Soundlabs Festival @ Stadio dell'Olmo [Roseto degli Abruzzi, 1/Agosto/2010]

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L’avevo sempre sognato, un festival dove gli italiani sono i nomi grossi e gli angloamericani i giovani emergenti. Stasera è accaduto. Stadio dell’Olmo Roseto degli Abruzzi. Un centinaio di paganti circa che investono davvero bene i 12 euro dell’ingresso. Domani (lunedì 2) i Simple Minds chiuderanno la rassegna facendo levitare il prezzo a 30 euro. La musica parte poco prima delle 20, con quasi un ora di ritardo sulla scaletta, per finire come previsto a l’una e mezza di notte. Ritardo recuperato e fanno 8 band in 5 ore e mezza, due palcoscenici allestiti uno di fronte all’altro con lo sparuto pubblico a far la spola tra un lato e l’altro del campo. Aprono i Matinèe una band del posto reduce dal primo album dopo aver iniziato eseguendo le cover dei Franz Ferdinand. Suonano davanti a pochissime persone (quasi 10) hanno un’immagine coerente col loro sound che risente ancora troppo del vecchio repertorio. Dopo circa 20 minuti dall’altro lato inaugurano il main stages gli Air Waves, trio di Brooklyn capitanato da Nicole Schneit, ragazza poco femminile che di getto scrive le melodie e i testi delle canzoni che poi vengono arrangiate in stile Pixies.

Intorno alle 21 è la volta dei Mujeres quartetto di Barcellona che sta per esordire con il primo disco in uscita a settembre, ma che con il loro primo EP ha già fatto capire che la ricetta è a base di surf music, solo che invece della California abbiamo la Catalogna, quindi chitarrine alla Dick Dale ma anche cori da serata alcoolica con gli amici, anche perchè in mezz’ora i 4 si scolano una dozzina di birre. E’calata la sera sul litorale adriatico e sul main stage arrivano le Dum Dum Girls, che il visual-maker distratto scriverà per tutto il set con due M di troppo: “Dumm Dumm Girls”. Quattro ragazze di Los Angeles che puntano forte sull’immagine, ma che oltre lo stacco di coscia hanno anche sostanza musicale. Tra i gruppi d’apertura sono quelle con la ricetta più originale: dark wave mescolata con il rockabilly. Incastrano in maniera affascinante tre voci, con la frontgirl che avrebbe anche un buon timbro, se non fosse tutto affogato in un oceano di riverbero che per tre quarti d’ora fa sembrare Roseto degli Abruzzi piazza San Pietro. Le melodie e il modo di cantare riportano a qualcosa della bionda cantante dei Raveonettes, sicuramente affascinanti, anche musicalmente. Da rivedere appena passeranno abbastanza vicino. Altro attraversamento di campo e ci troviamo di fronte a Wild Nothing il nome dell’ultimo progetto di Jack Tatum fresco di debutto con l’album ‘Gemini’ che anche in questa veste dal vivo ha un suono vicinissimo a ‘Seventeen Second’ dei Cure. Progetto interessante anche se molto poco originale.

L’ultimo gruppo straniero della serata è The Wave Pictures trio londinese che sta andando forte nel Regno Unito con buone vendite sia dell’esordio ‘Coffee Baby’ (2008) che con il nuovo ‘Susan Rode The Cyclone’ uscito circa un mese fa. Questa sera il cantante David Tattersall non è per niente in forma, ha vomitato tutto il pomeriggio ed è più pallido del normale colorito inglese, per alcuni momenti della lunga ora di concerto si assenta dal palco lasciando gli altri due a interpretare ballad chitarra e voce (il batterista canta niente male). Hanno alcuni tratti distintivi della musica indie inglese degli ultimi anni tipo Babyshambles: il ritmo cassa rullante, handclapping facile, i testi disimpegnati e iper-ripetitivi, e la battuta pronta. In più spesso citano mostri sacri come Bob Dylan o Johnny Cash e coverizzano persino Sam Cooke mostrando un buon gusto anche per musica apparentemente lontana dalla loro. Speriamo di ritrovarli magari più in forma e magari con qualche anno di palco in più alle spalle.

Manca ormai poco più di un quarto d’ora alla mezzanotte quando finalmente si giunge dalle parti della musica italiana: da Livorno i Virginiana Miller, che ieri hanno suonato anche al warm-up party e che tra ieri (festa gratuita) e oggi (prima sera del festival) non contano più di 300 persone davanti al palco. Portano in tour l’ultimo disco ‘Il Primo Lunedi del Mondo’ uscito ad aprile e nei 55 minuti di set lo eseguono quasi interamente (manca solo ‘Cruciverba’ mentre vengono suonate tutte le altre 10 canzoni). Per aprire come nel disco con ‘Frequent Flyer’ hanno l’idea di mandare il disco mentre salgono sul palco e di iniziare a suonare in sincro sul primo ritornello, (anche perché nell’intro ci sono i fiati che sul palco invece mancano) con un ottimo impatto quando si sente il cambio repentino dal disco alla band live. I ripescaggi dai dischi più vecchi sono pochi visto anche il tempo limitato a disposizione: ‘Uri Geller’ e ‘Dispetto’ dal precedente ‘Fuochi Fatui d’artificio’ poi ‘La Verità sul Tennis’ e, penultima in scaletta, ‘Tutti al Mare’ tratta dal loro esordio ‘Gelaterie Sconsacrate’ che è attualmente fuori catalogo. Le due note dolenti riguardano problemi tecnici: il primo è un cavo del microfono che non vuole funzionare e che viene sostituito con quasi 10 minuti di attesa che spezzano il ritmo fine-concerto-e-immediatamente-inizio-concerto che la serata aveva avuto fino a quel punto. Il secondo il volume di uno dei due chitarristi, quello con la Telecaster, tenuto inspiegabilmente altissimo, al limite del fastidioso. Ciò nonostante rimane immutata la stima per questa band che riesce sempre a sorprendere con i testi ispirati di Simone Lenzi, che non è un fenomeno da palcoscenico ma riesce con la sua voce baritonale a tramettere sensazioni davvero profonde. Per dischi di questo livello si attende volentieri il loro ritmo di lavoro: soli 5 album in 12 anni.

00.40. Arriva il suono di un elefante impazzito che corre travolgendo ogni cosa. Si chiama Zu. Trio romano con l’atipica formazione batteria-basso-sax tenore. Una delle poche band italiane che ci invidiano in America. Il loro ultimo ‘Carboniferus’ suona vicino a qualcosa dell’ultimo periodo dei Melvins, che però per creare quel dinosauro di suono usano due batteristi, qui il risultato è ottenuto con un batterista solo, violentissimo e precisissimo che è il motore di questa band difficile e affascinante. Chi non è preparato fa delle facce impagabili: avete presente quelle espressioni di fastidio che faceva la prof. quando facevate fischiare il gessetto sulla lavagna? Solo che gli Zu non sono rumore, sono Musica. Non di facile ascolto, non adatta agli stati d’ansia, però grande musica: originalissima, coraggiosissima, rumorosissima, ma non è rumore è musica. Il pubblico oltre l’una è sotto le 100 unità, però si tratta di persone illuminate che hanno saputo andare oltre un ascolto difficile per arrivare al livello successivo. Ovviamente visto il livello tecnico non mancano i virtuosismi, come lo scretch da dj fatto con l’ultima corda del basso, o come gli acuti tenuti all’impossibile del sax, oltre che il drumming straordinario, fatto di infiniti contro tempi sul rullante e di piatti letteralmente sfasciati. Sono incazzati, sono anti-divi, non parlano, non ammiccano mai fanno un fottutissimo rock pesante. Pesante diecimila tonnellate. E avanti anni luce dalle desolazioni della provincia italiana anche se è al mare anche se è agosto.

Giovanni Cerro