Sparklehorse @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Maggio/2007]

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Scoperchiai gli Sparklehorse di Mark Linkous durante un loro tour (credo nel 2002) in cui favevano da supporto ai Motorpsycho: inutile dire che quel giorno rimasi molto più impressionato dalla band del North Carolina che da quella norvegese. Tanto da procurarmi i loro preziosissimi album per poi potermeli coccolare come meritano. Ma la band che allora mi aveva fatto trasalire ora non esiste più, si è trasformata e conseguentemente si è trasformato del tutto anche il loro impatto nella dimensione live.

Ma andiamo con ordine: dopo il goal di culo di Inzaghi, il bel raddoppio e la solita cappella difensiva che ha rischiato di compromettere quanto di penoso era stato fatto prima (dopo queste due righe diciamo addio al Gherardi, ndr), salgono sul palco della sala piccola i carneadi miei corregionali Giacomo Bianco, fautori di un rock cantautoriale (e un po’ teatrale) sulla scia degli Avion Travel, ma più aggressivi. Tutto sommato niente di eclatante se non per un curioso utilizzo della chitarra synth su qualche pezzo che ricordava il mai dimenticato sassofono dei Morphine. Nel frattempo iniziano ad arrivare altri amici nerds e la sala comincia a riempirsi.

Finalmente salgono sul palco gli Sparklehorse e con mia sorpresa noto che sono solo in due (ma dopo il terzo brano si unirà un terzo componente alla seconda chitarra e al secondo laptop): Mark Linkous (i cui capelli per tutta la durata del concerto saranno soffiati verso l’alto da un ventilatore come in uno spot pubblicitario) è accompagnato solo da una ragazza allo xilofono, tastiere e laptop. E inizia con “It’s A Wonderful Life” con voce filtrata e arrangiamenti minimali, in cui la componente elettronica è molto più marcata rispetto ai lavori in studio. Il canovaccio del concerto da quel momento in poi sarà sempre lo stesso (come sempre le stesse d’altronde sono le ossessioni e i temi trattati nelle sue composizioni, cavalli in primis): verranno proposte solo le canzoni più intimiste e riadattate in base alla nuova strumentazione, non verrà eseguito nessuno dei pezzi power pop grazie ai quali mi ero innamorato del gruppo anni fa e prevarrà la linearità sull’eclettismo. Un concerto totalmente diverso da quello che avevo sentito tempo fa, in cui a suonare c’era ancora una rock band (non proprio tradizionale, ma pur sempre una rock band). Un peccato, perchè un concerto di questo tipo avrebbe magari meritato una dimensione più raccolta e intima (cosa che al Circolo hanno dimostrato di saper realizzare in numerosi eventi prima di questo); un peccato anche perchè le mie aspettative di cantare a squarciagola brani come “Rainmaker” sono andate a farsi fottere come quelle del Liverpool di alzare la coppa con le orecchie. Ma non per questo è stato un brutto concerto, anche se mi rendo conto che per chi non li conosce non sia stata una serata esaltante. Come dice qualcuno che lo conosce bene “Mark Linkous è un artista vero e fa quello che si sente al momento in cui lo sente, ha deciso di proporre un set di questo tipo, perchè ora lui si sente così” (ovvero come un ipotetico Neil Young che ripropone l’album “Harvest” sotto acidi). Non stupisce perciò che abbia deciso di eseguire solo uno (e dico uno) dei pezzi tratti dall’ultimo album “Dreamt For Light Years In The Belly Of A Mountain”, che dovrebbe in teoria essere quello promosso da questo tour. Molto più considerati invece i tre album precedenti (soprattutto il primo e scioglilinguoso “Vivadixiesubmarinetransmissionplot” da cui ha suonato ben sette brani). L’unica canzone che mi è sembrata avere qualcosa in più in questa nuova riproposizione è stata forse la spettrale “Spirit Ditch” con cui ha concluso la prima parte del concerto. Ma in fondo, dopo che i nostri ci lasciano alla fine dell’immancabile bis, possiamo ritenerci moderatamente soddisfatti di quello a cui abbiamo assistito e possiamo iniziare a broccolare un paio di ragazze serbe.

Daniele Gherardi

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