Soror Dolorosa e le penetrazione reciproca tra anima e suono

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Di certo non sconosciuti agli amanti del dark di qualità, i Soror Dolorosa quintetto originario di Toulouse e attivo da circa una decina d’anni, offrono un gothic-rock pulito e gradevole, d’indiscussa ricercatezza, costellato da riff cupi e poderosi, al limite del post-punk, valorizzati dalla voce lugubre e virile di Andy Julia non dissimile a quella dei grandi guru del settore come Robert Smith (The Cure) o Andrew Eldritch (The Sisters of Mercy). Ma la perfezione si sa non nasce dal nulla e si nutre in questo caso del forte background black-metal di Andy Julia, ex-militante batterista in gruppi come Peste Noire, Les Discrets, Alcest e Amesoeurs. Arrivati oggi al terzo EP, ‘No More Heros’ (Nothern Silence, 2013), i Soror Dolorosa confermano la loro capacità e bravura nel dar vita ad atmosfere algide e spettrali, soprattutto in pezzi come ‘Silversquare‘, ‘Hologram‘ e ‘Motherland‘. Ma se da un lato la perfezione è oggetto di lodi ed ammirazione, dall’altro e alla lunga rischia di annoiare e di affievolire ogni tipo d’entusiasmo verso ciò che è atteso e prevedibile. Ad intrigare di più è invece la storia del nome del gruppo, scelto a quanto pare da Hervé Carles (il bassista della band), dopo aver letto “Burges-la-Morte”. Romanzo francese di fine ottocento, racconta la storia di uno certo Hugues, che dopo essere rimasto improvvisamente vedovo, decide di trasferirsi a Bruges, dove il suo lutto comincia ad identificarsi con le atmosfere della città: “Déjà il recommençait à être pareil à la ville. Il se retrouvait le frère en silence et en mélancolie de cette Bruges douloureuse, soror dolorosa. Ah! comme il avait bien fait d’y venir au temps de son grand deuil! Muettes analogies! Pénétration réciproque de l’âme et des choses! Nous entrons en elles, tandis qu’elles pénètrent en nous” (“Già cominciava a sentirsi simile a quella città. Si sentiva come il fratello silenzioso e melanconico di quella Bruges dolorosa, sorella dolorosa. Ah! Come aveva fatto bene a venirci al tempo del suo grande dolore! Mute analogie! Penetrazione reciproca tra anima e cose! Noi entriamo in esse, come loro penetrano in noi”). Viene quindi da pensare che Soror Dolorosa alluda proprio a questa profonda catarsi e compenetrazione tra musica e stati d’animo, paesaggi lugubri e melodie cold-wave, intuizione che diviene subito certezza gettando un occhio, anzi un orecchio, al precedente album dei Soror: ‘Blind Scenes’ (Beneath Grey Skyes, 2011). ‘Blind Scenes’ (alla lettera “Scene cieche”), esprime proprio questa volontà di rivelare attraverso delle composizioni più intime ed impenetrabili, luoghi nascosti al nostro mondo, quelli che solo le anime sensibili alla cupa litania potranno riuscire a vedere. Sembra quasi che il messaggio subliminale sia nascosto nel suono stesso e nella muta relazione tra anima e melodia: lei è in te come tu sei in lei. Particolare attenzione merita infine la copertina dell’album, di gran lunga più affascinante ed interessante rispetto a quella stranamente iper-commerciale dell’ultimo EP. Realizzata da Metastazis, la pochette di ‘Blind Scenes’ riprende alcuni elementi grafici dell’arte austriaca del dopo secessione (si veda ad esempio già il font utilizzato per i caratteri), mentre la morte al centro, rappresentata bendata, è un’esplicita reinterpretazione di un’illustrazione di inizio ‘900 del pittore Koloman Moser.

Daniela Masella

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