Soundlabs Festival [Roseto degli Abruzzi, 25-26/Luglio/2008]

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Partenza in clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia, con lunghissima fila sulla tangenziale Est: ma si sa, l’italiano è voyuer e lo spettacolo di una macchina bruciata ai bordi della strada ben vale due ore di affumicante gas di scarico di un autobus Cotral. Recuperiamo terreno tre le meravigliose montagne abruzzesi, sprezzanti degli altri automobilisti e soprattutto degli esiziali autovelox. Giunti nel luogo al calar del sole, Cecco, malgrado l’assenza di picchetti (Cecco Jr: ce la pagherai cara…), monta celermente la tenda, scavalchiamo quindi un emulo riccioluto di Ghost Rider, che snocciola bestemmie e ordini in sella ad un SI, passiamo 2, D-U-E- blocchi di guardie (risultato subitaneo del nuovo decreto sicurezza?) e finalmente possiamo assistere all’esibizione de Le Luci Della Centrale Elettrica. Già recensiti da altri, con più entusiasmo, su queste pagine, non possiamo che ripeterci nel dire che Vasco Brondi propone una formula un po’ Rino Gaetano, un po’ Giorgio Canali, un po’ Belli Capelli, sviscerando testi apocalittici e obliquamente poetici, su un grattugiare inquieto di chitarre. Sarà la stanchezza del viaggio (ma tanto al ritorno guida Cecco), sarà la canicola estiva che mi rende meno impegnato, sarà che i parolai – pardon – i cantautori, non gli ho mai digeriti, ma il musico del MWh non è che mi convince più di tanto: al secondo pezzo sto in fila per un panino, al terzo ho già ingollato la prima birra. Il ferrarese è cortese, ringrazia e saluta e lascia il posto ai belgi Girls In Hawaii, di cui, perso tra ristampe di improbabili gruppi giapponesi, ho ignorato il convincente esordio ‘Plan Your Escape’, riuscito seguito dell’EP di esordio ‘From Here To There’, di tre anni precedente. Il gruppo di Antoine Wielemans e Lionel Vancauwenberghe richiama alla mente i ben più famosi connazionali (se non avete capito chi, analizzate bene la citazione posta in apertura), ma anche i Grandaddy nonché i Blur di ‘Thirteen’. I televisori sfoggiati fanno tanto intellettual-chic, ma il suono monta brano dopo brano, raggiungendo punte di fragorosa goduria quando le sei corde sfoggiate sono quattro, per poi scomporsi in frammenti di fragili melodie art-pop. Bella sorpresa.

E quindi il turno di Micah P. Hinson, su cui la valutazione rimane sospesa. Perché non si può non provare simpatia ed immane stima nerdica ad uno che sembra uscito da un frullato cromosomico di Woody Allen e Clyde Chestnut Barrow, che, americano, intitoli il suo ultimo lavoro ‘Micah P. Hinson And The Red Empire Orchestra’ e che (fonte wikipedia) “non ancora ventenne, sia stato in prigione, abbia una certa propensione alle risse e abbia dichiarato bancarotta”. Ma è innegabile che i primi pezzi proposti non sono altro che una calligrafica, anche se riuscita, fotocopia di Johnny Cash: simile il tono della voce, simili le tematiche trattate, simili i giri di accordi. L’uomo del Tennessee è un gran burlone, si intrattiene con gustosi siparietti con il pubblico (“Do you wanna a punk song? You’re in the wrong place!” E via con una sghemba ballata…), e quando abbandona l’ombra dell’uomo in nero, sembra un Elvis Costello cresciuto a Dinosaur Jr. e Hank Williams, con i suoi due sodali, basso e batteria (l’orchestra dell’impero rosso, appunto…), che ci danno dentro come dannati. Più apprezzato che piaciuto insomma.

Verso le 23.30 salgono sul palco i Blonde Redhead. Ho perso il conto delle volte che gli ho visti negli ultimi due anni (compresa una, due giorni prima, a Roma), ma da un po’ di tempo a questa parte Kazu Makino, e i fratelli Pace (Simone in frocissima mise da marinaio…) dormono sugli allori. Un bellissimo film, visto quaranta volte, stufa. Con quindici anni di attività, 7 full lenght, una miriade di EP, singoli, collaborazioni e side project non si capisce perché concentrino le performance in un set di breve durata (neanche un’ora e venti) focalizzato sugli ultimi due – bellissimi – album (’23’ e ‘Misery Is A Butterfly’), con qualche raro ripescaggio dal passato (due brani di cui uno da ‘Melody Of A Certain Damaged Lemons’…). Esaurita la necessità di testare dal vivo la riuscita delle canzoni di ’23’, digerito il gradito cambio di rotta, (dalla giovinezza sonica alla melodie danneggiate), il combo jappo-italiano sembra tirare a fregare il pubblico di casa nostra e la stessa ritrosia della Makino ce li fa apparire più annoiati divi che timidi artisti. Rimane il gusto di riconoscere l’ordine della scaletta, per me, e, per Cecco, di trasformare l’obiettivo della macchina fotografica in fallica protesi croneberghiana, che scatto dopo scatto, si arrampica per le chilometriche gambe della cantante-bassista-chitarrista, fino ad ottenere, in pixel, il premio più abito, il sogno del feticista della lingerie, l’orgasmo digitalizzato, serializzato e, finalmente (?) reso innocuo. Vabbè andiamo a letto, che domani ci aspetta una faticosa giornata in mare, da trascorrere tra riposini sotto l’ombrellone, spaghetti allo scoglio e piacevoli discussioni sull’impatto di “Inseminoid” sulla fantascienza eighties.

La seconda serata è aperta dagli svizzeri Peter Kernel, (in sostituzione dell’odiato Lightspeed Champion), che presentano il loro primo lavoro sulla lunga durata ‘How To Perform A Funeral’. I ragazzi hanno fatto i compiti del bravo indie-rocker, studiando la storia sulle opere di Thurston Moore, la geografia sulla mappa di (No) New York ed ascoltando, a ricreazione, i Feelies. Due maschietti e due fanciulle, per composizioni nervose e veloci, giri minimali che deflagarono in droni rumorosi. Con l’eccezione del saltellante front man (occhiali, cappellino da baseball e piedi scalzi… occhio alla divisa!), i Peter Kernel soffrono di una certa staticità sul palco, compensata da scrittura solida, anche se inevitabilmente debitrice dei modelli sopraccitati. Promossi, con qualche riserva.

Vincono invece il premio di peggior gruppo della serata gli Enon. Nati dalle ceneri dei mai troppo compianti Brainiac, il terzetto di Philadelphia recupera soluzioni glam-street roll, irrobustendole di feedback e condendole con la voce in falsetto Mika-style di John Schmersal. La noia regna sovrana, con lievissimi miglioramenti quando a cantare è la bassista Toko Yasuda. L’eredità di Tim Taylor non è qui. Agli Offlaga Disco Pax l’onere di suonare prima dei Mogwai. Gli emiliani, invero un po’ giù di tono, propongono le loro storie tascabili del fortunato esordio e del suo seguito, ‘Bachelite’. Che cos’è un concerto rock’n’roll (perché in questo sito di rock’n’roll si parla)? Reiterata ripetizione di tre accordi capace di re-inventarsi in mille varianti per garantirsi la sopravvivenza attraverso gli anni. Che cos’è un live degli Offlaga Disco Pax? C’è la musica, tappeto avvolgente, ma esattamente uguale a come suona su disco. Ci sono le parole, racconti affascinanti che si adagiano sulla note di cui sopra, recitate con distacco glaciale e ripetute con alloco fervore dai presenti, speranzosi così di far propria l’arguzia di Max Collini. Quindi? Quindi quella degli Offlaga è un’ottima performance teatrale, ma non è un concerto. Come detto per i BR, assistere all’ennesima replica dello stesso spettacolo, pupazzo della talpa e lancio di gomme alla cannella inclusi, non è che mi entusiasmi più di tanto. E se ancora il geniale e provocatorio ‘Abbiamo Pazientato quarant’anni…Ora basta’, provoca ancora pruriti all’intelleghenzia di sinistra, qualcosa non quadra.

Ultimo giro di boa assegnato all’ensemble di Glasgow. Dopo due giorni di live, 200 Km e una manciata di ore di sonno, l’entrata in scena di Stuart Braithwaite e compagni appare un tantino dimessa, forse per il caldo,

forse per il numero, non foltissimo, dei presenti. Gli scozzesi imbracciati i loro strumenti sono praticamente immobili. Allora ti assale il dubbio, che il tempo passato a difendere ‘Mr.Beast’ da schiere di internauti

segaioli e pitchfork-dipendenti non sia stato tutto ben speso, che i Mogwai abbiano davvero detto tutto, che ormai il motore del dopo rock non risieda più in Gran Bretagna. E poi il signor Bestia appare in tutto il suo splendore. I Wire mettono il propellente, gli americani Slint la navicella e si parte per il viaggio sulle rotaie della musica britannica, quella con la M maiuscola, che va dai Joy Division agli Spacemen 3, dai Jesus & Mary Chain ai My Bloody Valentine. Musica che non ha (quasi) bisogno di parole per raccontarci l’arcano che si cela dietro gli scatti di un centravanti rissoso, i saluti rivolti ad un re infanticida, le insidie di un pasto acido. Rivoli liquidi in guisa di pacifici riff, che si ingrossano lentamente per travolgerti con la furia di un fiume in piena, un urlo angosciante che si tramuta in meraviglia stupita tramite la prestidigitazione di un gruppo giovane, ieri, oggi e domani. Con buona pace di islandesi gorgheggianti e dei loro brufolosi accoliti. Rimane fuori dalla scaletta, malgrado le insistenti e urlate richieste, ‘Glasgow Mega Snake’. Ma, a questo punto, chi se ne frega. Qualcuno ha visto Cecco?

Carlo “Aguirre” Fontecedro

PS un abbraccio al team maremmano e al suo leader Romano (di nome): Ora e sempre forza Corneto!

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