Speciale Britpop. 25 anni dopo.

2376

Numeri, sempre e solo numeri. Quelli che ci aiutano a ricordare (o più semplicemente a celebrare?) il Britpop (scritto tutto attaccato), termine attraverso il quale la musica britannica riuscì a lasciare l’ultimo segno tangibile del proprio innegabile talento genetico. I numeri sono importanti come lo è la datazione storica del “movimento” in questione. Un punto di partenza, un riferimento, un inizio è indispensabile quando si vuole scrivere guardando all’indietro. Ecco perchè per convenzione utilizzeremo la primavera del 1992 come anno domini. Data che ci viene suggerita dal giornalista John Harris, che indica nelle uscite dei singoli ‘Popscene’ dei Blur e ‘The Drowners’ a firma Suede, l’origine da cui tutto è partito. L’etichetta, il vocabolo, la locuzione Britpop era invece già stata usata sul finire degli anni ’80 da John Robb, giornalista del Sounds nonchè frontman dei Goldbalde, in riferimento a quelli che potremmo chiamare “pionieri” del suono britpop, ovverosia The Stone Roses, Inspiral Carpets, The La’s e via discorrendo. L’evoluzione pop del Madchester. In fin dei conti non siamo poi troppo lontani dalla verità. L’acme fu senza dubbio il 1995. Anno in cui il Melody Maker si affretta a paragonare la Camden di quell’anno alla Seattle del 1992. Per molti il Britpop nacque infatti per naturale contrapposizione allo strapotere americano che aveva alla testa proprio la città dello stato di Washington. E come il “grunge” (termine ancora oggi orrendo da pronunziare) anche il pop britannico, sostenuto dalla fioritura gioiosa e contagiosa della cosiddetta “cool britannia”, resistette lo spazio (più o meno) di un lustro, molto meno della gloriosa Swinging London, autentico emblema di un’epoca irripetibile. Cinque anni vissuti pericolosamente. Tanto infatti per John Savage è durato il Britpop. Il tramonto per il valoroso giornalista inglese arriva con l’uscita di ‘Be Here Now’ degli Oasis (“isn’t the great disaster that everybody says”). Praticamente, aggiungiamo noi, quando Tony Blair diventa dichiaratamente fan dei fratelli Gallagher. Non è un caso che all’indomani del successivo lavoro della band (‘Standing On The Shoulder Of Giants’) Alan McGee si tirò fuori dal mondo Oasis che aveva genialmente scoperto sette anni prima in un locale di Glasgow, in cui si era recato per assistere allo show degli “amici” 18 Wheeler: “McGee tu sei allo stesso livello del distributore belga, perchè c’è Marc Chung, laggiù c’è quel tizio della 3MV, c’è il tizio belga e c’è Alan McGee. Dal punto di vista creativo io non ho assolutamente più niente a che fare con questo gruppo, perciò se mi hanno cercato di mandarmi un messaggio, ho ricevuto il messaggio. Vada a farsi fottere tutta questa situazione del cazzo!”. Siamo nell’estate del 1997 e la parola “Britpop” viene inserita nell’Oxford English Dictionary. La definitiva consacrazione.

Proviamo ad elencare i gruppi protagonisti, alcuni dei quali furono forzatamente inseriti nel movimento Britpop, seppur la loro nascita e la loro estrazione era decisamente differente rispetto alla maggioranza attiva in quel periodo. The Auteurs, Elastica, Gene, Dodgy, Dubstar, Black Grape, Marion, These Animal Men, S*M*A*S*H, Cast, The Bluetones, Perfume, The Boo Radleys (dopo il primo album), Menswear, Pulp, Supergrass, Blur, Oasis, Sleeper, Echobelly, Powder, Northern Uproar, The Divine Comedy, Babybird, My Life Story, Denim, Kula Shaker, Mansun, Salad, Longpigs, Ocean Colour Scene, Shed Seven, Super Furry Animals, Suede, Verve, Kenickie, TheAudience (con una giovanissima Sophie Ellis-Bextor), Catatonia, Space, Embrace, Geneva, Rialto, The Seahorses, Hurricane #1, Spearmint, Lodger, Earl Brutus, Stereophonics, Gay Dad, Manic Street Preachers (successivi al primo album), Ash, Heavy Stereo, Thurman, Fat Les, Gorky’s Zygotic Mynci, The Supernaturals, The Candyskins, Puressence, e per alcuni anche i Gomez, il Paul Weller dei primi due album solisti (omonimo 1991 e ‘Wild Wood’ del 1993) che vengono ancora oggi considerati fondamentali per lo start dell’intero movimento, Saint Etienne, gli ultimissimi Stone Roses, Spacehog, i Charlatans di mezzo, Headswim, Jesus Jones e qualche altra meteora misconosciuta che sicuramente tenete stretta nella vostra discografia casalinga.

Una lista su cui, converrete con noi, si potrebbe discutere all’infinito. Se sia giusto o meno inserire quel gruppo piuttosto che quell’artista. Tutti però contribuirono a far diventare nuovamente splendente Londra e il Regno Unito agli occhi del mondo. Fondamentale fu certamente la base dalla quale molti “partirono”. La Creation Records, il Madchester, lo shoegaze e immancabili le origini, quelle dei leggendari anni ’60 incastonate nei nomi di Kinks, Who, Small Faces. Sintomi e tracce di queste seminali esperienze sono infatti rintracciabili negli esordi di moltissimi dei gruppi sopra elencati che poi fortunatamente riuscirono a rendere sicuramente più personale la propria proposta sonora.

Hounslow non dista poi moltissimo da Charing Cross. Siamo a Londra. Qui si formano nel 1990 i Dodgy. Passano otto anni, tre album e altrettanti singoli di successo (‘Staying Out For The Summer’, ‘If You’re Thinking Of Me’ e ovviamente ‘Good Enough’) prima di uno split che avrà una parentesi attiva nel 2001 (esce il dispensabile ‘Real Estate’) ma con una line-up quasi del tutto rivoluzionata. Classe ’70, inglese di Birmingham, dal 2003 ha abbandonato Londra (“la miglior cosa che potessi fare, ora vivo in campagna con la mia famiglia…”) batterista anche per The Lightning Seeds, The Electric Soft Parade e The Icicle Works, Mathew Priest passa però agli annali del periodo come il drummer dei Dodgy. Raggiungiamo Priest per parlare certamente della reunion ufficiale della band (due gli album nati dalla rivampa, nel 2012 e l’ultimo ‘What Are We Fighting For’ pubblicato nel 2016) ma soprattutto per ricordare i bei tempi ancora vivissimi nella memoria di Priest e dei suoi compagni. “Gli anni ’90 furono un periodo davvero fuori di testa. C’erano moltissime buone band ma non ci sentivamo parte integrante di una vera e propria scena, come poteva essere quella della San Francisco punk. Uscirono tantissimi gruppi influenzati dalla musica anni ’60 e ’70, dagli Stone Roses e dall’ecstasy. Per quanto ci riguarda Nige era un punk (Nigel Clarke, bassista e cantante, ndr) – The Ruts, The Clash, Crass, Undertones, Jam. A me piaceva il soul – Sly Stone, Marvin Gaye, Temptations, Bill Withers, Otis Redding. Miller (Andy Miller il chitarrista, ndr) seguiva l’hard rock e i classici – Led Zep, Pink Floyd, Genesis. Tutti però amavamo i Beatles, Hendrix, The Who, The Small Faces, Crosby Stills Nash and Young. Mentre insieme scoprimmo la musica dei Beach Boys, The Stone Roses, Beastie Boys, Nick Drake e anche il country”.

Priest spiega come era il rapporto con la stampa UK che sembrava solo interessata a buttare benzina sui diverbi a distanza (e anche ravvicinati a volte) tra Blur ed Oasis. “La stampa dovette per forza di cose interessarsi a noi quando entrammo nella Top 20. Del resto non fummo mai una band realmente cool per la stampa… eravamo molto più scanzonati”. Il Britpop fu veramente una contrapposizione al dominio USA di Seattle? “Forse, ma non per noi. I Nirvana ci piacevano. Credo che fu più una reazione contro la SHIT music degli anni ’80”. Un ritorno sulle scene anche per i Dodgy. Ecco da dove arriva la decisione di riprendere in mano gli strumenti: “sette anni dopo lo split ufficiale del 1998 io e Nige siamo tornati a sentirci. Poi al nostro vecchio tecnico delle luci Andy Moore venne diagnosticato un tumore al cervello e con Nige ci incontrammo purtroppo al suo capezzale. In quell’occasione capimmo che non poteva esserci astio tra di noi e che potevamo ancora suonare assieme. Questo è quello che Andy voleva prima di morire. Così i primi concerti furono un avvenimento più nostalgico che altro, con i fan che volevano sentire nuovamente le vecchie cose. Poi pian piano abbiamo ritrovato un’energia che pensavamo di aver dimenticato. Ci siamo imposti di rimanere in tre senza musicisti aggiunti e le canzoni che abbiamo composto riflettono questa nostra rinnovata voglia”. Cosa sia rimasto di buono oggi di allora Priest non ce lo dice ma è sicuro che la rivampa di quasi tutti quei protagonisti sia una cosa buona per la musica britannica: “Yeah, show these youngsters how it’s done 🙂 Music will live on regardless!”. Cerchiamo allora di fare altro ordine ma sul presente.

Richard Ashcroft tra alcuni alti (il primo album solista e il ritorno dei Verve) e alcuni bassi (i seguenti lavori solisti) nel 2010 è tornato con l’orrendo e inqualificabile progetto United Nations Of Sound, così dopo un lungo silenzio nel 2016 eccolo con il dispensabile ‘These People’. I Charlatans non si sono mai veramente rialzati. Mentre Tim Burgess nel 2012 è tornato con un secondo disco a suo nome pieno zeppo di ospitate, l’ex gloriosa band mancuniana viaggia ormai a fari spenti lungo il tunnel dell’inevitabile declino… a meno che l’annunciato ‘Different Days’ riesca a invertire la rotta. I Supergrass sono arrivati al capolinea finale, così come gli “insanabili” Oasis che stanno trovando nuova gloria con le celebrazioni delle varie ricorrenze discografiche dopo la scissione familiare e le continue (false) voci di reunion. Le vite artistiche “separate” dei fratelli al momento pendono dalla parte di Noel (siamo curiosi del primo solista di Liam). Il nuovo album dei Kula Shaker è stato davvero inconsistente così come il predecessore del 2010. Band sopravvalutata e durata un solo, primo, ottimo lavoro. Inaspettato flop per gli Ocean Colour Scene che con ‘Saturday’ e con il successivo ‘Painting’ hanno messo in ombra una carriera a dir poco esemplare. Gli Stereophonics sono stati colpiti da sventura ma la scomparsa dell’ex batterista Stuart Cable non cancella anche per loro un declino quasi irreversibile seppur dal vivo riescano ancora a dire la loro. Gli Ash sono la brutta copia della robusta formazione che aveva azzeccato almeno due-tre album tra il 1994 e il 1998. Non sono serviti alla causa nè l’inutile ‘Kablammo!” (2015) nè l’ottimo debutto di Tim Wheeler ‘Lost Domain’ (2014). I Bluetones si sono salutati nel 2011 dopo il sesto lavoro ‘A New Athens’ che non ha aggiunto più nulla alla stagione d’oro di ‘Slight Return’. Nel 2009 reunion “speciale” (poi bissata nel 2013) anche per i londinesi My Life Story – come sempre ammantati da parti orchestrate e ampollose – che dal vivo hanno eseguito tutto l’album di debutto del 1994. Stesso dicasi per gli Shed Seven di York riformati dal 2007 e attesi dal primo disco dopo sedici anni. Rivampe recenti anche per formazioni apparentemente di “seconda fascia” o se preferite dal “differente appeal”. I Menswear sono nuovamente in movimento dall’agosto del 2013, i Marion ci hanno provato senza fortuna, il batterista Jack Mitchell è entrato nella band di Johnny Marr che guarda caso aveva prodotto ‘The Program’ del 1998 (album assolutamente da rispolverare). Ricicciati anche i Northern Uproar (quelli di ‘From A Window’) con due album datati 2007 e 2013 su cui è meglio sorvolare. In alto i cuori invece per i Black Grape (grandi con il primo lavoro), progetto di Shaun Ryder (Happy Mondays), ufficialmente “aperti” dal 2010, che nel 2015 hanno festeggiato i 20 anni girando in tour e l’anno successivo hanno realizzato il brano ‘We are England’ a supporto della nazionale inglese agli europei. Attesi dal nuovo album nel 2017. Speranze vane per i fan delle Elastica di Justine Frischmann, una delle figura quasi-nodali dell’era in questione (pezzo fondante dei Suede, pezzo amante di Anderson e successivamente di Albarn…) che vengono però celebrate con la ristampa del primo album omonimo (da avere se si ama il completismo discografico). I valorosi e mai troppo incensati Space esordiscono nei negozi di dischi nel 1996 (quando i giochi sono ormai quasi fatti) ma i primi lavori valgono una fermata a ritroso. Riformati nel 2011 con un album nel 2014 e ‘Give Me Your Future’ atteso nel 2017. Un graditissimo ritorno è stato quello (2015) dei Super Furry Animals che hanno prima celebrato i 15 anni di ‘Mwng’ e poi l’anno seguente sono tornati con il nuovo singolo ‘Bing Bong’. Il 2017 ricco di recuperi, tocca anche agli Sleeper di Louise Wener che si esibiranno live dopo 19 anni. Londra al centro del mondo (non solo per la Brexit) ma anche per la rentrée dei Saint Etienne che dopo un lustro mandano in orbita ‘Home Counties’.

Brett Anderson dopo il tonfo dei The Tears ha visto bene di dedicarsi all’opera solista salvo riformare in “edizione speciale” e solo sueccessivamente in edizione stabile gli indimenticati Suede celebrati anche da un tempestivo ‘Best Of’ a cui è seguito il nuovo album ‘Bloodsports’ che li ha riportati comunque tra i favori del grande pubblico (anche grazie a ‘Night Thoughts’ del 2016). Jarvis Cocker si mantiene su livelli di culto ed eccellenza. Il “parigino” non ha intenzione di rivampare i Pulp ma si bilancia tra collaborazioni a cinque stelle (si ascolti ‘Room 29’ con Chilly Gonzales) e discreti viaggi solitari. Neil Hannon – aka The Divine Comedy – rimane il dandy d’altri tempi dotato di estrema classe e grande talento compositivo. Il tempo per lui sembra non passare mai. I Manic Street Preachers fino a ieri erano tranquillamente seduti a rimirare il glorioso passato poi all’improvviso un rinnovato impeto artistico e discografico. Ma le rose non son più fiorite. I Cast si sono riformati e come i Dodgy sono tornati discograficamente attivi anche se con un dispensabile ‘Troubled Times’, speriamo nell’imminente ‘Kicking Up the Dust’. Gli Echobelly si sono invece traslati nei Calm Of Zero prima di tornare live nel 2015 e mettere in agenda l’album ‘Anarchy and Alchemy’ forse fuori nel 2017. I Gomez rimangono quella grande, sottovalutata, incompresa band che tutti conosciamo da oltre un decennio. Per Luke Haines (The Auteurs) vale lo stesso discorso fatto per Neil Hannon. Da un’ottima band come i Longpigs (che annoverarava anche l’ex batterista dei Cabaret Voltaire) è fiorita la splendida vena autorale di Richard Hawley che continua a pubblicare grandi album a cinque stelle. Sempre attivi i Babybird di Sheffield (si, proprio quelli del tormentone ‘You’re Gorgeous’), dal 1995 la creatura quasi solitaria di Stephen Jones. Nuovo album uscito nel 2010 (‘Ex-Maniac’) in cui compare anche Johnny Depp da sempre fan dichiarato del gruppo a cui è seguito ‘The Pleasures of Self Destruction’. Poi l’annuncio della nuova “identità” come Black Reindeer e The Great Sadness. In vetta a questo elenco brillano di luce propria solo i Blur. Damon Albarn e compagni si sono confermati una delle più grandi britpop band di sempre grazie ad un’integrità musicale, qualitativa e “fisica” che non ha eguali. Compresi progetti paralleli (tanti) e collaborazioni (tantissime).

“Mods. L’anima e lo Stile”, “Acida è la Notte”, “Alan McGee e la Storia della Creation Records”, “Fuori di Testa: le Avventure degli Oasis”. Sono solo alcuni dei libri che il londinese Paolo Hewitt, in circa venticinque anni di giornalismo, ha dedicato alla sua città e ai fenomeni musicali strettamente correlati. Chi meglio di Paolo allora poteva darci qualche testimonianza sul movimento Britpop?

Uno dei tuoi libri più celebri è senz’altro quello sulla storia della Creation e del suo pigmalione McGee. Sono passati circa dodici anni dalla pubblicazione… non hai mai pensato di realizzarne un aggiornamento?

“No. La storia della Creation è iniziata ed è finita con quel libro. Anche se oggi non sarebbe male fare il punto con Alan che guarda indietro la sua vita…”.

Il discorso quindi “gira” sull’argomento principale di questa nostra tranquilla conversazione. “La Cool Britannia mi ha lasciato straordinari ricordi e certamente anche molta buona musica. Non sono poi d’accordo sul fatto che il Britpop sia ufficialmente terminato con l’uscita di ‘Be Here Now’ degli Oasis… tornando a quegli anni devo dire che c’è stata realmente una battaglia artistica tra Blur ed Oasis, soprattutto perchè la battaglia iniziava dalla classe sociale. L’Art School dei Blur contro la Working Class degli Oasis. Ma sarebbe da stupidi pensare che il movimento si riduceva solamente a quelle due band”.

Inevitabile poi il tasto Londra. Secondo Hewitt “Londra è una città fanstastica che re-inventa costantemente se stessa in maniera eccezionale. Anche se musicalmente parlando io non sono affatto interessato alla giovane scena londinese. Le mie scoperte recenti riguardano infatti brani visti su Youtube”.

Il tempo è già terminato e Hewitt, promettendoci in futuro un’altra chiacchierata, ci saluta a suo modo: “Viva Italia – sempre campione del mundo e viva Lavanderia Gilda a Sorrento!”. Bene.

Una dozzina d’anni è durata l’avventura degli Echobelly (esclusa recente reunion). La bella Sonya Madan e il chitarrista svedese Glen Johansson si dividono il proscenio e i paragoni che orbitano intorno alla stagione d’oro dei Blondie. Gli Echobelly hanno dalla loro anche un fan tutto speciale nella persona di Morrissey che in più di un’occasione riserverà loro grandi elogi. Ma gli Echobelly non sono una semplice meteora avvistata per caso nel cielo del Britpop. Il batterista Andy Handerson ha già suonato con PJ Harvey mentre la chitarrista Debbie Smith arriva dai Curve (entra nel 1994 per il tour americano quando Johannson si frattura un gomito e rimarrà fino al 1998. La ritroveremo successivamente anche nel progetto Snowpony). Gli Echobelly si fermano nel 1997 e dopo quattro anni di pausa ritornano per restare fino al 2004 con altri due album mandati in archivio. Ma i tempi di ‘Insomniac’, ‘Great Things’ e ‘King Of The Kerb’ sono purtroppo lontanissimi (ci dice Johansson: “I am satisfied with the songs of the albums but not with the release of them. At the time we had stared our own label and we knew very little about running a label. We basically had to learn everything from scratch and it was frustrating. We also realised that it’s very hard to release something without a great deal of money”). Siamo nel 2010, Sonya e Glenn (una volta uniti anche nella vita) si ritrovano per dar vita ai Calm Of Zero, una sorta di naturale continuazione di un feeling artistico mai sopito. Raggiungiamo un disponibilissimo Johansson che parte sottolineando come sia leggermente diversa rispetto al passato la strada intrapresa con questo nuovo progetto: “Il materiale che abbiamo scritto è senza dubbio meno punky, meno urgente, ma mantiene l’approccio melodico che avevano gli Echobelly. I think the music we writing now has more space to breathe”.

E’ comprovato che la band britannica fu una delle prime ad essere etichettata come Britpop, andiamo allora a sentire cosa ricorda Glenn di quegli anni… “fu straordinariamente eccitante per me far parte di una band. Ogni sera a Londra potevi scoprire un gruppo nuovo e ben presto i media si affrettarono a chiamarla indie music perchè certamente non interessava ancora al grande pubblico… non era mainstream insomma. Noi stavamo un po’ nel mezzo ma certamente facevamo di tutto (musicalmente) per essere etichettati come Britpop. These days it’s all about talent and reality shows and people that want to be famous just for being famous. Music has become just a marketing tool for selling mobile phones. There is no scene anymore and I think the whole industry is really confused and worried. But it has to change sooner or later, it always does and I think the whole Americana scene  t that seem to be happening now is going to change things, I think people want to hear real music again”.

Glenn si sofferma sul background personale e su quello della band spessissimo paragonata ai Blondie, Smiths e compagnia cantante. “Credo che il post punk di fine ’70 e le guitar band della prima metà degli anni ’80 abbiano avuto una grande influenza per me/noi. Ognuno di noi è cresciuto con Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple ma quando uscirono The Smiths e Pixies… qualcosa cambiò”. Inevitabile l’argomento Morrissey. “Ha sempre dichiarato cose splendide su di noi nelle sue interviste. Una volta venne da me e Sonya chiedendoci se volevamo aprire il suo tour americano, ci ha visti live molte volte e in tutte le occasioni ci ha raggiunto nel backstage per fare quattro chiacchiere. Una volta ho incontrato un ragazzo della sua band e mi ha confidato che durante le registrazioni di ‘Vauxhall And I’, Morrissey nei momenti di pausa suonava i nostri pezzi!”.

Il Britpop, la stampa e la solita diatriba Blur Vs Oasis. Ecco cosa ne pensa Johansson: “Noi abbiamo avuto ottime recensioni sia recensioni meno buone. E’ così che vanno le cose, ma la stampa ha sicuramente distrutto quello che di buono era stato creato con il Britpop. It became very bitchy and nasty. Una volta ho parlato proprio di questo argomento sia con Liam e Noel, sia con Graham Coxon dei Blur, ed erano tutti disgustati dalla situazione”. E aggiunge: “In USA avevano nel grunge la loro identità, in UK la gente la ritrovava guardando indietro ai miti degli anni ’60… forse in questo senso fu una ribellione verso gli Stati Uniti”.

Chiudiamo questa nostra cavalcata nostalgica andando a scovare e scomodare Luke Haines nella sua casa di Nuneaton nel Warwickshire. Il 49enne artista inglese che lega il suo nome alla splendida avventura degli Auteurs (e successivamente nei sottovalutati Black Box Recorder). Attivo ormai da anni in veste solista ci tiene subito a scansare ogni possibile voce di una reunion delle sue due band della vita: “Gli Auteurs, così come i BBR, non si riformeranno mai. Mi è stato anche offerto del denaro per riprendere in mano le situazioni delle band ma forse suonerò dei pezzi degli Auteurs solo durante i miei concerti”. Nel 2013 Haines ha anche pubblicato il libro “Bad Vibes: Britpop and My Part in its Downfall”… “It is of course debatable as to whether at Britpop really existed at the time, outside the schemes of the music and media industry. This does not matter because now people have a memory of Britpop, so therefore it does exist”.

“To begin with there was Suede and the Auteurs that’s it. ‘Britpop,’ or rather Oasis and Blur, couldn’t have happened to such an extent (at least commercially) until after the death of Kurt Cobain. Kurt was too much of  force to be reckoned with”. Concetto chiarissimo sulla datazione temporale che Haines riserva al Britpop.

Luke poi si sofferma in rapida successione sulle sue ultime produzioni. Dal progetto del 1996 ‘Baader Meinhof’ (“credo che il disco abbia retto bene il passare del tempo soprattutto perchè già all’epoca della registrazione era fuori dal suo tempo”), ai tre dischi dei Black Box Recorder (“tre album sono stati abbastanza, siamo sempre stati soddisfatti, abbiamo avuto un hit album e siamo arrivati anche a Top Of The Pops!”) fino alla sua vena prolifica solista (“21st Century Man/Achtung Mutha onestamente penso sia il mio miglior disco solista…”).

Gli chiedo quale è la miglior cosa che abbia mai trovato scritto sul suo riguardo: [Luke Haines, has the good looks and sex appeal of the young Valentino, the comic timing of Ronnie Barker in ‘Porridge’, the transcendental musicianship of John Coltrane, a way with the ladies comparable only to Frank, the ability to shape shift and traverse the millennium like the Comte De Saint Germain. I wish I was him]. E’ stato scritto da Neville Boyle nel 1996″.

In conclusione ci tengo a sottolineare che NON SONO, NON POSSONO, NON SARANNO MAI Britpop alcuni artisti che vengono “sapientemente” inseriti in alcune classifiche che vogliono racchiudere un’epoca mediante i 20, i 30, i 40, i 50 dischi del Britpop. Esempio? Radiohead (se parliamo di ‘The Bends’ rimane un disco alternative-rock), James (nati un decennio prima), Back in Denim (glam-pop altro che…), Placebo (mai stati Britpop), Edwyn Collins (ma per favore!), Teenage Fanclub (neanche per niente), Lush (gaze per la vita), Morrissey (?), Cornershop (chi?), The La’s (nascono nel 1983…). Chiaro no?

Emanuele Tamagnini

 

3 COMMENTS

  1. A quel tempo fra i tanti speciali sul BritPop (non tanto su Mtv ma soprattutto sul canale musicale satellitare tedesco VIVA-ZWEI e francese MCM) scoprii fra gli altri gli STEREOLAB, BLUEBOY, i LUSH e gli HEAVENLY! Queste trasmissioni indie li consideravano già all’epoca esponenti meno appariscenti e ufficiali ma molto significativi della compagine british-pop di metà anni ’90.
    Insomma, rispetto ai tanti nomi che hai citato, molti dei quali niente più che fenomeni da copertina di rivista, e secondo me musicalmente pochissimo importanti, vedi Menswear o Marion, credo che vadano rivalutati ex-post questi nomi apparentemente minori o estranei al BritPop ufficiale come rappresentativi della Londra pop di quegli anni…

  2. Certamente anche se come saprai i Lush sono inseriti per convenienza nel Dossier Shoegaze, gli Stereolab sono certamente più “sperimentali” con i continui riferimenti kraut… gli Heavenly sono dentro lo speciale TWEE POP visto che filiano dai Talulah Gosh (http://www.nerdsattack.net/twee-pop/) mentre i Blueboy sono anche loro certamente assimilabili alla corrente indie-pop. Cmq ci sta tutto… del resto è impossibile rinchiudere a tenuta stagna band tra generi definiti!

  3. La mia era una considerazione e niente più. E’ chiaro che si prende il movimento Brit Pop come pompato da NME dell’epoca era un continuo avvicendarsi di Next Big Thing, e gruppetti come Menswear, Marion, Bis o Sleeper avevano grossissima visibilità (insieme a grupponi come Oasis, Blur o Pulp che davvero hanno segnato più nel profondo)…
    Però mettevo in risalto come già all’epoca i giornalisti più illuminati avessero ben chiaro che Slowdive, Ride, Heavenly, Field Mice, Lush, Stereolab non venissero da Marte ma anche loro da Londra (o UK), quindi pur essendo meno pompati da NME e meno da copertina, rappresentassero in pieno il BritPop in quegli anni…

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here