Speciale Festival Internacional de Benicàssim [Benicassim, 4-5-6-7/Agosto/2005]

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Un infondato allarme bomba rischia di farci perdere il volo per Valencia. Giunti in quel di Spagna, piantiamo le tende nel Campfib, sulla carta un allegro camping per gai musicofili, in realtà un bieco lager, con mezzo quadrato di sterpaglie a disposizione, bagni chimici e docce rigorosamente unisex. Il simpatico vicino, evidentemente provato dall’esperienza ci accoglie prendendo a calci la nostra magione…vabbè. Un bagno al mare, una doccia veloce e alle 20.00 in punto ci apprestiamo a visitare il Festival musicale più grande di Europa; quattro i palchi a disposizione: El Escenario Verde, il più grande e unico all’aperto, Escenario Hellomoto/Fiberfib, Fib/Club e Fib Heineken music box, (questi ultimi due, più piccoli, verranno, causa mancanza di tempo, snobbati). Intorno alle 22.40 salgono sul palco dello “scenario verde” i Posies: la band di Seattle, presenta il suo nuovo lavoro ‘Every Kind Of Light’ proponendo uno sbiadito power pop, accolto con entusiasmo dalla folla festivaliera, ma capace di strappare al sottoscritto più di uno sbadiglio. Dopo una novantina scarsa di minuti, i nostri salutano (5). Tempo agli addetti di cambiare la strumentazione sul palco e a mezzanotte, un capellone armato di arpa e vestito con una tunica azzurra si affaccia alla ribalta. Non si tratta di un emulo degli Yes, ma di Riky Rasura, membro dei Polyphonic Spree; gli altri ventidue (!) compagni, nella medesima mise del musicista, lo raggiungono dopo un a breve, ma noiosa, intro capitanati dal cantante Tim Delaughter, tra chitarre, tastiere, arpe, fiati, violini, cori, chitarre e basso, i PS danno vita ad uno dei concerti più memorabili del festival, proponendo un suono a metà tra Burt Bacharach e Beach Boys, capace di compensare una certa ripetitività di fondo con una trascinante energia. Finale al fulmicotone con il percussionista, che impugnati i piatti, sullo spegnersi delle note di ‘Together We’re Heavy’, si fa strada in mezzo al pubblico…(7). E’ quindi il turno dei Tears, ovvero Brett Anderson e Bernand Butler ci riprovano: il risultato? deludente. Se i due non sembrano invecchiati di molto, il mood offerto dai brani di ‘Here Comes The Tears’ è terribilmente superato, una pantomima degli ultimi, pantomimaci, Suede (4). Alle tre e un quarto, gli Underworld, danno fuoco alle polveri per un’ora e mezza di scatenata elettrodance, culminata, ovviamente nella celeberrima ‘Born Slippy’, riproposta in una lunga versione anche nel Bis. Bravi e professionali (7).

Dopo esserci concessi una riposante siesta sul, duro, marciapiede della piscina comunale (in tenda,tra un rave party improvvisato e i monologhi del simpatico vicino, era impossibile dormire), siamo pronti per il secondo giorno di Fiberfib. Sul palco del Fiberfib/hellomoto, alle 20.00, salgono i Kills, che dal vivo confermano, complici anche alcuni problemi tecnici, le poco convincenti impressioni del loro ultimo lavoro ‘No Wow’, offrendo un suono che vorrebbe essere audace miscela di No wave, Suicide e Velvet Underground (tra l’altro Jamie Hince va sempre più assomigliando a Lou Reed), ma che riesce solo a risultare noioso. Agli scarni loop di batteria, si avviluppano i ripetitivi riff di Hince, mentre l’alta e magra Mosshart si giostra tra un canto scazzato e pose sceniche studiate. Già visto. Già sentito. (4). Corriamo allo Scenario Verde, e riusciamo ad assistere alla performance degli Athlete. Giovani, carini e clonati: i ragazzi di Deptford sono anche simpatici, adorabili nel loro ringraziare ogni due pezzi, con sorrisetti tra il timido e il divertito, ma suonano uguale ad altri centinaia di gruppi inglesi quali Doves, Masun, Simian, etc. (5). Si esibiscono poi gli Yo La Tengo: Georgia Hubley siede dietro ai tamburi, mentre Ira Kaplan e James McNew si dipanano tra chitarra, synth, basso e tastiere. I tre, alterandosi alla voce, danno una lezione di stile, alternando feroci cavalcate elettriche a momenti più eterei e delicati (7+). Alle 23.40, accolti da un “Olè, Roberto Olè”,(cui volentieri ci uniamo), è la volta dei Cure nella recente formazione a quattro: senza tastiere e con il leggendario Porl Thompson a sostituire O’Donnel e Bamonte. Dopo un inizio incerto, con le zoppicanti rese live di open e fascination street, i nostri serrano i ranghi dando vita a un concerto al fulmicotone, caratterizzato da inattesi e piacevoli ripescaggi, ‘The Blood’, ‘Push’, ‘The Baby Screams’, un formidabile trittico da ‘Seventeen Seconds’, gloriose gemme, ‘A Letter To Elise’, ‘Just Like Heaven’, ‘Shake Dog Shake’, e pezzi del recente (e brutto) ‘The Cure’, tra cui anche il singolo ‘The End Of The World’ che dal vivo appare persino piacevole. I nostri si congedano con il classico ‘One Hundred Years’. Il pubblico rumoreggia, e Smith e soci rientrano: “Così è Venerdì, quindi…” – ammicca il ciccione con il rimmel – e giù una strepitosa versione di ‘Friday I’m In Love’ che fa ballare tutti i presenti, seguita a ruota dal classico ‘Boys Don’t Cry’. L’impressione è che passati i quaranta, Smith abbia voglia di rimettersi in gioco, abbandonando i pesanti orpelli tastieristici, che avevano caratterizzato i recenti ‘BloodFlowers’, e soprattutto, ‘The Cure’, e ricercando un suono più rock ed essenziale, come quello degli esordi. (7 ½). Dalle retrovie assistiamo al concerto dei Basement Jaxx: la cosa più divertente sono le diverse cantanti che accompagnano Buxton e Ratcliffe, tutte di colore e tutte sovrappeso, sfoggiano improbabili mises (tra cui una da sposa…). Per il resto si tratta di una dance goliardica e caciarona, più adatta ai club che ad un concerto all’aperto.(5).

Il sabato ce lo prendiamo di riposo, preferendo il mare ai Kings Of Convenience. Ingollato un panino al prosciutto e una birretta (10 €…), ci troviamo sotto il palco dello scenario verde ad acclamare i Raveonettes: Sharin Foo e Sune Rose Wagner, (in un improbabile vestitino rosa e piacevolmente ingrassata rispetto alle foto presenti nel loro ultimo album ‘Pretty In Black’), imbracciano le chitarre, accompagnati da basso, batteria e un altro chitarrista. I due danno vita a una piacevole esibizione, incrociando sonorità vicine ai Jesus & Mary Chain di ‘Darklands’ con il rock’n’roll dei sixties. Inevitabile il confronto con il duo New York dei The Kills: cicciotella sconfigge anoressica 3 a 0, se non altro per la simpatia dimostrata sul palco (6 ½). Ci addentriamo poi nel tendone del Fiberfib, dove cogliamo una manciata di pezzi dei Mouse On Mars, basso, campionamenti e batteria all’insegna della “Post Techno”. Gradevoli, ma sinceramente abbiamo ascoltato troppi pochi pezzi per poterli giudicare (s.v.). Riusciamo a raggiungere il palco, e accaldati, assistiamo all’incedere glorioso dei !!!. Nic Offer è un animale da palcoscenico, una versione animalesca e anfetaminica di ‘Frank’n’Furter’: in calzoncini da mare, t-shirt a righe sbiadita e ciabattine di cuio, si agita, danza, mima attacchi epilittici, entra ed esce dalle quinte, disturba i compagni, fa volare i piatti della batteria, mima una fellatio al microfono. Un Grande. Tant’è che nonostante i !!! si debbano fermare quasi ad ogni pezzo per problemi di mixaggio, il riccioluto cantante riesce a coinvolgere il pubblico da farlo ballare dal primo all’ultimo pezzo (7+). Ritorniamo in fretta allo scenario verde, in tempo per vedere i Disonaur Jr. J. Mascis appare ingrassato oltremodo, ma con la chitarra macina riff che è un piacere. Eppure, lo show non convince appieno: bravi, e professionali, ma senza quella verve che sarebbe legittimo aspettarsi da chi ha fatto la storia dell’indie rock americano (6).

Ultimo giorno, l’amico Naccio quasi mi sviene per il caldo e le privazioni, ma stoici, alle 20.00 siamo sotto il tendone del Fiberfib/hellomoto per goderci le sonorità dei Wedding Present. Tornati recentemente insieme, dopo una separazione durata quasi nove anni, Gedge e soci danno vita ad una solida performance, con un suono che ricorda molto da vicino i mai troppo compianti Sound, con canzoni che si concludono con affascinanti code strumentali, trasudanti di feed-back e sudore (7-). Ci trasciniamo allo scenario Verde, letteralmente travolgendo un responsabile della sicurezza, per la volta degli Hot Hot Heat. Mera fotocopia degli Strokes, con il cantante che sembra il figlio di uno dei Cugini di Campagna. Perché gli sia concesso di esibirsi sul palco principale rimane un mistero (4 ½). Alle dieci e mezza in punto, la corte, una decina di elementi capitanata da Warren Ellis, sale sul palco. Poi entra lui. Nick Cave. Il Re Inchiostro. E inizia il miglior concerto del Festival. Mr. Cave è informa smagliante, occhi fuori dalle orbite, si accende una sigaretta dopo un’altra, incita il pubblico, prende a calci le casse spie, strimpella ogni tanto due note al pianoforte… Puro rock’n’roll. Pochi i pezzi “lenti” (tra cui ‘Weeping Song’ e ‘Ship Song’, entrambe non memorabili), in una scaletta che predilige l’anima nera e grezza dei Bad Seeds, con, tra le altre, ‘Red Right Hand’, ‘Tupelo’, ‘Mercy Seat’, e soprattutto una violentissima ‘Deanna’, a stamparsi nella memoria dei presenti. Bis d’obbligo, con la classica murder ballad ‘Stagger Lee’, con devastante crescendo finale. Lunga vita al re!(8). Sbocconcellando l’ennesimo panino al prosciutto con birretta, assistiamo al concerto degli Oasis. Ora siamo convinti che Noel Callagher ce la metta pure tutta per mandare avanti la baracca, ma ci chiediamo come non riesca ad accorgersi che il fratello Liam, non ha più neanche un filo di voce. Tra noia, snobismo e inspiegabili deliri del pubblico, la band di Manchester, si trascina per circa un’ora e mezza, concludendo lo show con la cover di ‘My Generation’ degli Who, mai suonata così fuori luogo, cantata da un ricco trentenne viziato (5 ½). Di nuovo tra le prime file, per i Kasabian, che “Live” piacciono molto di più che su disco. Versione Bertolucciniana di studenti sessantottini, tra improbabili proclami rivoluzionari e leggendarie leccate di culo (“Questo pezzo lo dedichiamo agli Oasis, grandissima band”…), i pezzi dell’omonimo esordio filano che una meraviglia, facendo ballare tutti i presenti nonostante siano le due del mattino. A concludere una cover qualsiasi che si perde tra le cose inutili e quella piccola gemma del singolo ‘Club Foot’. (6 1/2). Il rompete le righa arriva con i LCD in grado di coinvolgere alla grande i presenti con la loro miscela di rock ed elettronica (7-).

Alle cinque ci incamminiamo, dopo aver raccolto baracca e burattini, distrutti alla fermata dell’autobus, dove dovremo litigare con la versione spagnola di “Jack la Furia” per comprare i biglietti per l’aeroporto di Valencia. Il giudizio finale è quello di un Festival riuscito, molto ben organizzato, ma leggermente in tono minore rispetto alle edizioni precedenti (storica quella del 2002 con, tra gli altri, Radiohead, Chemical Brothers, The Cure, Dj Shadow, Muse, Supergrass, Electric Soft Parade…), per gruppi coinvolti in cartellone.

Carlo Fontecedro

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