Sonic Youth @ Teatro Romano [Ostia Antica, 7/Luglio/2007]

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I Sonic Youth. Musicisti del corpo prima ancora che del volto. Immersi nel candore del bianco. Nella suggestione di un luogo senza tempo. Dove la luce naturale vince la forza di quella artificiale. Dove è facile alzare gli occhi al cielo e sorridere alle stelle. E’ l’ultimo grande appuntamento della stagione e capita in un giorno cabalisticamente importante visto che il numero 7 ha voglia di moltiplicarsi. L’afflusso continuo di gente sembra esserne consapevole. Composto. Preparato al viaggio. Il viale che porta al Teatro cala le prime ombre. Un anno dopo l’apparizione di Morrissey siamo ancora qui. Seduti accanto a profumi che la storia ha consegnato all’immortalità. Dentro una ricostruzione. Dentro un set cinematografico. Dentro il cuore di un album spartiacque. Dentro le folgori e le decelerazioni di “Daydream Nation”. Che in quasi vent’anni ha mantenuto la stessa spinta evocativa. La stessa deriva sonica. Le stesse inquietudini che guardavano già oltre l’orizzonte. Ma soprattutto la stessa inarrivabile perfezione stilistica. Per questo “Daydream Nation” è la pietra miliare che certifica la grandezza dei Sonic Youth. Una grandezza rappresentata dalla foto-realistica candela di Gerhard Richter. Una scultorea testimonianza citazionista che ha trasformato i quattro di New York in un’icona generazionale. E ha cambiato le sorti di un sabato d’estate. In un giorno da ricordare. In un giorno da sogno.

Alle 21 salgono al proscenio gli Zu. Non nuovi a connessioni collaborative con Moore e compagni. Gli unici in Italia in grado di tessere intrecci musicali con calibri d’eccellenza. Gli unici a saper rivoltare in poco più di mezz’ora una commistione di forza e (apparente) improvvisazione. Brani vecchi e nuovi tirati allo spasimo. Tra effetti “pupilliani” sconosciuti e possenza percussiva. Tra il verde ed il nero. Tra i colori cangianti di un palco che toglie il respiro. Applausi. Mentre il Teatro diventa pian piano un’unica macchia umana. E gli sguardi si perdono all’infinito. Alla ricerca dell’Orsa Maggiore.

Qualche istante dopo le ventidue il boato strappa la coltre d’attesa. I Sonic Youth mostrano i corpi. Nascondendo gli anni e i volti sotto gli strumenti. La lunga camicia bianca di Thurston Moore ben si abbina al velo del tempo scivolato sui suoi capelli. L’andamento dinoccolato è un marchio di fabbrica. L’aria da matricola ammanta invece le spalle gloriose di Lee Ranaldo, chitarrista nato su un pianeta a noi ancora sconsciuto, che entra scattando alcune foto per un album personale che vorremmo sfogliare in eterno. Steve Shelley è rialzato. Tocca il drum kit con la stessa folle precisione di un Keith Moon d’annata. Un lavoro oscuro acceso da uno spartito elettrizzante. Poi c’è lei. La “bassista”. Kim Gordon avvolta in un tubino di hollywoodiana memoria. L’Audrey Hepburn del noise. Cinquantatreanni divinamente assorbiti. Tra una scheggia a quattro corde e l’amore di mamma verso l’ormai tredicenne Coco Hayley. E’ il fulcro centrale. “Daydream Nation” l’opera da rappresentare. Ed è una rappresentazione a tratti maestosa. Che stupisce per perizia sonora. Un crescendo che avvolge ogni singola traccia della dozzina che compone il puzzle incastonato, sembra, tra le colonne che campeggiano alle spalle dei nostri e che in alcuni frangenti assumono le fattezze di enormi candele accese. Tutto torna. Tutto è perfetto. Tutto è Sonic Youth all’ennesima magniloquenza. Concentrati. Permeano l’aria. Rapiscono la platea. Penetrano nell’anima senza passare dalla mente. La folla sotto palco ondeggia. Furoreggia. Scuote la polvere che s’alza illuminata assumendo forme di aquiloni disegnati male. Volteggi che si perdono nell’oscurità. Ovazione.

Qualche istante di pausa. Mentre si incrociano gli occhi degli amici. Cenni d’assenso. Gesti che quantificano la ristorazione cerebrale appena compiuta. Il bis è pronto. Ed è tutto dedicato – nell’arco di quattro brani – a “Rather Ripped” ultima fatica discografica vecchia di dodici mesi. Un disco consegnato contrattualmente per la Geffen. Ma soprattutto un disco di super canzoni. Ora i Sonic Youth sono più liberi. Mentalmente sgombri dai binari dell’opera appena compiuta. Nell’ordine ecco “Incinerate” tagliata dalla voce lancinante di Moore, “Reena” sguaiatamente condotta dalla Gordon che sul finale si dedica ad una danza sciamanica. Ora è diva. E’ bella. E’ conturbante. L’intro che anticipa la liquidità eterea di “Do You Believe in Rapture?” è rubato alla radio. Si avvicendano infatti stralci di programmi cambiati da una veloce ricerca a manopola. In uno di questi si ode, con somma gioia, anche il jingle di Radio Città Aperta. “Jams Run Free” chiude la seconda parte della storia. Ancora Kim sugli scudi. Ancora la sua avvolgente sagoma a dimenarsi tra le ultime profonde ombre della serata. Non basta.

Il tris è calato con due ulteriori brani dallo stesso album. E con l’aggiunta di un quinto uomo direttamente dalla storia recente dei Pavement. Ora sono colpito dal tutto torna personale. Esattamente quindici anni fa roteavo sopra la testa un giacchetto di cotone in segno di gioia infinita all’interno dello storico, leggendario Tendastrisce sulla Cristoforo Colombo. Era la “Dirt”-epoque. Ed a supporto dei Sonic Youth c’erano proprio i Pavement. Un’orgia assatanata di feedback e saturazioni. Di noise allo stato puro. Che allontanava alla spicciolata giovani avventori con camicie di flanella forse arrivati al cospetto della band newyorchese pensando ad un’ennesima formazione alternative grunge. Mani sulle orecchie e fuori a prendere aria. Quelli erano altri Sonic Youth. “Pink Steam” e “Or” parlano di un’altra vita. Con la stessa lingua. La stessa meravigliosa grandezza. Alzo gli occhi sopra la luce. L’Orsa Maggiore è nitida. E il cuore, adesso, batte più forte. Ultima istantanea. Fine.

Emanuele Tamagnini

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