a bere: “Le Dindon En Laisse”. Prezzi altissimi. Vetri scuri. Piove copiosamente. In una boutique che sembra una sartoria, una ragazza si prova un abito praticamente in vetrina. Noncurante di essere a glutei nudi. L’Arsenal Bar è un classico bistrot in Rue De Birague. Vicino ho una donna visitors metà Ornella Vanoni e metà Marina Ripa Di Meana. Il cameriere invece è il sosia del compianto Claude Brasseur. Le omelette sono ottime. Ritorno su Rue De Rivoli. Caos e super catene. Addirittura due H&M distanziati da un centinaio di metri. Mi accorgo con dispiacere che l’Electron Libre (casa occupata da artisti e trasformata in atelier) è chiusa per lavori di restauro. Meglio convergere su Rue Des Chargeurs e scovare il negozio di dischi Monster Melodies. Due piani. Vinile usato a iosa. Disordinato. Vissuto. I CD di seconda mano riportano dei bollini colorati per i prezzi. Si parte da 10 euro. Decido di andare alla Fnac. Sotto il centro commerciale a Les Halles. Prezzi alti ma assortimento clamoroso. Con sezioni dedicate al gothic/industrial, punk/hardcore… e così via. Posto immenso. Ho bisogno d’aria e luce. Che viaggia sempre accanto a me. Durante la caccia alla Fnac ci si imbatte fortunatamente in Paralleles (siamo in Rue Saint-Honore). Libri, CD e vinili. L’usato è da bava alla bocca. Si parte da 4 euro. Sembro un tossico in astinenza. Compro tutto. Carine le bustine rossonere con fumetti. Non è finita. La catena presente in mezza Francia OCD è nei dintorni a Rue Lescot. Negozio nuovo. Ordinatissimo. Reparto second hand molto ricco con prezzo base di partenza di 5 euro! Acquisto anche qui. Pioggia serale. 3 parigini su 5 hanno un iPod ultra tecnologico. Sono tutti accuffiati per strada e soprattutto in metro. L’alienazione moderna. Tutti i parigini hanno mirabolanti cellulari. Dalla vecchia claudicante all’uomo d’affari. Molti parigini non sembrano risentire del freddo. Neanche la finestra che da su Place Emile Goudeau.

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La TV parla da sola. MTV francese è peggio della nostra. R&B cafone e proposte locali. L’ultimo video di Madonna funge da caffè del mattino. Una delle cose più trucide di sempre. Neanche ad Amici di Maria De Filippi. Insieme a Montmartre il quartiere al quale va la palma del “migliore” non vi è dubbio che sia Montparnasse. C’è il sole. Mi accorgo solo ora di come i citofoni siano stati sostituiti da una pulsantiera a numeri dove digitare il proprio codice per l’apertura del portone. Mi accorgo solo ora di come i ragazzi parigini indossino calzature di cuoio molto costose. E che questo li differenzi dai pari età di ceti meno abbienti che indossano le solite scarpe da ginnastica molto vistose. Mi accorgo solo ora di quanto Parigi sia bella la mattina. Appena sveglia. Bagnata da truppe di netturbini efficentissimi. Solleticata dalla frenetica quotidianità. Giovani studenti dell’Ecole Alsacienne “viaggiano” in monopattino. Al numero 70 c’è una modesta casa con cortiletto dove abitò Ezra Pound, al 113 quella dell’amico Ernest Hemingway. A Place Camille Julian si erge la statua del Maresciallo Ney con la spada sguainata. Torno indietro. Attraverso Boulevard Du Montparnasse per gettarmi cuore e anima in Rue Campagne Premiere strada dei cortili e degli atelier dove vissero sia Rimbaud che Rilke. Quasi alla fine spunta l’atelier di Man Ray (che Duchamp amava follemente) e l’Hotel Istria che una targa esterna ricorda come sia stato il “rifugio” di tanti artisti come Satie, Kisling e gli stessi Ray e Duchamp. Ma l’emozione grande deve ancora arrivare. In fondo si esce su Boulevard Raspail. In questo punto lambito da magri alberelli Jean Paul Belmondo (Michel) muore nel film più bello si sempre: “Fino All’Ultimo Respiro” di Jean Luc Godard. Mi commuovo. Alle spalle il cimitero di Montparnasse. Pulito. Silenzioso. Piccolo ma non troppo. All’entrata sarà meglio prendere una mappa. Un addetto di colore con uno stranno cappello in testa è gentile nell’indicarmi il da fare. Un cartello posiziona le tombe famose. Devo raggiungere quella di Serge Gainsbourg. Labirinto. Dedalo. Una giornata bellissima. Incontro quella di Sartre sulla quale qualcuno ha lasciato in dono un’agendina e un paio di occhiali da vista. Poi ecco quella anonima e piuttosto spoglia di Charles Baudelaire. C’è un po’ di tutto. Poesie, un biglietto da visita in giapponese e perfino un bottone. Nella prima divisione, all’Avenue Transversale, riposa Gainsbourg. Un bazar regalato dai fan. Foto giovanili, pupazzetti, cicche, una maschera a somiglianza dell’artista, fiori, quadri e biglietti della metro. Poso anche il mio. Rimango alcuni minuti accanto a quell’altare. Il rumore di un camion spezza l’armonia. La tomba di Man Ray è introvabile. Ma in compenso, per assoluto caso, trovo quella del grande indimenticato Philippe Noiret. Sobria, discreta, commovente. Essendo scomparso nel 2006 non è riportato nè sulla mappa nè tantomeno sul cartello all’ingresso. Calpesto un po’ di fango mosso da lavori in corso. La mattinata è ancora lunga. La pinacoteca è proprio alle spalle di St. Marie Madeleine. Un tiro di schioppo dalla sfarzosa Opéra. C’è una retrospettiva dedicata al genio fotografico (ma non solo) di Man Ray. Ma ciò che salta subito agli occhi è la riprovata super organizzazione professionale del personale dei musei. Qui come all’estero esteso. Elegantissimi. Compostissimi. Quasi tutti colored. Attentissimi. Gentilissimi. Ho una stretta al cuore pensando invece a come siamo messi male nella nostra città da questo punto di vista. Fotografie avanti anni luce, disegni, dipinti, oggetti, polaroid, esperimenti (i celebri Rayographs) e gli amici. Max Ernst come Salvador Dalì o Picasso. A qualche isolato di distanza avanza verso l’Opéra una manifestazione di studenti. Scoprirò la mattina seguente sul free press “Direct Matin” che il numero dei ragazzi era di 40mila. Fuggo nella piccola Rue Des Mathurins e mi imbatto in uno spaccetto di specialità corse frequentato da cravatte e colletti bianchi. Un eden di panini e prelibatezze a portar via. A Montmartre l’edicola ha esaurito i quotidiani italiani. Le votazioni hanno avuto il loro peso. Nina Kendosa in compenso ha degli abitini niente male a prezzi “normali”. Nell’internet point della “zona” c’è varia umanità. Parigini di chiara origine nord africana guardano filmati di combattimenti pugilisitici. C’è chi chatta. L’indiano che gestisce il negozietto è chiuso in una cabina 1×1. Controllo cosa fa il mondo in mia assenza. Ho letto che al club Le Baron in Avenue Marceau questa sera suonano i franco-svedesi Pacific!. Leggo altresì che il locale è (stranamente) in una zona in. Molto “in”. Dietro ai Campi Elisi. Ma il club sembra un fake. Una porta anonima in vetro azzurro è presa in mezzo da un’abitazione extra lusso e da un centro di non so che. Nessuna locandina. Niente di niente. Scopro poi che la data è sbagliata. Non il 15 ma il 19. Meglio così. Sembra di stare a Via Bissolati. La Parigi tronfia degli spazi immensi. All’imbrunire colgo al volo l’autobus 63. Saluto alla destra la sagoma scura della Torre Eiffel. Scendo a Boulevard Saint-Michel perchè devo fare pipì da Starbucks. Rinfrancato entro al numero 20 da Boulinier. Libri e CD usati aperto 7 giorni su 7. Si parte da 3.50 euro. Sapete, no, come è andata a finire? Il Quartiere Latino è un po’ come la nostra Trastevere. Conventicole di giovani si danno appuntamento ovunque. In Rue Saint-André-des-Arts ci sono localini sfiziosi e alcune creperie da circoletto rosso. La più carina e accogliente è senza dubbio Creperie Saint-Germain. Dove verrete accolti da un gatto nero e da una cameriera sosia di Sophie Marceau. L’umidità va presto via con l’ultimo treno.

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Rimane poco più di una mezza giornata. Per scoprire come vada molto l’Orangina. Parigi non ha smog (almeno apparentemente). Anche se Parigi fuma molto. Scendo all’Assemblée Nationale. Un puntino in mezzo alla grandiosità. Il museo Maillol conserva una collezione privata di opere importanti. Per arrivare giro su Boulevard Des Invalides ma taglio corto per Rue De Grenelle. Il piccolo museo è ancora chiuso. Non mi convince la proposta a 8 euro. Ripiego verso Rue Des Ecoles. In mezzo ad universitari, professori, librerie. Il sole è alto. I vicoli – con il Pantheon in alto a sinistra – sono molto graziosi. C’è un Manga Cafè. Nel senso che si vendono solo fumetti manga e si può sorseggiare un caffè nelle nicchie dell’ampia sala del locale. Come un’oasi in mezzo al sole cocente si apre al 20 Croco Disc. Un primo negozio specializzato in reggae, ska e affini ed un altro a due passi specializzato in USATO. In tutto. Una valanga di vinili e CD. Impolverato ma non sporco. In legno. Presente dal 1978. Non riesco neanche a sfogliare le dure plastichine conserva CD per quanto serrate sono le fila. A gestire c’è il sosia di Keith Richards. Rughe e gilet hanno la stessa età. Gentile. Parla inglese. Mi sostituisce una custodia rotta. L’usato veleggia dai 6 euro. Le bustine sono il massimo con tre coccodrilli vestiti in abiti ska. La fame fa capolino. Foto di rito da incallito maniaco feticista e via verso Rue Mazarin. Un soleggiato bistrot è la meta. Ad un crocevia indaffarato. Peccato solo che una bottiglietta d’acqua in vetro costi 5.30 euro. Il pollo è buono. La crepe alcolica pure. Cammino obliquo per le strade che portano a Pont De Palais. Voglio fare pipì al centro commerciale di Les Halles. Tre piani underground. Ed un bagno iper moderno a 40 centesimi. Le fermate della metro sono complessivamente pulite. Ma mentre quella del Louvre sembra un piccolo museo le altre più periferiche nascondono qualche seggiolino rotto, qualche scritta di troppo e soprattutto qualche odore di troppo. A farla da padrone le pubblicità enormi di “Iron Man” (il film) e dei prossimi concerti eventi di Kiss, ZZ Top e John Fogerty. Alla metro mi sono abituato. Quasi venti in quasi quattro giorni. Lo sguardo riflesso. Place Emile Goudeau sembra più bella del solito. Sono quasi le 15. Nel sottostante bistrot si consumano caffè e bibite gassate. Un piccolo cane scende stanco alcune scalette. Ha l’affanno. Il sole scalda forte. Scorrono via le foto. I pensieri che sono già ricordi. I tempi sono cambiati.
Stringimi la mano. L’aereo parte.

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. il tuo racconto mi ha catturata.
    peotico e solitario,bello!
    amo parigi e ci vado abbastanza spesso (prossima partenza tra soli 5 giorni) ho trovato comunque alcune informazioni utili e che userò sicuramente.
    grazie!
    ciao ciao.
    timotea

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