Sophia @ Blackout [Roma, 25/Aprile/2004]

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Sette anni dopo. Tanti ne sono passati da quando per la prima volta Robin Proper-Sheppard arrivò in Italia alla guida del suo progetto post-God Machine. Prologo. Una delle formazioni seminali della scorsa decade, era stata fondata a San Diego nel 1990 dallo stesso artista, con gli amici Jimmy Fernandez e Ron Austin (più un quarto uomo – Albert Amman – rimasto nell’ombra e presente nell’embrionale versione a nome Society Line). Un debutto (‘Scenes From The Second Storey’) lungo 80 minuti e ricco di sperimentazioni, voci eteree, metal rigoroso, il tutto rarefatto dalle dilanianti atmosfere drone. L’anno dopo quando il secondo lavoro è ormai pronto, i God Machine debbono tragicamente mettere fine alla loro carriera. Il bassista Jimmy Fernandez infatti si arrende ad un tumore al cervello (1994). Sheppard e Austin (giustamente) decidono di non proseguire, dedicando ‘One Last Laugh In A Place Of Dying’ all’amico scomparso. Sheppard fonda l’etichetta Flower Shop (dove incidono anche i sottovalutati Swervedriver) prima di dar vita ai Sophia.

Si comincia. Seppur segnato da una giornata di pioggia e collocato nell’apatico giorno domenicale, il concerto richiama moltissima gente, il Blackout è infatti praticamente sold out, nel momento in cui a rompere gli indugi ci pensa il quartetto romano degli Infinito. Quasi un’ora di esibizione che vive i suoi momenti migliori, quando le trame oscure ed evocative (siamo idealmente agli inizi degli anni ’80 immersi nel post punk wave) si lasciano andare ad ossessive e diluite parti strumentali. Le stagioni di Sheppard. I Sophia entrano accompagnati da un lungo applauso, che si ripeterà più volte (soprattutto verso il finale) anche se alcuni problemi tecnici da addebitare alle maestranze del club, ci svelano uno Proper-Sheppard più simpatico del previsto. Tra album dai quali pescare, soprattutto dall’ultimo ottimo ‘People Are Like Seasons’, brani quali ‘Oh My Love’ (primo singolo), ‘Fool’, ‘Desert Song No.2’ ne dipingono infatti tutto il suo valore. La chitarra acustica ed un identificabile songwriting sognante e dreamy (American Music Club, Built To Spill, Idaho, possono essere indiscutibili paragoni di confronto) stagliano il deus ex machina come leader indiscusso, coadiuvato comunque da basso, chitarra elettrica, batteria essenziale ma efficacissima e piano (nella totalità vestiti di nero come appaiono nel video clip di ‘Oh My Love’). Intrattiene il pubblico quando i già citati problemi tecnici, scariche di feedback rendono impossibile l’inizio di 2-3 pezzi, non consentono a Sheppard di avere il proprio “ritorno”. Ricorda ad un certo punto la sua prima calata a Roma (sette anni fa) “aiutato” da tale Mario di Just Like Heaven al quale dedica un brano. Scorrono ‘Are You Happy Now’ (da ‘Fixed Water’), ‘If Only’ e ‘Woman’ (dal secondo ‘The Infinite Circle’) poi il commiato (a cui ormai nessuno crede più nel mondo!) e quando tornano dopo qualche minuto, Sheppard ci regala un altro siparietto: “molti gruppi a questo punto fanno un brano in più, alcuni ne fanno due, le grandi band tre… ma noi ne faremo quattro!”. Gli ultimi due valgono il prezzo del biglietto, qualche scroscio d’acqua preso sull’ultimo paio di jeans decenti, venti minuti di girotondo a cercare un posto auto ed una schiena indolenzita dopo tre ore passate in piedi. E’ la parte noise, allucinante, lancinante (il pianista imbraccia una chitarra elettrica con tanto di archetto per tagliare ancor di più il muro sonoro) e deflagrante (‘If A Change Is Gonna Come’ chiude lo show) durante la quale non resta che reclinare il capo ed assorbire tutta l’energia. Siamo soli. Finalmente.

Emanuele Tamagnini

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