Speciale BERLINO [Berlino, 22/23/24/25/26/Giugno/2007]

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It’s cloudy. Lo aveva ricordato il comandante dell’aereo. Ma non ci avevo fatto caso impegnato com’ero a rovinarmi il palato con gli Air Berlin “Bon Bons”, rivoltanti caramelle al gusto shampoo alla mela. Noto invece come i tempi d’attesa della pratica sputa bagagli sono i più bassi mai registrati dal mio taccuino, un piccolo notes da viaggio dove appunto minuziosamente ogni stimolante curiosità. I taxi color diarrea attendono ordinatamente all’esterno. Adoro prendere taxi all’estero, perchè si scoprono i segreti della città. Il tassista è infatti un po’ come il portinaio del condominio. Sa cose sulla vita degli “altri” che ha nel tempo sbirciato, rubato, catturato solo per un attimo. Mister Therani non conosce bene la strada, del resto lui è iraniano di Theran (!). Nel suo inglese stentato racconta Berlino con gli occhi del turista. Quelli del cuore (triste) sono per la sua terra che non ha mai dimenticato. Mentre ascoltiamo una stazione radio che trasmette solo musica classica, mi dice che Berlino Est si riconosce perchè è attraversata dai tram. Ad Ovest c’è invece la metro che provvede a tagliare la città. Il Greifswalder Hotel è proprio situato ad Est, a Prenzlauer Berg, quartiere “artistoide” che prima della caduta del muro era abitato da operai e studenti. Da qui partì più forte il grido di rivolta sociale. Da qui riparto io. Accanto ad un maleodorante ristorante thailandese c’è la sagoma verde dell’albergo assolutamente rock’n’roll nell’aspetto e nella storia. Le foto alle pareti non ammettono discussioni. Di qua sono passati gli Steppenwolf, Steve Wynn, Mitch Ryder, John Trudell, Dick Dale. Sarei un bugiardo se non vi confessassi di averlo scelto apposta. Mi sento tra vecchi amici anche perchè a Berlino la bavenda più gettonata sembra essere il cappuccino. Sono a casa. Ma la lingua è un valico alpino: inattaccabile se non si sono prese le dovute precauzioni. Non capisco un emerito cazzo. Zero carbonella. Potrei tranquillamente trovarmi nel Bahrein come ad Osaka. Ma il sorriso, la gestualità e gli occhi, valgono più di qualsiasi tomo traduttore (il Manninghelli tascabile). Qui è tutto “platz”, “strasse”, “pots”. Opulente chilometriche parole provvedono a colorare le insegne dei negozi. I segnalatori acustici ai semafori sembrano scandire la vita della giovane Berlino. Che si muove a rilento, tranquilla, su due ruote se possibile. Sono già in cerca di negozi di dischi. Ma per ora neanche l’ombra. Si capisce subito che in questa città è impossibile morire di fame vista l’incredibile densità di locali. Ma si capisce anche subito che gli spaghetti e le lasagne sono di fabbricazione cinese. Quando arrivo ad Alexander Platz il primo pensiero (malsano) corre a Milva. Evidentemente c’è ancora qualcosa che non va. It’s cloudy. Aveva ricordato il comandante. Il rumore della pioggia serale confonde il vociare marziale della TV che sembra di fabbricazione americana. “Streghe”, “Baywatch”, Bruce Willis, Eddie Murphy, “I Simpsons”. Ma gli scrosci non confondono il cuore. Che affannato cerca respiro. In questa bella Berlino. Così semplicemente.

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L’idiosincrasia verso i mezzi di superficie credo d’averla ereditata da mio padre. La claustrofobia verso l’underground metropolitano l’ho invece ereditata dal padre celeste (ammesso che ne esista uno delegato ai lavori pubblici). Con questa consolatoria premessa è tempo di testare la vivibilità berlinese all’interno di tram e bus pittati di giallo limone. Destinazione Kreuzberg. Museo dei Ramones. La prima foto che inaugura l’album digitale è curioso che abbia come soggetto il manifesto pubblicitario di “Era Vulgaris” dei QOTSA. Sono vittima di un piacevole tutto torna spiralato. Decido solo all’ultimo di attraversare mezza città a piedi. E’ relativamente presto, è sabato, è ora di entrare da SATURN una sorta di nostrano media store infinitamente più fornito. Mega fornito. Al piano -1 ecco aprirsi lo scrigno che cercavo: il reparto musica. In verticale quello che mi interessa di più. Rock-Pop + Independent. Nulla a che vedere con gli assortimenti da autogrill che imperano in Italia. C’è l’improbabile, la sorpresa, il catalogo ricco e soprattutto i prezzi sono vergognosamente bassi. I più bassi della città. Mediamente 15euro per un nuovo, tra i 5 e i 9 per un Nice Price, tra i 9 e i 12 per un disco vecchio di due anni. Nei novanta minuti (!) che passo dentro SATURN riesco ad impilare una dozzina di Cd candidati all’acquisto finale. Alla fine a spuntarla è una metà preziosa. 40 euro che da noi (paese musicalmente quarto mondista) sarebbero stati più o meno 60. Ora posso dirigermi a destinazione serenamente anche se il comandante aveva ragione: it’s cloudy! Friedrichstr. congiunge Mitte a Kreuzberg. E’ una strada vivacizzata da negozi scintillanti che distraggono il visitatore da un punto storico nodale. Due passi dopo Schutzenstr. c’è infatti il Checkpoint Charlie, oggi meta turistica e della memoria. Impressionanti le testimonianze presenti nel museo adiacente. Mi commuovo anche se i berlinesi hanno saputo commercializzare “quel” muro sotto ogni forma di gadget possibile. Anche questo (forse) significa esorcizzare il dolore.

Da STARBUCKS mi chiamo “Imero”. La ragazza alla cassa, dagli occhi celesti e le gote rosse, non capisce “Immanuel” e scrive sul bicchiere di Vanilla Cream l’improbabile nome. E’ divertita. Il Checkpoint Charlie è esattamente di fronte. Penso a quel brano di Little Steven intitolato proprio così ma è Feist a ronzare nella testa, visto che la musica viene diffusa anche in bagno. Urinare con la soave voce della bella canadese in sottofondo è esperienza meditativa tra le più intense che mi siano mai capitate. Fortunatamente non ci sono CD in vendita, o meglio uno c’è e campeggia in un piccolo espositore sul bancone. E’ quello con la faccia e la musica finocchia di Paul McCartney. Le nuvole nere sprigionano bufera. Ancora un rifugio questa volta da KAMPS. Dove una commessa canotto non comprende la parola caffè.

Berlino Ovest non ha lo stesso fascino di Berlino Est. La lenta ricostruzione di quest’ultima ha i tratti della gente. Orgogliosa, aitante, semplice che non tradisce in viso un passato incancellabile. A Kreuzberg non c’è niente di realmente interessante a parte il piccolo maniacale museo dedicato ai Ramones (in Solmsstr.) e alcuni negozi d’abbigliamento dal fascino morboso. L’offerta all’altare della band americana è di 2 euro da inserire nella pancia di una chitarra per metà spaccata. Due sale ordinate cronologicamente piene zeppe di ogni cimelio. Strumenti, scarpe, giubbotti, jeans, biglietti, ritagli di giornali, poster, shirt originali, foto… impressionante dimostrazione di collezionismo. Spendo in shirt e pins e sono fuori. Sono 4 gli appunti curiosi della giornata:
1- I passeri sono obesi. Rapaci. Ed hanno emarginato e allontanato con la forza i piccioni.
2- 1 ora di navigazione in un Internet Cafè costa 1 euro.
3- “Danko” è l’unico film che in tedesco si comprende benissimo.
4- La Potsdamer Platz è il posto più anonimo della città.

Al Balzac Coffe, a destra del Checkpoint Charlie se venite da Est, ci sono mille specialità d’espresso. Qualche lacrima scende mentre in sottofondo la voce di Nina Simone allevia l’atmosfera e i palpiti invernali s’adagiano sui larghi vetri del caffè. Berlino è sempre più bella. Ma i suoi occhi di più. E non hanno nessuna intenzione di abbandonarmi.

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Sveglia alle 6. Faccio colazione sotto la foto dei Black Tape For A Blue Girl, mentre il faccione di Mitch Ryder sembra voglia chiedermi una tazza di caffè. La signora dell’hotel in gioventù deve essere stata una bella ragazza. Forse bellissima. Ora si fa in quattro, nella piccola cucina “casalinga” dai pensili rossi, per non far mancare nulla ai suoi clienti. Sorprende l’estrema civiltà dei berlinesi. Gentili oltremodo. Si sente suonare un clacson ogni due ore. Si vede una merda di cane, forse, ogni due chilometri. Ma la cosa più sbalorditiva è posizionata all’interno dei market. C’è infatti una macchina distruggi bottiglie di plastica per incentivare il riciclo differenziato. Ogni bottiglia consegnata nella bocca dell’infernale aggeggio dà diritto a 25 centesimi detraibili dal conto della spesa sotto forma di buono. Non importa la grandezza delle bottiglie. Sono scioccato. E’ domenica. E’ il giorno di Marilyn Manson alla “cittadella” di Spandau. Mi informo sul tascabile “Sally Scout”, il comodo allegato del free press “Uncle Sally’s”, ma 48 euro per le mie anemiche, traballanti finanze sono davvero un’enormità. Decido così di sfogare le smanie puntando ancora più a Est alla ricerca di un paio di mercatini. Quasi ai confini con Pankow. E’ la giornata delle famiglie. Alte, biondissime, attrezzate, con prole abbondante. Nel piccolo giardino di Arkona Platz c’è un delizioso mercatino delle pulci. Vestiti, brocanteria, oggettistica, ferraglia e una certa quantità di vecchi vinili. Quello per il disco scopro essere un vero e proprio amore dei berlinesi. In una bancarella compro da un distinto signore barbuto due 45 giri ad 1 euro ciascuno. Uno lo prendo perchè colpito dal sorriso del protagonista in copertina (David Bowie), l’altro per quel bacio tanto storico quanto romantico che provoca in me uno strano sussulto.

Ancora più su. La Vineta Platz è occupata da una piccola Porta Portese. Qui l’umanità è incredibilmente varia. Di nuovo famiglie, coppie gay, originali figuri probabilmente saltati fuori da una festa dark, un commerciante rimasto nel mondo di Mad Max, arabi, biciclette, wurstel rossi, bianchi, fiori, pelle, mobili, artigianato ed una valanga di vinile. Solo per amore acquisto un 45 dei Jesus & Mary Chain e solo per idolatria spiccia due CD in uno dei seminali Big Star. All’interno del mercato si apre un piccolo rettangolo. Un’oasi di ristoro con tanto di sabbia, sdraie, panche, Dj, la sua consolle e un chiosco bar stile balneare. Il mio pranzo consiste in un hot dog di dimensioni mandinghe, un espresso e una Berlin Pilsener. Rimango un po’ in questo spazio surreale dove giovani coppie lasciano pascolare i propri figli. Che si rotolano nella sabbia, che gridano, che sorridono, felici tra le cose semplici. Tutti sopportano tutti. Sono attimi che vorrei non finissero mai. Tutti socializzano con tutti. Tranne io. Quando riporto al chiosco il bicchierino del caffè e la bottiglia vuota il gestore mi ritorna 1 euro. Splendido.

E’ da poco passata l’una. Ormai ho il ritmo del marciatore olimpico. Taglio netto e bersaglio scelto nella Porta di Brandenburgo. Durante il tragitto ricado in STARBUCKS e ho la pessima idea di comprare una bottiglietta di Evian. 2.30 euro. Maledetti americani. I turisti hanno invaso il centro. Il via vai di pullman mi rende nervoso. Accuso qualche crepa di stanchezza alle caviglie. Affacciata sulla Spree c’è una breve serie di bancarelle d’arte e artigianato. Da una signora di mezza età, silenziosa come il cane che tiene legato alla ringhiera del ponte, acquisto alcuni simpatici matitoni colorati fatti di legno. Di tronco. Regalandoli, qualcuno forse un giorno, scriverà il mio nome da qualche parte. La Porta di Brandenburgo ha più blasone che reale fascino penalizzata oltretutto dai lavori d’ampliamento della metro. Tutto è in ordine. Dall’altro lato della strada una guida urla come impossessata da Lucifero. E’ la Berlino turistica monopolizzata dalla “catene”. Ecco di nuovo STARBUCKS, quindi DUNKIN’ DONUTS che fa bella mostra di quelle abominevoli ciambelle di PVC e perfino HAAGEN-DAZS. Decido di spararmi una coppettina a un gusto (vaniglioso) e di contro mi colpiscono con 2.20 euro. E’ il tardo pomeriggio. Il sole è ancora pressante. Ancora alto. Torno nella “mia” Berlino. Torno ad Est. Dove tutto cammina più discretamente. Dove sembra di aver sempre abitato. Fra qualche ora prenderò sonno. Del resto non sono venuto fin quassù per riempirmi il basso ventre di birra appoggiato al legno maestro di un caffè. Sono qui in viaggio. Fuori e dentro di me.

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Aumento la razione di frutta ogni giorno di più. Non potrei mai, infatti, farmi venire la gastrite a colazione mangiando frittata, salsicce, capresi, torte salate e intingoli sinistri. Non ho bisogno di secernere grasso di foca dall’epidermide alle otto di mattina. “Mente sana in corpo sano”. Quello che l’ha detto avrà avuto le sue ragioni. Primo appunto della giornata. I prezzi dei trasporti pubblici sono alti e i conducenti hanno scultoree facce da cazzo. Lavorano in condizioni disagiate? Precarie? Almeno qui non sciopera nessuno. Devo tornare alla Potsdamer Platz, entrarci dentro, superarla. Il Sony Center, la Film Haus e il faccione di Bruce Willis che campeggia altissimo per pubblicizzare “Die Hard 4”. Sapore turistico sotto una volta avveniristica. Il sole scotta. E’ ora di pranzo. Odio il ketchup, la senape mi disgusta, la maionese mi fa schifo. Perchè continuate a portarmi sotto il naso queste prelibatezze? Il toast misto lana caprina che ingurgito è da premio Oscar come miglior lavanda gastrica protagonista. Ingrasserò? I miei 70 chili saranno messi a repentaglio? L’M 48 attraversa tutta Potsdamerstr. giù fino a Schoneberg quartiere ad alto tasso mediorientale. Ma non solo. Sembra che l’immigrazione sia stata relegate quaggiù. Negozi libanesi, siriani, cinesi, italiani ed una fitta concentrazione turca. Sono sulle orme della casa dove abitarono David Bowie e Iggy Pop (periodo “The Idiot”). Le scarse notizie a riguardo mi indicano un’abitazione posizionata al 155 di Hauptstr. vicino ad un locale chiamato Papaya Verde. Il ristorante c’è ma nessuna traccia di segnali storico musicali. Speravo almeno in una targa. Nulla. Fotografo la “via” e torno indietro tra i forti sapori speziati del quartiere. Alcune facce non sono delle più rassicuranti ma tant’è meglio non abbassare lo sguardo. La caccia al CD è sempre aperta. Giro a Bulowstr. dove al numero 5 si staglia discreto uno dei negozi più forniti di Berlino: MR DEAD & MRS FREE. Accanto ad un bistro di loschi figuri dalla pelle scura spuntano le vetrate a riquadri del piccolo record store. Assortimento ben bilanciato tra CD e vinili. Prezzi ottimi e Feist in sottofondo. E’ ormai divenuta la mia piacevole ossessione. La colonna sonora di questo viaggio berlinese. Il disco in questione è “Let It Die”. Una meraviglia. Il padrone è un nerd sulla quarantina dal fare gentile. Pago 10 euro per un pezzo mancante dei Ride. Quindi foto di rito d’archivio. La strada per il ritorno è abbastanza lunga e gli odori di queste vie mi danno ai nervi.

Non posso mancare un’altra catena come DUSSMANN (una sorta di Feltrinelli alla trentesima potenza) situata al 90 di Friedrichstr. In fondo alla sala principale c’è una finta cascata d’acqua. I prezzi sono quasi “italiani” ma anche qui il catalogo mette letteralmente paura. Pensate ad un qualsiasi nome e quel nome comparirà d’incanto. Pago 10 euro per un pezzo mancante delle Breeders. Il colore sociale DUSSMANN è il rosso. Quello delle mie tasche ormai tende al verde smeraldo, che ben si abbina con la shirt del 25ennale dei Violent Femmes. Devo fare tappa in hotel. Alla piccola reception trovo un personaggio folkloristico in tono con l’atmosfera del posto. Capello post atomico, all black, pelle emaciata ma un sorriso grosso così che per capire “Room 56” impiega un’eternità, ovverosia lo stesso tempo che mi occorre per salire a piedi i cinque piani (l’ascensore non c’è!) che mi separano dalla stanza. Guardo divertito “I Simpsons” deutsche version e penso a come il genio di quel cartone animato si traduca nella sua universalità.

Voglio spingermi a Pankow. Forse prima. A fare un giro defaticante in un centro commerciale (Arcade) situato in un altro mondo apparente, alla fine della chilometrica Schonhauser Allee che corre quasi parallela alla Prenzlauerstr. Lungo il tragitto noto spuntare alcuni punk, alcune bestie, simpatici ubriaconi non molesti ma soprattutto tanta caleidoscopica umanità. Le ragazze berlinesi, dopo quattro giorni, mi appaiono oramai tutte bellissime. Valchirie maestose sopra le quali mi produrrei volentieri in alcuni volteggi carpiati. Platonici pensieri presto svaniti. A 50 metri dall’Arcade mi imbatto per mia somma gioia gaudente in un delizioso record store. Si chiama SCHALLPLATTEN ed ha una sala principale (con rock, pop, heavy e independent) sulla quale si biforcano due salette accoglienti dedicate agli altri generi. Anche qui prezzi buoni e solito imponente “archivio”. Se entro in un negozio di dischi difficile che esca a mani vuote. Alla simpatica commessa (bionda e dagli occhi furbetti) pago 10 euro per un pezzo mancante di Paul Weller. Ormai la condizione e’ DEFCON 4 = LASTRICO.

Nel centro commerciale ci sono molti negozi noti dalle nostre parti. Solite cose e solita catena norvegese H&M (in Italia la si trova per ora a Milano) dove i capi (a buon prezzo) sono di fabbricazione indiana, cinese e similaria. La mia nuova maglia (nerdissima) a righe marroni è stata fabbricata in Bangladesh. Complimenti vivissimi ai reali norvegesi! Fuori c’è pioggia che in un attimo si trasforma in temporale. Sembro un Golden Retriver bagnato. Ma camminare sotto il diluvio è realmente purificante. Ne ho bisogno prima che di una doccia calda. Il beota occhialuto dell’Internet cafè di Immanuelkirchstr. non capisce l’inglese. Mi chiede se sono studente (a conferma dello stato integro da autentico giovane-vecchio), ma io, zuppo fin dentro le mutande, ho solo voglia del conto e del mio letto. Non prima di pensare ad una nuova pagina. Ad una nuova favola.

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La pelata di Wayne Kramer accompagna la colazione devastata dal vociare maleducato di una piccola comitiva di attori brasiliani. Che mangiano a bocca aperta, ridono, strusciano ciabatte improbabili e fanno cadere sistematicamente forchette e cucchiaini. Da quale remota favela sono spuntati fuori? Al market NETTO riciclo 2 euro di bottiglie. Ne comprerò altrettante per evitare di stramazzare disidratato in mezzo a qualche platz. E’ l’ultimo giorno. Mi concedo un museo. Escludendo quelli storici, che mi annoiano a morte tanto un film di Antonioni visto a casa di Nanni Moretti, punto il dito sulla comoda mappa della città (che riporta i 160 Km del muro che fu) e scelgo la National Gallerie. Ma c’è un’esposizione di non so quali artisti francesi e così il resto della struttura non è visitabile. La Film Haus è a un tiro di schioppo. Un museo multimediale dedicato al cinema tedesco (dagli albori ai giorni nostri) dalle fattezze futuristiche. Ascensore idraulico che ti proietta al terzo piano come un colpo di pistola in un palazzo tutto vetro e ferro. I pionieri, Fritz Lang, Murnau, Lubitsch, Marlene Dietrich, “Metropolis”, ricostruzioni, filmati, plastici e ancora gli attori recenti a cui è destinata un’intera ala. Spicca la nicchia che omaggia il grandissimo Mario Adorf, da noi considerato poco più che un caratterista. Le Olimpiadi del 1936, la censura, le guerre, il Reich. Spettacolo di storia e memoria. Alla fine del giro si entra nella sezione degli effetti speciali. Rivivono alcune riproduzioni celebri. Dal mostro di “Alien” a “Robocop”, dall’Uomo Ragno a l’uomo senza volto. Voto 10. Giornata ventosa (come al solito) che sposta e agita le nuvole impazienti di defecare pioggia. I turisti sono aumentati. Faccio due tappe al mio caffè preferito: il BALZAC. Hanno la macchina per la moka, i panini sono discreti, gli interni caldissimi. E soprattutto il logo è il più carino di tutti. Un angioletto in sella ad una vespa marrone.

Appunti:
1-Non c’è neanche l’ombra di scooteroni cafoni.
2-Ho scoperto che “Tasse” significa “Tazza” e non un sovrapprezzo al caffè.
3-Quasi nessun berlinese parla al cellulare in pubblico. Non vi è l’ostentazione volgare, forse, solo tutta italiana.
4-Ci sono tantissimi parrucchieri. Ma anche tantissime farmacie.

Torno al mio quartiere. Lo voglio vivere ancora un per un po’. Pago il conto dell’hotel ed intrattengo una piacevole conversazione col piccolo uomo calvo-tatuato-omosessuale alla reception. Sorridendo spiccica qualche parola in un italiano stentato: “Ahh Roma!”. E via a parlare di musica. Di quelle foto alle pareti. Attaccato all’albergo si trova il MAGNET CLUB (un centinaio di metri più in là il KNAACK, quattro piani dedicati, sembra, al metal e ai suoi affini). Vetri sporchi, flyer ovunque, colore nero. Il tempo si è fermato. Sono le 16 e parcheggiato lungo la strada si intravede il pullman dei Bravery. La band newyorchese è infatti l’attrazione principale della serata. Due ragazze (una delle quali dagli occhi splendidamente neri) sono in attesa già da ora per tentare di catturare lo sguardo di qualcuno dei loro beniamini. A me i Bravery fanno enormemente schifo. Giro i tacchi direzione Prenzlauerstr. Noto solo adesso che in un piccolo giardino ci sono tre tavoli in pietra per giocare a ping-pong (il mio sport preferito). Ad averlo saputo prima! A cinque minuti di cammino dal rifugio del Greifswald è situato FREAK OUT. Il negozio forse più completo fin qui visitato. Il gestore è il sosia di James Hatfield. Vinili, CD, 7 pollici, scelta profonda e reparto usato davvero notevole. Per accompagnare il mio giro in solitudine, il baffuto James mette su della musica brasiliana! Tutto torna. Piove. Compro le due versioni in vinile 7″ del primo singolo dei miei amici QOTSA. La pioggia si intensifica e mi ritrovo nuovamente fradicio dalla testa ai piedi. Non ho voglia di rientrare alla base. All’88 di Kollwitzstr. trovo riparo al KAFFEHAUS. Sono le 18 ed il locale (con dipinti di Klimt alle pareti) pullula di liberi professionisti. Mi siedo accanto ad una distinta signora dall’aria inglese che legge una sorta di copione teatrale. La guardo meglio. Somiglia a Vanessa Redgrave ma decisamente in versione giovinezza. Con un’attraente zuppa di patate sorseggia un enorme tazza di cappuccino. Ordino delle polpette berlinesi che mi dicono rappresentino una squisita specialità del posto. Da lontano le campane di una torva chiesa in mattoni rossi richiamano l’attenzione intorno alle 19.30. Sono stanco. Il beota mi dice che i computer non vanno. Del resto anche il suo cervello da tempo sembra non andare. Cammino alla rinfusa e trovo Said. Un internet cafè accogliente. Meno i baffi del proprietario da Guinnes dei Primati. Dove la parola “primati” deve essere intesa come correlazione diretta alla scimmia.

Se non fosse per la lingua, il cibo ed il clima, dopotutto in questa città abiterei. Ma mi accorgo di aver citato tre fattori troppo condizionanti per la vita di un uomo. Che in questo preciso caso dovrei essere io. Il protagonista di questi cinque giorni trascorsi alla continua ricerca. Sono quasi le 20. Ho prenotato il taxi per le 5 del mattino seguente.

Mentre con lo sguardo seguo e calpesto i rigagnoli d’acqua che si formano tra il selciato a quadrati e il ciglio del marciapiede, da lontano sfreccia una BMW rossa, che suona il clacson alla testa di un corteo nuziale. Attaccati all’estremità della fiammante automobile spuntano una decina di barattoli legati uno con l’altro. Confesso di non aver mai visto dal vivo una scena simile. Quando la BMW mi passa accanto la sposa si sporge dal finestrino e saluta vivacemente con la mano sinistra, tenendo stretto con l’altra il fondamentale bouquet di fiori. Rispondo al saluto. E in quell’attimo è un saluto che rivolgo a Berlino.

E’ tardi. Ancora qualche ora. Nell’ingresso che porta all’albergo hanno trovato riparo le due ragazze dei Bravery. Quella dagli occhi neri è davvero bella. Mi guarda fisso e sorride. Si poggia timidamente al muro mentre l’amica guarda fuori.

Se non fosse per il cuore, io a Roma, però, non tornerei.

Emanuele Tamagnini

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