Speciale LONDRA [9/10/11 Gennaio 2009]

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Uno a uno. Il cambio sterlina=euro. Uno a uno che ritroverò Londra come l’avevo lasciata qualche anno fa. La città del “take away”. Decadente. Frenetica. Alla moda. Indebitata. Musicalmente deludente. Anche se il suo mito, dopo tutto, resiste ancora. Il ciclico ricambio generazionale guarda al bianco e rosso di Londra ancora come ad un luminescente faro. Fonte d’ispirazione.

Aeroporto di Stansted la mattina presto. Avvolto dalla nebbia e dal gelo. La contea dell’Essex sembra un paesaggio nordico. Ma la Norvegia è lontana e il centro di Londra dista, in treno, solo 45 minuti. Loden color crema, giacca, camicia bianca, borsetta in pelle, guanti neri. Ordina un cappuccino. Il pakistano addetto al piccolo rifornimento in viaggio prepara la terribile mistura d’acqua sporca e Nescafè. Il rampante pseudo avvocato paga un pound e chiede due bustine di zucchero. La smorfia di disgusto allargata sulla faccia è inequivocabile. Sorride da solo. Guarda l’iPhone. Si scalda le mani. Tutti a Londra hanno un iPhone. Perchè il
costo del contratto iniziale è zero. Tutti a Londra pagano con carta di credito. Anche per acquistare un frappuccino e un tocco di burro con le sembianze da cornetto in bella mostra da Starbucks. La ragione della crisi economica. Tutto a credito. Tutto facile. Starbucks – a differenza di Berlino e Parigi –  va molto forte. Punti disseminati ovunque. Alla fine confortevoli oasi dove ripararsi dal freddo.

Londra sembra San Pietroburgo. Il freddo secco attanaglia e toglie il respiro. Meno 6 o forse meno 8. La stazione di Liverpool Street è uno snodo fondamentale. Linea rosa direzione ovest. Direzione Shepherd’s Bush. Sette milioni e mezzo d’abitanti non sono uno scherzo, metà dei quali, in questo periodo di saldi, occupano Oxford Street e le vie annesse. Lo shopping. A Londra ormai conviene. Da Marble Arch in giù è un brulicare di corpi in movimento. Tutto viene preso d’assalto.  A partire da Primark. La tanto celebrata catena low cost di abbigliamento. Due piani di tristezza e delusione. Come finire da MAS e acquistare stile H&M. Meglio proseguire. Ogni negozio ha la sua “sicurezza”. Grossi omoni (meglio se di colore) controllanto ogni cosa. Il traffico su Oxford Street è abbastanza ingolfato. Ma i piccioni sono più in salute dei nostri. Segno che, forse, lo smog incide meno. Inutile finire dentro le catene di negozi presenti anche in Italia. Meglio finire dentro quelle “originali”. Come Topshop o French Connection. Adorabili i vestitini di quest’ultimo. Con una commessa che all’entrata dei camerini ti invita a rimanere fuori. Insomma non posso curiosare sulla scelta femminile. Ma a Londra vincono i giapponesi. Anni luce avanti. Dal gusto semplice e ricercato allo stesso tempo. Selfridges poi. Meriterebbe un discorso a parte. Personal shopper al lavoro per un impero di grandi stilisti tutti assieme.

Il primo negozio di dischi che incontro è uno della serie HMV. Anche qui si fanno saldi. E alla vista di album nuovissimi a prezzo stracciato improvvisamente il freddo viene soppiantato da vampe di calore luciferino. Fleet Foxes a 4 euro, TV On The Radio a 7, Bon Iver a 6, Glasvegas a 6 e offerte prendi due paghi 10 (da Portishead a Paul Weller…). Tutto nuovo ovviamente. Penso alla discografia italiana. Che per ingrassare i soliti quattro nomi di merda ci strozza con prezzi esorbitanti. Ridicolo. Arranfo a piene mani. Ora Londra mi appare più bella. Da JD ti tirano le Adidas. Basta solo prenderle al volo. Le occasioni. Non potete mancare una visita da Urban Outfitters. Tre piani di abbigliamento male/female e accessori geniali. Compro una sorta di Trivial Pursuit musicale. “Garage Band The Game” farà la gioia di serate really exclusive. Ma devo essere sincero sono stato tentato anche da una pistola di plastica con cui, comodamente nella vasca da bagno, puoi sparare a tre bersagli a forma di paperella. Verso Regent Street. Uno degli stralci più belli della città. Ancora grandi nomi. Negozi di lusso. Passa una limousine. Passano i bus che sgattaiolano via con estrema facilità. A Soho alla ricerca di altro materiale discografico. Una volta Berwick Street era, forse, la via con i maggiori negozi di dischi second hand (almeno). Al 34 ecco Sister Ray. Notevole assortimento. Tanto vinile. Offerte. Prezzi buoni. Ma esco con solo 2 CD. Brutto segno. Più avanti al 95 c’è Music & Video Exchange. Ancora molto vinile e CD indie usati riposti con copertina accanto alla scheda bianca con il prezzo segnato che viene ogni tanto ribassato. Non acquisto nulla. Delusione. Torno indietro e al 30 si spalanca Revival Records. Qui una volta c’era Revolver. Il negozio è più o meno lo stesso. Simile a Music Video & Exchange. Nessuna compera neanche qui. I soliti nomi. Niente di particolare. Constato come i tanto strombazzati gruppetti indie sono gli unici ad essere svenduti ovunque. Tornando su Regent Street mi imbatto casualmente nella catena Zavvi. Quella in recessione. Hanno già serrato circa 20 punti vendita. Simile a tante altre. Solite offerte. Acquisto per inerzia due CD di catalogo.

Per strada o sotto la metro campeggiano pubblicità dei nuovi album di Razorlight, Glasvegas e White Lies. E poi decine di musical. Qui si trasforma in musical di tutto. File ai botteghini. Quasi fanatismo. Broadwick Street ed eccoci a Carnaby Street. Nome che evoca leggende. Oggi è una via ordinata di negozi di marche. Non ci sono luminarie ma appesi ai palazzi enormi pupazzoni di neve (anche se sembrano più pupazzi Michelin). Ganton St., Beak St., Poland St. Girare in queste traverse per scoprire altri negozi molto esclusivi e alla portata degli umani. Come Beyond The Valley. Una sorta di culla dei designers. Mi fotografo ad uno specchio. Qua è gestito da japanese. Il pomeriggio ed il freddo avanzano inesorabili. Londra capitale del vintage. La cultura del “vecchio” e del mercatino. Che è anche la cultura di mezza Europa. Si torna alla base. Il primo giorno, però, non è ancora finito. Il gelo. La stanchezza. Il cristallo vivo. Shepherd’s Bush Road e i suoi pochi rumori. Bisogna scaldarsi. Ma questo Venerdì non possiamo mancare alla serata Twee As Fuck. Dall’altra parte della città. Ad Est. Il Buffalo Bar è attaccato alla stazione della metro Highbury & Islington. Un bus in suite e poi un comodo taxi. Il locale è piccolino. Ma già stipatissimo intorno alle 23. Tre artisti in programma e poi selezione pop. Ragazze biondissime vestite in tema. Headliner sono gli Shrag da Brighton. Niente di eccezionale. Come le tre squinternate The Duloks. Londinesi ma sfilacciate e improvvisate. Qualcosina meglio per le apri pista Betty And The Werewolves. Ora si fa fatica a muoversi. E’ tardi. Un indiano barbone che mentre guida parla al telefono ci riporta a casa.

Il Sabato è il giorno del nevischio. Del freddo clamoroso. Della fontana di Trafalgar Square completamente ghiacciata. Direzione Covent Garden. Distretto racchiuso tra lo Strand, la malfamata Charing Cross, High Holborn e Kingsway. Steve’s Sound era al 20 di Newport Ct. A ridosso di Chinatown. In un vicolo maleodorante. Era il mio negozio second hand preferito. Non c’è più. O se c’è è al momento chiuso perchè il palazzo è in restauro. Covent Garden e gli artisti di strada. Il mercato. Tra chitarristi e plagi di Bono spicca un genio. L’uomo cane. La testa con pelo posticcio esce fuori da una cuccia. Metto un pound nella ciotolina e il cane mi ringrazia: “Thank you italian friend!”. Di nuovo verso Piccadilly. La fame aumenta e il freddo paralizza. Ci serve un ricovero. A Westminter Bridge spira un vento malefico. Ma il London Eye (in questo periodo chiuso per manutenzione annuale) si vede nitido davanti a noi. Lo shopping chiama. A Londra i ragazzi sono alla moda. Perchè qui arriva tutto prima. Nessuno è vestito cafone. Eccessivo, forzato, mezzo fasullo come da noi. Tutto semplice. Nessuno guarda nessuno in questo senso. Mocassini, mezze calze, giubottini di pelo, di pelle, di stoffa, colori, mezzi guanti, sciarpe, magliette d’ogni genere, pantaloni a tubo, larghi, gote rosse. Tutto sopra tutto. Tutto abbinato con tutto. Eppure really cool. Si è senza dover dichiarare al mondo di esserci ed apparire.

In ogni città del mondo credo ci sia una Trastevere. “Come Trastevere da noi” si è solito dire. Bene. Brick Lane è la Trastevere londinese. Siamo a Spitalfields. Una serie di ristoranti etnici. E quei negozi quasi tutti inseriti nella lista di merito di Time Out. Anche qui japanese! L’oscar se lo dividono Hurwundeki e Public Beware. Giapponesi appunto e tra i 100 negozi più fichi di Londra. Verrebbe da comprare tutto. Ci limitiamo. Brick Lane la sera. La gioventù non chiassosa. Gusti assortiti. Molti sfidano il freddo polare. Vestiti come in Primavera. Hamburger e patate giganti all’aperto. E Rough Trade. L’unica rimasta. Un negozio che da questa parte delle Alpi è sinonimo di “musica”. Un gran bel negozio. Con baretto annesso. Divanetti. Roba vissuta. Moltissime offerte. Molta scelta. Ma non così fornito come avrei creduto. In due visite compro solo 4 CD. E’ un segno dei tempi. Quello che cerco non lo trovo. Rough Trade è una sorta di totem quasi turistico. Per fortuna non incontriamo nessuno con la borsetta bianca di stoffa griffata Rough Trade. Qua non sanno neanche che esiste. Nel paesello nostro è invece quasi uno status. Un’appartenenza non si sa bene a cosa. In uno spazio adibito a mercatino (in attesa di quelli della Domenica) incontriamo una coppia di ragazzi giapponesi. Lui disegna adorabili magliette e lei vende scarpe. Japanese!

A Ruper Street. Nuovamente al centro. A due passi da Piccadilly. La sera incombe. Un pub enorme situato in un ex chiesa. Facciamo un giro turistico tra molte coppie gay e varia umanità. All’entrata perquisiscono borse e ci invitano a togliere i cappelli. Cerchiamo alcuni amici. Proprio di fronte l’odore richiama lo stomaco. E’ Yo Sushi. Dove piccole ciotole colorate (con prezzo differente) scorrono intorno all’enorme bancone. Seduti come in un bar. Si sceglie quello che si vuole. Mentre la “catena di montaggio” prosegue in moto perpetuo. Conveniente. Buonissimo. Japanese! Nella parte alta di Ruper Street, ad angolo, troviamo il bar Rupert. Per gay. Bella musica. Grande affollamento. Ecco gli amici. Una bibita e tanto divertimento. Ma è tardi. Il 94 passa spesso. Taglia mezza città. Taglia la notte. Londra è una luce continua. Londra è ancora fredda.

Quello che adoro di Londra sono i piccoli market gestiti da indiani e correlati. Comprare un quotidiano, un pacco di assorbenti e un succo di frutta è più bello e rilassante che farlo da Tesco o cose del genere. Ti fa sentire veramente cittadino di un altro mondo. Colazione con acqua sporca e latte freddo. Pane tostato. Domenica dei mercatini di Spitalfields. Si torna a Brick Lane. Ce ne sono tre in tre aree diverse ma vicine. Mercatini ordinati. Controllati dalla sicurezza. Forniti, molti, di attacco internet, bancomat e cose varie. Differenza abissale con le nostre manifestazioni di mercato da strada. Si compra a briglia sciolta. Magliette, vestitini, ciondoli, ancora magliette, cappelli. Tra profumi di stand di cucina etnica. Ostriche, thai, cinese, coreano e giapponese. Gli stand dei nipponici sono di un altro livello. Japanese! Gourmet Burger Kitchen è il paradiso del mega hamburger. Una pausa in un locale molto bello. L’ora di punta del mercato. Prendo un pezzo di ciambellone chocolate-vanilla. Buono come quello della mamma. Il tempo a disposizione sta per finire. Due homeless sistemano con cura il loro giaciglio proprio accanto ad un bancomat con gente in fila. Contraddizioni. Contrapposizioni di una città continuamente sveglia. Giovane. Caotica. Una città sempre in corsa. Tutto però funziona. Almeno in superficie. Il mito della Londra e della sua “musica” non c’è però più. Mainstream ovunque. Sulle rovine di un fasto irripetibile. Così come la Londra delle mille opportunità. Almeno per adesso non è cosa. Il verde e gli scoiattoli di Hyde Park, il rosso, i tetti, la regina, il gossip, who’s next?, il bicchiere di cartone con il cappu”c”ino, take away come parola d’ordine.

Stansted nel primo pomeriggio. Un giro per negozi. Entro anche qui da All Saints (come avevo fatto alle porte di Brick Lane), poi quelle scarpe Paul Smith sono un po’ grandi. Il 10 non è un 10 italiano. Qualche caramella. Le gote rosse. Un pensiero lontano, azzurro come il cielo. La cabin crew deve stare seduta. “We’re landing” annuncia il comandante. Londra e i suoi rumori sono già un ricordo. Riconosco la mia città. Come le sue labbra.

Emanuele Tamagnini

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3 COMMENTS

  1. il particolare più terrificante è che, da forse poco più di un anno (proprio mentre Virgin diventava Zavvi e Fopp chiudeva punti e punti vendita..), l’offerta da HMV si è clamorosamente ampliata e intanto i prezzi – probabilmente non in periodo di saldi – si sono un po’ alzati..mentre a Berwick street la scelta sembra tristemente avvicinarsi all’ovvio, in cambio di prezzi più competitivi. Una sorta di inversione delle parti tratta dalla piece “mainstream ovunque”…
    Eppure di “borsette bianche griffate” ne ho viste parecchie in giro anche a Londra…non saranno mica stati tutti turisti?

  2. Dopo essermi divorato il report su Stoccolma, sono andato a ripescarmi questo vecchio che non avevo mai visto.
    Ma Rough Trade l’originale, nella laterale di Portobello Road, non c’è più?
    Non mi sembra…
    Enrico

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